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giovedì 12 marzo 2015

Discordia




La testa poggiata sui generosi seni di Maeve, la pipa fra i denti, guardavo il mare senza vederlo.
Una sua mano mi accarezzava la testa, con le dita fra i capelli.
“Cosa ti affligge, Elemiro caro?”
Voltai la testa per perdermi nei suoi occhi, più profondi dell'oceano. Mi sorrise, e tutto parve dissolversi. Pure, un attimo dopo, una fitta dolorosa al petto mi ricordò perché non riuscissi a essere tranquillo.
“E' per il mio amico Francesco, il comandante Schettino. Un uomo come pochi, un valoroso travolto da cose più grandi di lui, di noi.”
“Raccontami, tesoro ...”
Erano state settimane di felicità incondizionata. Follemente innamorati, Maeve e io avevamo scorrazzato per gli oceani come se non esistesse null'altro. Spesso mano nella mano con gli occhi rivolti al tramonto; più spesso le iridi dell'una in quelle dell'altro; più spesso ancora, le labbra sulle labbra, la sirena Maeve e il Capitano Elemiro Feendoos – che vi parla - avevano vissuto la più intensa storia d'amore di sempre, che nessun poeta avrebbe potuto raccontare senza sminuirne la potenza. L'unica cosa che mi aveva preoccupato, nei primi giorni, era dove si sarebbe dovuta volgere la coda, quando … ma lei seppe dissipare i miei dubbi.
Le poche volte che eravamo costretti a separarci non sapevo pensare a lei senza un tuffo al cuore. Era amore, era follia, furono giorni in cui non ricordavo neppure chi ero.
Ora, gli occhi fissi nei suoi, le raccontai le traversie subite dal povero comandante Schettino, le accuse ingiuste da cui era stato sopraffatto e l'impossibilità di difendersi.
“Bisogna fare qualcosa”, mi disse la mia sirena. “Appena torno a casa, ne parlo con le mie sorelle e vediamo come tirarlo fuori da questa situazione.”
Le sorrisi, fingendo di credere che fosse possibile. Io, che avevo affrontato prove da cui nessun umano sarebbe uscito vivo; io, che ero conosciuto da tutto il mondo per il mio coraggio e la mia forza, ero scorato e privo di speranza. Il suo sorriso, invece, mi infuse una tale fiducia che, quando le sue labbra tornarono al loro posto, e cioè sulle mie, avevo già dimenticato tutto.

Il giorno dopo, fui alle prese con la carenatura della mia nave: i mesi in cui era stata ferma ne avevano appesantito lo scafo e passai la mattinata a dirigere le operazioni. Se si escludono un paio di incidenti dovuti a Fritz, un marinaio svizzero di cui non vedevo l'ora di liberarmi, tutto procedette a meraviglia. L'armatore mi disse che saremmo dovuti restare fermi ancora qualche settimana, tuttavia, per via della crisi. Io ho navigato accanto ai Fenici, ho guardato gli occhi di Pompeo mentre solcava il Mediterraneo, ho preso a pugni quel delinquente di Morgan mentre rapinava la Giamaica agli Spagnoli, e non ricordo un giorno in cui non vi sia stata qualche crisi. Evitai di ribattere all'armatore, tuttavia, e mi congedai, con l'ennesimo tuffo al cuore, pensando a Maeve che avrei rivisto più tardi.

Qualcuno potrebbe aver notato quanto usi il pronome io, e magari farsi l'idea, sbagliata, che sia pieno di me: nulla di più falso! Se ho sottolineato il mio valore è soltanto perché è incontestabile, quanto incontestabile è la mia modestia.

Al molo, più tardi, guardavo i gabbiani, ascoltando i loro versi acuti. Mi tuffai in acqua e nuotai nelle profondità per lungo tempo. La frequentazione di Maeve e delle sue amiche sirene aveva reso ancora più lunga la mia proverbiale apnea. Ero distratto: andai a finire col cranio contro un capodoglio che ebbe la peggio e che finì per essere la cena dell'equipaggio.
Della mia sirena, nessuna traccia. Confesso che incominciavo a preoccuparmi: tutta quella storia era immersa nel marcio, e della categoria peggiore. Il marcio dei potenti, dei soldi che passano sopra le vite dei poveri umani che incontrano, travolgendo e lasciando un percorso lastricato di morti.

Mentre mi asciugavo al sole, fu con enorme sollievo che la vidi emergere sorridente dalle acque.
Era una scena che avevo visto innumerevoli volte, in quei mesi, eppure mi lasciò ancora senza fiato: il suo corpo lucido che usciva dall'acqua, le gocce che scivolavano sui suoi seni nudi, i capelli incollati al petto erano di una bellezza tale da non farti dormire.

Mi baciò senza smettere di guardarmi e di sorridermi. Era capace di infondere la pace in qualunque cuore tormentato. Sollevò il braccio all'altezza del mio viso. Quando la sua mano si schiuse, vidi una chiavetta USB.
“Ascolta. Lì c'è tutto quello di cui ha bisogno il tuo amico.”
“Ma ...”
“Shhh, non posso dirti nient'altro. Non chiedermi come l'ho avuto.”
In macchina, più tardi, dopo che l'ebbi ringraziata, che lei si fu schermita e che accaddero altre cose che non posso raccontarvi (sapete quanto io sia ritroso a tale riguardo), tolsi il CD con musiche del mio amico 'O Carolan e infilai la chiavetta nell'autoradio e ascoltai quanto segue:

"Presidente?"
"Sì, dimmi."
"Mi sono permesso di svegliarla perché è successo un fatto increscioso."
"Sì, lo so che se mi chiami a quest'ora ... non perdiamo tempo: cos'è successo?"
"La Discordia. Mentre facevano la solita pagliacciata dell'inchino, si è incagliata negli scogli.
Il guaio è che si è inclinata, e non sarebbe dovuto accadere, come lei sa."
"Lo so benissimo, maledizione. Fammi il quadro della situazione."
"Ci sono stati dei morti. I danni sono ingenti. Pare che ci siano stati problemi nella segnalazione dalla Capitaneria."
"Sarebbe un guaio se il capitano ... gli è successo qualcosa?"
"Ecco, c'è da aggiungere anche questo: il capitano è vivo."
"Bisogna metterlo in condizione di non nuocere."
"Mi sono preso la licenza di provvedere io, presidente. Ho fatto in modo che si allontanasse dalla nave.
Così potremo dare la notizia direttamente insieme a quella della sua fuga."
"Bene, ma non basta."
"Me ne occupo di persona. Farò in modo da togliergli ogni credibilità."
"Non possiamo uscirne puliti, questo è certo, ma bisogna limitare i danni. L'errore umano è sempre in agguato."
"Per l'appunto, presidente. Non può che trattarsi di errore umano. Intanto, mentre i media si occuperanno della tragedia, avrò modo di fornir loro una storiella che limiti i danni e scarichi tutto sul capitano. Si renderà conto da solo, a quel punto, che non gli rimarrà altra scelta che seguire il nostro percorso."
"Procedi pure. Tienimi aggiornato e continua a usare questo numero. Mi congratulo con te, a presto."

Era quanto serviva. Il problema era divulgarlo, ora. Nessuna voce era riuscita a levarsi contro il coro unanime di condanne, fin dal primo giorno.
Mi precipitai al Corriere del pomeriggio. Evitai di rivolgermi ai capo-redattori, notoriamente gli esseri più servili che si aggirino da quelle parti, e andai direttamente dal direttore. Mi liberai con due sberle delle sue guardie del corpo (uno dei due è ancora in terapia intensiva, l'altro si è convertito alla culto di Peppa Pig, e grufola in giro per il mondo senza sosta). Mi sedetti sulla scrivania, e tenendolo per la cravatta, lo costrinsi ad ascoltare.
Il pover'uomo era impallidito. Tremava talmente che i sismografi rilevarono intensa attività, allertando la Protezione civile.
Quando le voci si spensero, era ancora più spaventato. Il suo povero cervello doveva sospettare cosa mi aspettavo da lui. Non mi mossi di lì finché i quotidiani non furono caricati sui camion, riportando la notizia del giorno. Sicuramente l'armatore della Discordia avrebbe trovato il modo di riemergere pulito dalla storia, magari scaricando la colpa sulla capitaneria di porto o sul corrotto ingegnere che aveva progettato lo scafo, ma il mio amico Schettino sarebbe stato riabilitato.
Mi rimaneva ancora una cosa da fare. Prima dello scoccare della mezzanotte, ero a Roma, negli studi televisivi.
Chi si trovava sprofondato in poltrona in attesa della sigla di Via col vento, avrà notato sicuramente che le mani di Bruno Vespa non si stropicciavano col solito fare pretesco. Qualcuno, più attento, avrà anche notato il suo pallore innaturale. Nessuno, però, notò che io ero dietro di lui con un moschetto puntato verso il suo petto.
“Stasera avremo una rivelazione straordinaria sull'affare Schettino, che potrebbe ribaltare ciò che si è detto finora del Comandante ...”
Bruno Vespa tremava talmente che tre dei suoi nei si staccarono dal viso e caddero a terra, continuando a danzare come monete da cinque centesimi.
“... una registrazione inedita – di cui non mi assumo nessuna responsabilità, tengo a sottolinearlo...”
e guardava dritto nella telecamera come se volesse implorare il perdono dell'ascoltatore, non quello medio, ma quello che avrebbe potuto distruggere la sua effimera carriera.
Quasi nessuno si accorse dello strattone che ricevette dopo questa frase, mentre veniva proiettato il montaggio di immagini di repertorio che riguardavano il naufragio. Dopo quest'ultimo colpo del mio stivale nelle reni, il poveretto si rassegnò al suo destino e, ormai come sgonfiato, riapparve biascicando una presentazione per la registrazione della telefonata fra l'armatore e il suo tirapiedi.
Più tardi, spenti i riflettori, gli diedi un buffetto sul viso, facendogli saltare involontariamente due capsule dentarie e un molare cariato della cui carie era ancora ignaro. Lo costrinsi ad aprire la mano e, aprendo la mia sulla sua, gli restituii i tre nei che gli erano caduti.
“Questi devono essere tuoi. Bravo, Bruno!”

Il giorno dopo, i morbidi seni di Maeve, su cui posavo il capo, sembravano essere ancora più accoglienti del solito. Sorseggiavo un latte di mandorle allo sciroppo di zugurtando, un frutto che cresce solo nelle profondità dell'oceano, e le accarezzavo il fianco facendola ridere forte per il solletico. Ero felice.
Francesco Schettino, di fronte a me, guardava sereno il mare, come non avveniva da mesi.


Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone reali è casuale e, evidentemente, privo di senso.

venerdì 13 settembre 2013

Robinson



Nacque tutto da una scommessa.
Immerso nell'aria umida, carica di odori di cucina e di afrori umani di un pub londinese, giocavo a carte con Daniel Defoe. Osservandolo in mezzo al fumo del mio sigaro, gli chiesi cosa ci stessimo giocando. Ci pensò su a lungo.
"C'è un'idea che mi frulla per la testa da tempo", disse. "Vorrei scrivere la storia di un naufrago che, rimasto solo su un'isola deserta, debba confrontarsi con la natura e i suoi pericoli, senza nessun aiuto dalla civiltà e dal progresso. Se perdi, mi accompagni, senza l'aggravio di nessuna spesa, verso un'isola del Pacifico di tua scelta, e ci rimaniamo il tempo necessario."
"E se invece vinco, come accade sempre? Sebbene non sia sempre il più forte e intelligente a vincere, accade quasi sempre così."
"Non ho un penny, come saprai. Disponi della mia vita. Oppure ... ti cedo i diritti del romanzo."
Due grossi boccali pieni di birra scura si urtarono, suggellando l'accordo.


Alcuni giorni dopo - per quanto possa sembrare incredibile, dopo una serata in cui le carte dimostrarono quanto sia vero che siano strumento diabolico, avevo perso - eravamo pronti a salpare a bordo del brigantino di cui disponevo come se fosse mio. Il movimento dei marinai in coperta era frenetico. Controllavano l'efficienza e l'ordine delle gomene, la correttezza dell'equipaggiamento; altri calatafavano la carena; un mozzo inseguiva un ratto, con una scopa in mano. Le scorte si ammucchiavano in cambusa, secondo le mie istruzioni. Due commessi trasportavano, sudando e bestemmiando senza pudore, una botte di scotch più pesante di Henry the fat, il marinaio più grasso di Londra, raddoppiando le imprecazioni ogni volta che ricordavano che il viaggio doveva ancora essere ripetuto due volte.
Daniel Defoe incominciava a farmi innervosire, aggirandosi per il legno come se ne fosse il padrone, con uno aria tronfia che non gli conoscevo.
Prendemmo il largo alle 5 del mattino del 25 novembre 1694. Il mare era calmo, mentre le prua puntava decisa verso l'oceano.
La navigazione fu tranquilla, sebbene non priva di attriti fra l'ospite e i membri dell'equipaggio. Daniel dava ordini al nostromo, facendogli saltare i nervi. In più di un'occasione, ebbi bisogno di tutta la mia esperienza per tenere buoni gli animi. Al nostromo spiegavo che il povero ragazzo non aveva esperienza di mare, ma si sentiva padrone in seguito a una scommessa; a Defoe, invece, che i marinai, gente dalla scorza dura e dal carattere difficile, vanno presi con la dovuta diplomazia.
La grave crisi economica che segnava quei tempi, ci consigliò di dirigerci verso le Azzorre, invece di raggiungere il Pacifico, per tagliare i costi.
Dopo tre giorni di mare, il marinaio Keith venne a rapporto. Affermava di aver visto aggirarsi un clandestino a bordo, durante la notte. Noto per la facilità con cui il whisky entrava dalla sua bocca e le frottole ne uscissero, sosteneva di aver esitato a lungo prima di venire a parlarmene. Adesso, però, ne era certo: mi mostrò un berretto che non sembrava appartenere a nessun membro dell'equipaggio.
Diedi le istruzioni agli uomini per stabilire i turni di guardia, e mi ritirai in cabina a giocare a scacchi con lo scrittore.
Venni svegliato, nel cuore della notte, dalle urla del marinaio di guardia, che aveva acciuffato il clandestino.
Sebbene assonnato, appena lo ebbi di fronte - un giovine magro e male in arnese - ebbi la certezza che non fosse un ragazzo. Mi guardai bene dal comunicarlo ad alcuno: potete immaginare l'effetto che avrebbe avuto sugli uomini sapere di avere una donna a bordo. Nella semioscurità, il bianco dei suoi occhi intelligenti saettava da un fianco all'altro della nave, in cerca di una probabile via di fuga.
Condussi il clandestino in cabina, rassicurando la ciurma che me ne sarei occupato io con fermezza, rinviando al mattino successivo le decisioni.
Volle il destino, invece, che Alizée - questo il suo nome - si rivelasse più donna di quanto facesse trapelare l'aspetto, una volta smessi i panni del ragazzaccio impolverato. Scardinando le mie ferree difese, riuscì a penetrare nel mio cuore, costringendomi alla sola scelta possibile di trattenere il clandestino agli arresti nella mia cabina per il resto del viaggio.
Gli ultimi giorni furono all'insegna del nervosismo, ancor più di quanto non lo fosse stata la partenza. Le mie partite a scacchi con Daniel Defoe si ridussero fino a scomparire del tutto, e questi rivolse tutte le sue attenzioni al sempre più esasperato nostromo.
Un plebiscitario sospiro di sollievo accolse il nostro sbarco sull'isoletta di Sao Marco.
Scomparsa fra i flutti dopo il maremoto del 1744, Sao Marco si presentava all'epoca come un'isola rigogliosa. Interamente ricoperta di vegetazione, era abitata soltanto da numerose capre, forse abbandonatevi dai primi navigatori portoghesi, secoli addietro. Ne colpii alcune lanciando loro dei sassi, preparando una cena di cui si parlava ancora, decenni più tardi, nel porto di Londra nella mia ultima visita.
Quando, esausti per aver liberato del suo prezioso contenuto una delle tre botti di scotch, tornammo alla nave per la notte, ne portai anche a Alizée, che avevo prudentemente lasciato chiusa a chiave nella mia cabina.
I giorni successivi trascorsero nella più totale libertà, per non dire anarchia. Lasciai liberi i marinai di scorrazzare per l'isola, mentre Defoe prendeva appunti, ora appollaiandosi in cima a un dirupo, ora assaggiando un'erba sconosciuta, ora, ancora, studiando come prendessi e cucinassi le capre, o pescassi i variopinti esseri che popolavano il mare.
La necessità di far apprendere l'inglese al clandestino, per metterlo in condizione di poter essere giudicato al nostro rientro in terra d'Albione, mi diede modo di appartarmi con la ragazza nel fitto bosco, e di disperderci alla vista della ciurma.
Soprattutto, perdemmo noi stessi l'una fra le braccia dell'altro.
Alizée e io avevamo trascorso le ultime notti sull'isola, in una capanna che avevo sapientemente costruito con delle palme sconosciute che abbondavano sulla collina.
Quando eravamo nel pieno della passione, Daniel pensò bene di riportarci alla realtà con la pretesa di ripartire immediatamente: ormai ne sapeva abbastanza, era stufo di quella maledetta isola deserta, e non vedeva l'ora di tornare a respirare il fumo di Londra. Litigammo furiosamente. Arrivai a sfilare le chiavi dal cruscotto della nave, per impedirgli di partire. Andammo a dormire tranquilli, ma mi svegliai con uno peso ignoto sul petto, che si rivelò profetico: Alizée era scomparsa.
Albeggiava appena. Non ero sereno, sapendo che aveva assistito al litigio del giorno precedente. Temevo che potesse compiere una sciocchezza, magari sentendosi in qualche modo responsabile dell'accaduto. Mi misi sulle sue tracce, interrogando ogni pietra, ogni ramo spezzato, ogni filo d'erba piegato dal peso di un piede umano.
Mentre fiutavo l'aria e, con una mano sulla mia tasca toccavo, la rassicurante chiave, dai più remoti recessi della mia memoria, un pensiero si fece forza: le chiavi per mettere in moto i motori non erano ancora stati inventate.
Avvistai Alizée, nascosta dietro un albero, singhiozzando, mentre con le braccia si cingeva le gambe piegate.
Neanche i cruscotti, erano ancora stati inventati. Me ne resi conto con cruda certezza mentre vedevo il mio brigantino ormai al largo.
"Tesoro, piccola, cos'è successo? Ci sono qua io, non devi temere."
"Dovevi andare via, Elemiro, dovevi abbandonarmi su quest'isola. Io non sono degna di tornare in Europa con te", disse in un incerto inglese.
Guardai la nave, che non era più che un puntino scuro sulla linea dell'orizzonte.
"Io ... io ..."
"Su, Alizée, cosa può mai avere da nascondere una creatura con uno sguardo limpido come il tuo?"
"Io ... io ... sono ... "
"Sì? Sei cosa?"
Fra un singhiozzo e l'altro, mentre tirava su col naso, riuscì a dire: "Sono svizzera, lo capisci?"
"Non fa nulla", la rassicurai. Mi venne in aiuto Billy Wilder: "Nessuno è perfetto"


E ancora, lo sguardo fisso sul mare, il suo corpo stretto al mio, mentre la mia mano le accarezzava i capelli: "Neanche io", mentii.

lunedì 17 settembre 2012

Atlantide perduta




Ogni singolo istante vissuto in quei giorni è rimasto scolpito nella mia memoria come un’iscrizione latina nella pietra. Non era tanto il viaggio in sé a essere pericoloso, quanto l’insieme delle responsabilità per la missione da compiere, il rischio, sì, ma soprattutto l’incanto di visitare una terra così carica di storia, di leggenda, di bellezza, il cui solo ricordo ancora mi fa accapponare la pelle e, nel contempo, inumidire gli occhi. 

Avevo ricevuto l’incarico, da parte di Matteo, patron dell’Ortofrutta Cavaliere, di procurare della frutta mai vista. Il suo intento era di stupire e conquistare una donna, tale Felicia,  offrendole doni che, sicuro dell’effetto dei suoi occhi penetranti e dei suoi boccoli quasi biondi che avevano infranto più cuori femminili di una borsa di Gucci, gli avrebbe dato garanzia di successo. Sebbene io non abbia mai avuto bisogno di simili espedienti per conquistare un  amore, maschile o femminile che fosse, sono sempre stato così sensibile alle faccende di cuore che non seppi dirgli di no. Senza contare che la sua bottega di frutta era sempre aperta alle mie fameliche scorribande in cui  razziavo, senza nulla dare in cambio, le sue cassette di percoche, persiche  e uva moscata, piuttosto che di fichi d’India o di mele annurche. 

Armai un’imbarcazione snella, con la quale solcavo abitualmente il  Mediterraneo, e presi il mare in direzione di Atlantide, isola di cui si favoleggiava molto di più di quanto non la si conoscesse veramente. Non eravamo in molti, insieme a me,  Capitano Elemiro Feendoos, ad aver osato attraccare nei suoi porti e, sebbene i commerci con le altre popolazioni romane, greche ed egizie fossero fiorenti, era tutto nelle mani di pochi ardimentosi. 

La popolazione di Atlantide non era molto ospitale, è vero -  e quanto sto per raccontarvi vi farà capire quanto avessero ragione!  - ma la pessima reputazione era dovuta soprattutto a una piccola tribù di selvaggi, rifugiatisi fra le sue più impervie montagne, ad aver esteso a  tutti i suoi abitanti la fama immeritata di efferata quanto gratuita crudeltà. La tribù era composta da un manipolo di svizzeri sfuggiti chissà come alla meritata galera, rozzi quanto ignoranti, crudeli quanto insaziabili. Fu questo a indurmi alla sconsiderata scelta di portare con me uno svizzero, tale Guglielmo Smidt, soprannominato Bankomatt, per tentare di ragionare con i selvaggi.
Il mio problema era che il frutto migliore, il famoso bananyon che avevo assaggiato in una precedente visita all’isola, si trovava proprio nei territori appannaggio degli elvetici.  
Sbarcati sull’isola col mio fedele equipaggio, agguerrito quanto fidato – se si esclude il già citato Smidt – fummo accolti nel palazzo reale con le più grandi manifestazioni di affetto. Alcuni anni prima avevo salvato la vita al re e avevo anche reso felice la regina per altre ragioni di cui taccio perché sono, come ormai saprete, un gentiluomo riservato. L’accoglienza fu tale che impiegammo quasi una settimana per smaltire i bagordi durati due giorni in cui i regnanti non ci fecero mancare nulla. Il palazzo reale, nel suo splendido color ocra, visibile a decine di miglia di distanza posto com’era su un’altura, dai tetti dipinti di oro – non color oro, ma oro vero – circondato di statue raffiguranti eroi e dei in pose memorabili, di piante altissime e dalle varietà mai più apparse sulla faccia della terra, lasciava senza fiato anche me che lo avevo ormai visto molte volte. Fummo condotti a visitare i suoi interni: l’immenso salone adibito ai ricevimenti e alle feste, in cui gozzovigliammo senza ritegno per i primi due giorni, con una piscina centrale sotto una tettoia di vetro colorato che lasciava penetrare la luce ma non il calore, circondata di tavoli imbanditi di ogni ben di Dio; le camere da letto del re e della regina, col suo letto galleggiante su una piscina di più modeste dimensioni rispetto alla prima;  le stanze dove si producevano e si conservavano vino, olio e dove si immagazzinava il grano, venivano stipate le spezie fatte venire dai paesi più remoti; il giardino coperto dove ci si riparava dal fresco dell’inverno ma anche dal calore insopportabile dell’estate atlantidea; le pitture, i trompe l’oeil che adornavano le pareti e ogni singola stanza del palazzo fu a noi svelata e raccontata dai cortesissimi ospiti. 

A me solo, poi, la regina mostrò una stanza dove era solita tenere convegni sul racconto dei quali, essendone anch’io protagonista, soprassiederò, sicuro di avere la vostra comprensione e il vostro plauso. Al centro del palazzo, infine, si trovava una stanza chiusa a chiave in cui, soltanto grazie alla fiducia conseguente ai servigi da me resi al re, fummo introdotti e di cui ci furono svelati i segreti. Al centro di questa stanza misteriosa, infatti, si trovava ancorata al pavimento un anello che sembrava attivare una leva. Il re ci disse, parlando in modo grave, che mai quella leva avrebbe dovuta essere tirata. 

Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non riesco a perdonarmi per non aver controllato se la porta venisse chiusa alle nostre spalle uscendo, e mi sento parzialmente colpevole per tutto il disastro che ne seguì.
Trascorsi quei giorni di festa e poi di smaltimento della stessa, ci incamminammo, armati fino ai denti, verso le alture frequentate dai famigerati elvetici. Ci accampammo ai piedi della montagna e lì trascorremmo la notte. All’alba, eravamo pronti ad avventarci sui bananyon. Mano sui pugnali, camminavamo nella foresta. Non avevo prestato ascolto al suggerimento dello scozzese John Nerd, che voleva che usassimo il gps per orientarci, facendogli notare che non era ancora stato inventato. Si immusonì e non mi diede retta per tutto il resto della spedizione. A volte è davvero dura essere capo, credetemi. 

Mentre due uomini erano rimasti a terra, di guardia, i più agili ci eravamo issati sulle chiome più alte, dove il sole meglio maturava i frutti, e raccoglievamo bananyon a piene mani, mangiandone anche qualcuno, di tanto in tanto, essendo impossibile resistere al loro profumo tentatore. La fortuna volle che la tribù degli svizzeri ci scoprisse soltanto una volta a terra, costringendoci a una pugna infernale sì, ma per lo meno avevamo i piedi ben piantati sul suolo e non sospesi nell’aria come qualche minuto prima. I miei  uomini si batterono come leoni. Io ne prendevo a sberle un paio, mentre ne avevo presi altri due per il collo, uno nella mano destra, uno nella sinistra. Infine, messi in fila sotto le piante, li mandai  a prendere il posto dei frutti raccolti, con un montante alla mascella a ciascuno di loro.
Tornammo, stanchi ma felici, a palazzo, portando un carico di frutti e la buona notizia di aver debellato i selvaggi e aver liberato l’isola.
Seguirono altri giorni di festa. Le libagioni e le bevande furono tali che perdemmo il conto dei giorni e dei bicchieri che si susseguivano ai nostri occhi e nelle nostre mani.
La regina mi fece ancora delle feste di cui taccio per … non mi pare il caso di ripetermi ulteriormente.
Fu con tristezza che dovemmo accettare l’idea di tornare nella nostra terra, ma non potevamo rischiare che il nostro prezioso carico si deperisse. 

Erano le cinque di mattina quando decisi di fare una corsetta rigeneratrice – il riposo e i bagordi rischiavano di appannare le mie capacità – sulla spiaggia dell’isola. Vorrei poter tornare indietro, riavvolgere il tempo e vivere in modo completamente diverso quegli sciagurati momenti, per evitare quanto accadde, ma ahimé, ciò è impossibile anche per Elemiro Feendoos!
Dopo una decina di minuti di corsa a piedi a velocità sostenuta, fui costretto a fermarmi per pulire i moscerini spiaccicati sulle lenti degli occhiali da sole.
Nei miei occhi nudi si impresse l’immagine dell’uomo più sciagurato sulla terra, di Guglielmo Smidt che, ancora preda dei fumi dell’alcool, usciva dalla porta del palazzo con l’anello proibito intorno al dito.
Attaccato all’anello, quello che sembrava un grosso tappo. Alle sue spalle, un orripilante gorgoglio, che ricordava quello di un lavabo che si stesse svuotando. Sotto i miei piedi, l’isola di Atlandide che veniva risucchiata dal mare come  un chicco di riso in un lavello. Nei miei occhi, la disperazione della popolazione che fuggiva in tutte le direzioni. E Smidt, con un’espressione ebete sul viso, che mi chiedeva: “A cosa serve questo?”
Riuscii a salvarmi saltando sulla mia barca, remando come un forsennato. Solo John Nerd riuscì a raggiungermi, sull’imbarcazione carica di bananyon. Atlandide stava scomparendo dalla storia per entrare nel mito. 


Alcuni giorni dopo, quando arrivai al cospetto di patron Matteo, guardò i carico di bananyon con occhi interrogativi: “cosa sono?”.
Risposi, senza nascondere un certo fastidio, considerando quanto fossero costati: “Sono i bananyon che dovevi regalare a Felicia!”
Mi trattenni a stento dallo strozzarlo, quando aggiunse: “Chi Felicia? Ieri sera, mentre ero a un concerto di Simone Sala, ho conosciuto una ragazza favolosa che si chiama Angela …”