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venerdì 13 settembre 2013

Robinson



Nacque tutto da una scommessa.
Immerso nell'aria umida, carica di odori di cucina e di afrori umani di un pub londinese, giocavo a carte con Daniel Defoe. Osservandolo in mezzo al fumo del mio sigaro, gli chiesi cosa ci stessimo giocando. Ci pensò su a lungo.
"C'è un'idea che mi frulla per la testa da tempo", disse. "Vorrei scrivere la storia di un naufrago che, rimasto solo su un'isola deserta, debba confrontarsi con la natura e i suoi pericoli, senza nessun aiuto dalla civiltà e dal progresso. Se perdi, mi accompagni, senza l'aggravio di nessuna spesa, verso un'isola del Pacifico di tua scelta, e ci rimaniamo il tempo necessario."
"E se invece vinco, come accade sempre? Sebbene non sia sempre il più forte e intelligente a vincere, accade quasi sempre così."
"Non ho un penny, come saprai. Disponi della mia vita. Oppure ... ti cedo i diritti del romanzo."
Due grossi boccali pieni di birra scura si urtarono, suggellando l'accordo.


Alcuni giorni dopo - per quanto possa sembrare incredibile, dopo una serata in cui le carte dimostrarono quanto sia vero che siano strumento diabolico, avevo perso - eravamo pronti a salpare a bordo del brigantino di cui disponevo come se fosse mio. Il movimento dei marinai in coperta era frenetico. Controllavano l'efficienza e l'ordine delle gomene, la correttezza dell'equipaggiamento; altri calatafavano la carena; un mozzo inseguiva un ratto, con una scopa in mano. Le scorte si ammucchiavano in cambusa, secondo le mie istruzioni. Due commessi trasportavano, sudando e bestemmiando senza pudore, una botte di scotch più pesante di Henry the fat, il marinaio più grasso di Londra, raddoppiando le imprecazioni ogni volta che ricordavano che il viaggio doveva ancora essere ripetuto due volte.
Daniel Defoe incominciava a farmi innervosire, aggirandosi per il legno come se ne fosse il padrone, con uno aria tronfia che non gli conoscevo.
Prendemmo il largo alle 5 del mattino del 25 novembre 1694. Il mare era calmo, mentre le prua puntava decisa verso l'oceano.
La navigazione fu tranquilla, sebbene non priva di attriti fra l'ospite e i membri dell'equipaggio. Daniel dava ordini al nostromo, facendogli saltare i nervi. In più di un'occasione, ebbi bisogno di tutta la mia esperienza per tenere buoni gli animi. Al nostromo spiegavo che il povero ragazzo non aveva esperienza di mare, ma si sentiva padrone in seguito a una scommessa; a Defoe, invece, che i marinai, gente dalla scorza dura e dal carattere difficile, vanno presi con la dovuta diplomazia.
La grave crisi economica che segnava quei tempi, ci consigliò di dirigerci verso le Azzorre, invece di raggiungere il Pacifico, per tagliare i costi.
Dopo tre giorni di mare, il marinaio Keith venne a rapporto. Affermava di aver visto aggirarsi un clandestino a bordo, durante la notte. Noto per la facilità con cui il whisky entrava dalla sua bocca e le frottole ne uscissero, sosteneva di aver esitato a lungo prima di venire a parlarmene. Adesso, però, ne era certo: mi mostrò un berretto che non sembrava appartenere a nessun membro dell'equipaggio.
Diedi le istruzioni agli uomini per stabilire i turni di guardia, e mi ritirai in cabina a giocare a scacchi con lo scrittore.
Venni svegliato, nel cuore della notte, dalle urla del marinaio di guardia, che aveva acciuffato il clandestino.
Sebbene assonnato, appena lo ebbi di fronte - un giovine magro e male in arnese - ebbi la certezza che non fosse un ragazzo. Mi guardai bene dal comunicarlo ad alcuno: potete immaginare l'effetto che avrebbe avuto sugli uomini sapere di avere una donna a bordo. Nella semioscurità, il bianco dei suoi occhi intelligenti saettava da un fianco all'altro della nave, in cerca di una probabile via di fuga.
Condussi il clandestino in cabina, rassicurando la ciurma che me ne sarei occupato io con fermezza, rinviando al mattino successivo le decisioni.
Volle il destino, invece, che Alizée - questo il suo nome - si rivelasse più donna di quanto facesse trapelare l'aspetto, una volta smessi i panni del ragazzaccio impolverato. Scardinando le mie ferree difese, riuscì a penetrare nel mio cuore, costringendomi alla sola scelta possibile di trattenere il clandestino agli arresti nella mia cabina per il resto del viaggio.
Gli ultimi giorni furono all'insegna del nervosismo, ancor più di quanto non lo fosse stata la partenza. Le mie partite a scacchi con Daniel Defoe si ridussero fino a scomparire del tutto, e questi rivolse tutte le sue attenzioni al sempre più esasperato nostromo.
Un plebiscitario sospiro di sollievo accolse il nostro sbarco sull'isoletta di Sao Marco.
Scomparsa fra i flutti dopo il maremoto del 1744, Sao Marco si presentava all'epoca come un'isola rigogliosa. Interamente ricoperta di vegetazione, era abitata soltanto da numerose capre, forse abbandonatevi dai primi navigatori portoghesi, secoli addietro. Ne colpii alcune lanciando loro dei sassi, preparando una cena di cui si parlava ancora, decenni più tardi, nel porto di Londra nella mia ultima visita.
Quando, esausti per aver liberato del suo prezioso contenuto una delle tre botti di scotch, tornammo alla nave per la notte, ne portai anche a Alizée, che avevo prudentemente lasciato chiusa a chiave nella mia cabina.
I giorni successivi trascorsero nella più totale libertà, per non dire anarchia. Lasciai liberi i marinai di scorrazzare per l'isola, mentre Defoe prendeva appunti, ora appollaiandosi in cima a un dirupo, ora assaggiando un'erba sconosciuta, ora, ancora, studiando come prendessi e cucinassi le capre, o pescassi i variopinti esseri che popolavano il mare.
La necessità di far apprendere l'inglese al clandestino, per metterlo in condizione di poter essere giudicato al nostro rientro in terra d'Albione, mi diede modo di appartarmi con la ragazza nel fitto bosco, e di disperderci alla vista della ciurma.
Soprattutto, perdemmo noi stessi l'una fra le braccia dell'altro.
Alizée e io avevamo trascorso le ultime notti sull'isola, in una capanna che avevo sapientemente costruito con delle palme sconosciute che abbondavano sulla collina.
Quando eravamo nel pieno della passione, Daniel pensò bene di riportarci alla realtà con la pretesa di ripartire immediatamente: ormai ne sapeva abbastanza, era stufo di quella maledetta isola deserta, e non vedeva l'ora di tornare a respirare il fumo di Londra. Litigammo furiosamente. Arrivai a sfilare le chiavi dal cruscotto della nave, per impedirgli di partire. Andammo a dormire tranquilli, ma mi svegliai con uno peso ignoto sul petto, che si rivelò profetico: Alizée era scomparsa.
Albeggiava appena. Non ero sereno, sapendo che aveva assistito al litigio del giorno precedente. Temevo che potesse compiere una sciocchezza, magari sentendosi in qualche modo responsabile dell'accaduto. Mi misi sulle sue tracce, interrogando ogni pietra, ogni ramo spezzato, ogni filo d'erba piegato dal peso di un piede umano.
Mentre fiutavo l'aria e, con una mano sulla mia tasca toccavo, la rassicurante chiave, dai più remoti recessi della mia memoria, un pensiero si fece forza: le chiavi per mettere in moto i motori non erano ancora stati inventate.
Avvistai Alizée, nascosta dietro un albero, singhiozzando, mentre con le braccia si cingeva le gambe piegate.
Neanche i cruscotti, erano ancora stati inventati. Me ne resi conto con cruda certezza mentre vedevo il mio brigantino ormai al largo.
"Tesoro, piccola, cos'è successo? Ci sono qua io, non devi temere."
"Dovevi andare via, Elemiro, dovevi abbandonarmi su quest'isola. Io non sono degna di tornare in Europa con te", disse in un incerto inglese.
Guardai la nave, che non era più che un puntino scuro sulla linea dell'orizzonte.
"Io ... io ..."
"Su, Alizée, cosa può mai avere da nascondere una creatura con uno sguardo limpido come il tuo?"
"Io ... io ... sono ... "
"Sì? Sei cosa?"
Fra un singhiozzo e l'altro, mentre tirava su col naso, riuscì a dire: "Sono svizzera, lo capisci?"
"Non fa nulla", la rassicurai. Mi venne in aiuto Billy Wilder: "Nessuno è perfetto"


E ancora, lo sguardo fisso sul mare, il suo corpo stretto al mio, mentre la mia mano le accarezzava i capelli: "Neanche io", mentii.

lunedì 17 settembre 2012

Atlantide perduta




Ogni singolo istante vissuto in quei giorni è rimasto scolpito nella mia memoria come un’iscrizione latina nella pietra. Non era tanto il viaggio in sé a essere pericoloso, quanto l’insieme delle responsabilità per la missione da compiere, il rischio, sì, ma soprattutto l’incanto di visitare una terra così carica di storia, di leggenda, di bellezza, il cui solo ricordo ancora mi fa accapponare la pelle e, nel contempo, inumidire gli occhi. 

Avevo ricevuto l’incarico, da parte di Matteo, patron dell’Ortofrutta Cavaliere, di procurare della frutta mai vista. Il suo intento era di stupire e conquistare una donna, tale Felicia,  offrendole doni che, sicuro dell’effetto dei suoi occhi penetranti e dei suoi boccoli quasi biondi che avevano infranto più cuori femminili di una borsa di Gucci, gli avrebbe dato garanzia di successo. Sebbene io non abbia mai avuto bisogno di simili espedienti per conquistare un  amore, maschile o femminile che fosse, sono sempre stato così sensibile alle faccende di cuore che non seppi dirgli di no. Senza contare che la sua bottega di frutta era sempre aperta alle mie fameliche scorribande in cui  razziavo, senza nulla dare in cambio, le sue cassette di percoche, persiche  e uva moscata, piuttosto che di fichi d’India o di mele annurche. 

Armai un’imbarcazione snella, con la quale solcavo abitualmente il  Mediterraneo, e presi il mare in direzione di Atlantide, isola di cui si favoleggiava molto di più di quanto non la si conoscesse veramente. Non eravamo in molti, insieme a me,  Capitano Elemiro Feendoos, ad aver osato attraccare nei suoi porti e, sebbene i commerci con le altre popolazioni romane, greche ed egizie fossero fiorenti, era tutto nelle mani di pochi ardimentosi. 

La popolazione di Atlantide non era molto ospitale, è vero -  e quanto sto per raccontarvi vi farà capire quanto avessero ragione!  - ma la pessima reputazione era dovuta soprattutto a una piccola tribù di selvaggi, rifugiatisi fra le sue più impervie montagne, ad aver esteso a  tutti i suoi abitanti la fama immeritata di efferata quanto gratuita crudeltà. La tribù era composta da un manipolo di svizzeri sfuggiti chissà come alla meritata galera, rozzi quanto ignoranti, crudeli quanto insaziabili. Fu questo a indurmi alla sconsiderata scelta di portare con me uno svizzero, tale Guglielmo Smidt, soprannominato Bankomatt, per tentare di ragionare con i selvaggi.
Il mio problema era che il frutto migliore, il famoso bananyon che avevo assaggiato in una precedente visita all’isola, si trovava proprio nei territori appannaggio degli elvetici.  
Sbarcati sull’isola col mio fedele equipaggio, agguerrito quanto fidato – se si esclude il già citato Smidt – fummo accolti nel palazzo reale con le più grandi manifestazioni di affetto. Alcuni anni prima avevo salvato la vita al re e avevo anche reso felice la regina per altre ragioni di cui taccio perché sono, come ormai saprete, un gentiluomo riservato. L’accoglienza fu tale che impiegammo quasi una settimana per smaltire i bagordi durati due giorni in cui i regnanti non ci fecero mancare nulla. Il palazzo reale, nel suo splendido color ocra, visibile a decine di miglia di distanza posto com’era su un’altura, dai tetti dipinti di oro – non color oro, ma oro vero – circondato di statue raffiguranti eroi e dei in pose memorabili, di piante altissime e dalle varietà mai più apparse sulla faccia della terra, lasciava senza fiato anche me che lo avevo ormai visto molte volte. Fummo condotti a visitare i suoi interni: l’immenso salone adibito ai ricevimenti e alle feste, in cui gozzovigliammo senza ritegno per i primi due giorni, con una piscina centrale sotto una tettoia di vetro colorato che lasciava penetrare la luce ma non il calore, circondata di tavoli imbanditi di ogni ben di Dio; le camere da letto del re e della regina, col suo letto galleggiante su una piscina di più modeste dimensioni rispetto alla prima;  le stanze dove si producevano e si conservavano vino, olio e dove si immagazzinava il grano, venivano stipate le spezie fatte venire dai paesi più remoti; il giardino coperto dove ci si riparava dal fresco dell’inverno ma anche dal calore insopportabile dell’estate atlantidea; le pitture, i trompe l’oeil che adornavano le pareti e ogni singola stanza del palazzo fu a noi svelata e raccontata dai cortesissimi ospiti. 

A me solo, poi, la regina mostrò una stanza dove era solita tenere convegni sul racconto dei quali, essendone anch’io protagonista, soprassiederò, sicuro di avere la vostra comprensione e il vostro plauso. Al centro del palazzo, infine, si trovava una stanza chiusa a chiave in cui, soltanto grazie alla fiducia conseguente ai servigi da me resi al re, fummo introdotti e di cui ci furono svelati i segreti. Al centro di questa stanza misteriosa, infatti, si trovava ancorata al pavimento un anello che sembrava attivare una leva. Il re ci disse, parlando in modo grave, che mai quella leva avrebbe dovuta essere tirata. 

Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non riesco a perdonarmi per non aver controllato se la porta venisse chiusa alle nostre spalle uscendo, e mi sento parzialmente colpevole per tutto il disastro che ne seguì.
Trascorsi quei giorni di festa e poi di smaltimento della stessa, ci incamminammo, armati fino ai denti, verso le alture frequentate dai famigerati elvetici. Ci accampammo ai piedi della montagna e lì trascorremmo la notte. All’alba, eravamo pronti ad avventarci sui bananyon. Mano sui pugnali, camminavamo nella foresta. Non avevo prestato ascolto al suggerimento dello scozzese John Nerd, che voleva che usassimo il gps per orientarci, facendogli notare che non era ancora stato inventato. Si immusonì e non mi diede retta per tutto il resto della spedizione. A volte è davvero dura essere capo, credetemi. 

Mentre due uomini erano rimasti a terra, di guardia, i più agili ci eravamo issati sulle chiome più alte, dove il sole meglio maturava i frutti, e raccoglievamo bananyon a piene mani, mangiandone anche qualcuno, di tanto in tanto, essendo impossibile resistere al loro profumo tentatore. La fortuna volle che la tribù degli svizzeri ci scoprisse soltanto una volta a terra, costringendoci a una pugna infernale sì, ma per lo meno avevamo i piedi ben piantati sul suolo e non sospesi nell’aria come qualche minuto prima. I miei  uomini si batterono come leoni. Io ne prendevo a sberle un paio, mentre ne avevo presi altri due per il collo, uno nella mano destra, uno nella sinistra. Infine, messi in fila sotto le piante, li mandai  a prendere il posto dei frutti raccolti, con un montante alla mascella a ciascuno di loro.
Tornammo, stanchi ma felici, a palazzo, portando un carico di frutti e la buona notizia di aver debellato i selvaggi e aver liberato l’isola.
Seguirono altri giorni di festa. Le libagioni e le bevande furono tali che perdemmo il conto dei giorni e dei bicchieri che si susseguivano ai nostri occhi e nelle nostre mani.
La regina mi fece ancora delle feste di cui taccio per … non mi pare il caso di ripetermi ulteriormente.
Fu con tristezza che dovemmo accettare l’idea di tornare nella nostra terra, ma non potevamo rischiare che il nostro prezioso carico si deperisse. 

Erano le cinque di mattina quando decisi di fare una corsetta rigeneratrice – il riposo e i bagordi rischiavano di appannare le mie capacità – sulla spiaggia dell’isola. Vorrei poter tornare indietro, riavvolgere il tempo e vivere in modo completamente diverso quegli sciagurati momenti, per evitare quanto accadde, ma ahimé, ciò è impossibile anche per Elemiro Feendoos!
Dopo una decina di minuti di corsa a piedi a velocità sostenuta, fui costretto a fermarmi per pulire i moscerini spiaccicati sulle lenti degli occhiali da sole.
Nei miei occhi nudi si impresse l’immagine dell’uomo più sciagurato sulla terra, di Guglielmo Smidt che, ancora preda dei fumi dell’alcool, usciva dalla porta del palazzo con l’anello proibito intorno al dito.
Attaccato all’anello, quello che sembrava un grosso tappo. Alle sue spalle, un orripilante gorgoglio, che ricordava quello di un lavabo che si stesse svuotando. Sotto i miei piedi, l’isola di Atlandide che veniva risucchiata dal mare come  un chicco di riso in un lavello. Nei miei occhi, la disperazione della popolazione che fuggiva in tutte le direzioni. E Smidt, con un’espressione ebete sul viso, che mi chiedeva: “A cosa serve questo?”
Riuscii a salvarmi saltando sulla mia barca, remando come un forsennato. Solo John Nerd riuscì a raggiungermi, sull’imbarcazione carica di bananyon. Atlandide stava scomparendo dalla storia per entrare nel mito. 


Alcuni giorni dopo, quando arrivai al cospetto di patron Matteo, guardò i carico di bananyon con occhi interrogativi: “cosa sono?”.
Risposi, senza nascondere un certo fastidio, considerando quanto fossero costati: “Sono i bananyon che dovevi regalare a Felicia!”
Mi trattenni a stento dallo strozzarlo, quando aggiunse: “Chi Felicia? Ieri sera, mentre ero a un concerto di Simone Sala, ho conosciuto una ragazza favolosa che si chiama Angela …”

giovedì 2 giugno 2011

Una torrida estate



Fu l’estate più lunga e calda che io ricordi. Il cielo era terso da tanto di quel tempo che il celeste faceva male agli occhi. Il Mar Jonio era una pozza di brodaglia calda; il Golfo di Arta sembrava un calderone pronto per buttarci dentro la pasta. A peggiorare ulteriormente il tutto, l’assedio di Azio, sebbene ancora non si sapesse chi fossero gli assediati e chi gli assedianti, rendeva l’atmosfera irreale e immobile. Gli uomini erano nervosi, di qua e di là dello schieramento. Ottaviano, con abili manovre e opportune dicerie, a lui congeniali, e circondatosi di uomini capaci e fidati, riusciva a tenere alto il morale dei suoi legionari. D’altro canto, i seguaci di Marco Antonio e di Cleopatra erano ancora esaltati dalle recenti soddisfazioni in battaglia. A molti di loro, ai principi dell’estate, prudevano le mani.
Questi mesi di fermo, invece, avevano reso nervosi gli animi, pesanti le imbarcazioni, che necessitavano di carenatura a causa del troppo tempo trascorso  in acqua ferme e fatto allontanare nel tempo l’idea dello scontro. Insomma, si era alla stagnazione totale. Io mi trovavo nei paraggi per una missione piuttosto delicata e che aveva sempre creato apprensione nel mio pur valoroso equipaggio: la raccolta delle seppie panate e fritte Feendoos sui fondali dell’Adriatico.
Essendoci premurati di apparire innocui pescatori e grazie all’amicizia che mi legava ad alcuni marinai in entrambi gli schieramenti –  avevo fatto dei grossi favori a molti di loro, che per pudore non voglio qui ricordare – riuscimmo ad attraversare le navi schierate in posizione di combattimento all’imbocco dello stretto di Azio. Volevo stringere la mano a Marco Antonio, questo ragazzone che aveva messo a soqquadro il Mediterraneo. Sì, lo avrete già immaginato: volevo anche rivedere la regina, Cleopatra VII, dopo oltre un decennio dal nostro ultimo incontro, di cui magari vi parlerò in altra occasione; magari rivelandovi anche chi fosse il vero padre di Cesarione;  e magari ristabilirò un po’ di verità storica a proposito di questa donna potente quanto infelice, dolce – non potete immaginare quanto! – e sicura allo stesso tempo.  Ma ora, prima che  mi si stringa il cuore per la nostalgia, voglio raccontarvi quanto accadde in quella fine estate  del 31 a.C., quello che veramente fece precipitare gli eventi e rovesciare quello che sembrava un destino scontato.
Marco Antonio mi accolse come un fratello. Se sapete qualcosa delle sue abitudini in fatto di cibo, di bevute e di donne, potete farvi un’idea, per quanto approssimativa, di quello che potei vedere con i miei occhi. E credetemi, sono occhi che hanno visto di tutto. Il vino correva a fiumi e  le abbondanti libagioni, che avevano conferito al suo corpo un aspetto più massiccio, ma anche più molle, misero a dura prova anche il mio leggendario appetito.  Ciò che più mi colpì, però, fu come Cleopatra riuscisse a tenergli testa: quanto era cambiata la ragazzina dall’aspetto fragile che avevo conosciuto ai tempi di Giulio Cesare!

Albeggiava. Eravamo ancora intorno al desco. Grovigli di corpi lucidi, sudati, gementi e per lo più in preda ai fumi dell’alcool mi circondavano. Per sicurezza, avevo lasciato buona parte dei miei uomini all’ancora. Mi rendevo conto di aver fatto, anche questa volta, una scelta quanto mai appropriata. Antonio si lasciò andare a confidenze che non aveva avuto l’aria di covare, prima che il vino avesse inibito i suoi freni. Cleopatra sembrava piuttosto nervosa. Quando il condottiero romano si addormentò, la presi sottobraccio e la condussi al molo. Il sole si stava appena affacciando sulla linea dell’orizzonte, ma già la calura era insopportabile. Cleopatra mi teneva il braccio, aveva la testa appoggiata sulla mia spalla. Io ero preda dei ricordi, avvertendo il fresco contatto della sua pelle, e sentimenti contrastanti si alternavano nel mi petto. Pensavo a Monica che avevo lasciato da poco, dopo una folle settimana di passione sul lago di Como; avevo ancora in bocca il dolce sapore dei suoi baci, eppure il corpo di Cleopatra mi turbava ancora profondamente.
Non potevo più sostenere la luce del sole negli occhi, e li girai verso il viso della donna. Una lacrima luccicava sulla sua guancia. “Vorrei vedere ancora una volta Alessandria e i miei figli: ho un brutto presentimento.” Subito dopo, recuperando in modo incredibile il suo aplomb e la sua sicurezza, aggiunse sorridendo:  “Senza contare che ho finito lo smalto per le unghie.”
Stavo già passando al vaglio le varie possibilità di realizzare questo suo desiderio, quando l’enorme distesa di azzurro e di celeste davanti ai miei occhi mi diede l’idea. Ormai chi mi legge sa che sono sempre riuscito a venir fuori dalle situazioni più incredibili con la sola forza delle mie mani o del mio genio, e anche questa volta fui sorpreso io stesso da ciò che avevo pensato.
Presi Cleo – quante volte l’avevo chiamata così! – per le spalle, la baciai in fronte e le dissi di farsi trovare pronta entro quarantott’ore.   Una squadra di pittori mi seguì ai cantieri navali. In capo a due giorni, una veloce imbarcazione, sorta di trireme modificato secondo le mie istruzioni, era stato ridipinto in modo così magistrale dello stesso azzurro del mare che, passando in mezzo alle navi di Vipsanio Agrippa, il comandante che rispondeva agli ordini di Ottaviano, neppure il più sveglio dei loro marinai avrebbe potuto vederla! Avevo fatto eseguire anche qualche altra geniale modifica: i remi sotto il pelo dell’acqua, isolando le aperture con degli stracci impermeabilizzati imbevendoli di pece, e rimosso la vela e l’albero. Non si sarebbe vista, durante la navigazione, che una leggera increspatura dell’acqua.
Avvisai Cleopatra, andai a salutare e rassicurare Antonio che saremmo stati di ritorno in breve tempo e salpammo. Considerando la stasi che durava da mesi, ero certo che la nostra partenza in segreto non avrebbe causato nessuna conseguenza. 
L’imbarcazione uscì senza difficoltà dal porto, passammo in mezzo alle navi  nemiche ignorati da tutti. Potevo vedere, di lontano, i marinai sonnecchiare, riparandosi alla meglio dal sole. Ogni tanto si sentivano degli scoppi di risa seguire frasi dette per allentare la tensione. Sulla nostra nave, invece, tutti parevano trattenere il respiro, anche, a  dispetto dell’enorme sforzo che stavano compiendo,  i valorosi rematori che avevo scelto.
In breve fummo fuori pericolo,e  navigavamo spediti verso Alessandria. E fu allora che accadde l’irreparabile: la fortuna,che si dice aiutare gli audaci, spesso arride a chi trama nel buio. Quel cane infido e rinsecchito di Ottaviano, per mezzo dei suoi scagnozzi grazie ai quali era riuscito a mettere in cattiva luce Antonio agli occhi del Senato e del popolo di Roma, si era impadronito di una vecchia polaroid che ritraeva Cleopatra e me in atteggiamenti che ben poco lasciavano all’immaginazione (non trovate che quest’espressione sia trita e abusata? Io sì, ma per ora non me ne viene in mente una migliore).
Sempre circondato da personaggi ambigui e viscidi come Vittorio Feltr … scusate, ho sbagliato millennio, come Virgilio e altri della sua risma, fece pervenire quella istantanea nelle mani di Marco Antonio.  Folle di ingiustificata gelosia, questi fece armare una nave e si pose al nostro inseguimento.  Tutto accadde in modo così repentino che nessuno fece in tempo a fermarlo.
I suoi uomini, però, ignari di tutto ciò, presero il tutto per un suo abbandono, per un inatteso tradimento. E fu così che si decisero le sorti della battaglia di Azio: in breve il vento prese a spirare in favore di Ottaviano e dell’Impero, facendo crollare la Repubblica di Roma sotto i suoi colpi di mano, fatti di intrighi e di ingressi in Senato accompagnato da soldati con le armi bene in vista.
In mezzo al Mediterraneo, mentre vogavamo ignari in direzione di Alessandria, fummo raggiunti da Marco Antonio. Ci arrembarono, dopo averci agganciati col rampone, e me lo ritrovai di fronte, daga sguainata, rosso d’ira in viso e poco disposto al dialogo. Mai come in quel momento avrei voluto essere altrove. Non sono mai fuggito di fronte al pericolo, ma quella situazione non mi piaceva per niente. Eppure, fu proprio l’uomo che avevo di fronte a farmi tornare il coraggio quando, dopo avermi apostrofato con le peggiori parole che conosceva, fra cui traditore e altre che non posso qui ripetervi per il pudore che mi conoscete, girò la punta della daga in direzione di Cleopatra: “Tu, tu, specie di …”. Lo interruppi con forza: parai con il mio ferro, costringendolo a tacere e a guardarmi in viso. “Non osare aggiungere altro”, gli intimai. Lui, però, non pensava: muggiva, era un toro infuriato. Affondò il colpo, io riuscii a schivarlo con una mossa che avevo imparato in Oriente e che lo disorientò. Tentò ancora di colpirmi, anche di taglio, cosa che fra gentiluomini si tenda a evitare, ma io schivavo e paravo da mio pari. Perse l’equilibrio, ne approfittai per colpirlo con una gomitata nelle spalle, facendolo cadere a terra. Qualche anno addietro non ci sarei riuscito, ma ormai il corpo di Antonio era segnato dagli anni e dai vizi e lo immobilizzai. Lo disarmai, gli puntai la daga alla gola e tentai di farlo ragionare. Quando ebbi saputo della polaroid, gli risi in faccia, facendogli notare che la furia della sua gelosia gli aveva impedito di vedere che quella foto apparteneva ai tempi di Cesare, di quando ancora lui non conosceva Cleopatra. E che, aggiunsi non senza qualche dubbio, ormai fra noi era tutto finito.
Non ci crederete, ma fu in quel momento che vissi uno degli episodi più imbarazzanti della mia vita. Rialzatosi, scoppiò a piangermi sulla spalla. Il fatto che mi bagnasse la giacca, fra l’altro, mi irritava non poco. Gli davo delle pacche fraterne sulle spalle: “Su, su, non fare così. Gli uomini ti guardano.” Feci stappare una bottiglia di ottima Tintilia – non ne conosco che di ottima, se devo essere sincero – e cercai di tirarlo su. Non mi facevo illusioni riguardo al destino del regno suo e di Cleopatra, ma buttarlo via con una fuga non era degno di loro. Fra l’altro, io incominciavo a stufarmi di pianti, smalti e intrighi e non vedevo l’ora di tornare alle mie seppie panate. Volsi la prua a Meridione e finsi di essere preso dai problemi della navigazione.
Qualche settimana dopo, mentre mi giungeva l’eco dei trionfi del tronfio Ottaviano, io ero tornato fra le accoglienti braccia di Monica. Navigavo le sicure acque del Lago di Como, annusando i suoi lunghi boccoli neri.