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domenica 23 dicembre 2018

Fats Waller



“Quando navigavo nei mari del Nord, mi capitò di conoscere una tribù che viveva in un posto così freddo che i suoi componenti non avevano più il collo ...”
Melanie mi guardò con scetticismo.
“E' tutto vero! Gli abitanti della Scandilandia vivevano con la testa incassata nelle spalle da generazioni e si erano adattati a quelle temperature.”
Mi diede una manata sulla spalla e scoppiò a ridere.
Stavo per aggiungere altri dettagli a quella che, per quanto incredibile, era una storia vera, quando mi sentii chiamare: “Ehi, tu, marinaio!”
Terricoli! Nessuno mi chiamava così da secoli. Mi girai verso i due poliziotti che mi avevano chiamato.
“Dica, agente”.
Abbassando di un tono la voce, rispose: “Sono un sergente. Ha visto un grosso negro passare di qui? Molto grosso, una montagna di carne.”
“Sì, sergente. Correva verso la Cinquattresima. In effetti non so se fosse quello che cercate voi due”
Subito dopo, aggiunsi: “Sono sicuro che, considerando la sua mole e il vostro acume, non faticherete a trovarlo”.
Il sergente mi rispose con uno sguardo truce, che tradussi con le seguenti parole: “Ringrazia che ho altro da fare, marinaio, altrimenti adesso mi occuperei di te e te ne ricorderesti a lungo!”.
Evitai di urlargli dietro che ero un Capitano di lungo corso e mi infilai – insieme alla splendida donna che mi accompagnava – nel vicolo: “Vieni fuori, ragazzo: li ho mandati a spasso!”
Dal buio, emerse l'enorme sagoma. Sprizzava vitalità da ogni poro. Si asciugò la fronte sudata con un fazzoletto e mi porse la mano: “Ti ringrazio … Capitano”, sorrise, “Mi chiamo Thomas Waller, ma tutti mi chiamano Fats. Chissà perché!” E scoppiò in una di quelle fragorose risate che avrei sentito spesso, nei giorni successivi. Gli presentai Melanie, che gli tese la mano scuotendo i suoi lunghi boccoli neri. La guardavo ogni giorno più rapito: la sua pelle liscia e scura, i suoi occhi e la sua bocca sorridenti, da cui emergevano denti bianchissimi, avevano un fascino ipnotico.
“Dovete assolutamente venire con me a farci una bevuta! Poi, se ne avrete voglia, potrete rimanere ad ascoltarmi suonare.”
I miei occhi si fermarono a interrogare quelli di Melanie, con cui avevamo già un programma di tutt'altra natura. L'ago della bilancia era pericolosamente in equilibrio: il vostro Capitan Feendoos non si era mai tirato indietro di fronte a un invito a bere. Quando Melanie disse: “Dai, Elemiro, andiamo ...”, col suo sorriso disarmante, non ci furono più dubbi. Nel suo sguardo, inoltre, lessi quasi un tacito rimprovero: non si deve fare del bene, se non si è poi in grado di accettare la gratitudine!

Il fumo si condensava sopra le nostre teste. Il cicaleccio era assordante. Fats Waller era a casa sua, in quell'ambiente. Ci fu uno scambio di pacche sulle spalle e vigorose manate. Un ragazzo era seduto al piano. Appena ci vide, si alzò per lasciare il posto a Fats. Lo sgabello cigolò pericolosamente sotto il suo peso; le dita sulla tastiera, invece, erano talmente leggere da sembrar volare, mentre suonava Muscle Shoals Blues. Per quanto bevesse – e Melanie e io faticavamo a stargli dietro, per quanto ci facessimo onore – c'era sempre un bicchiere pieno di birra sul pianforte.
Dopo una carrellata di brani che lasciavano senza fiato, si fermò. Gli chiesi chi erano gli altri musicisti e ce li presentò: Emilio Coulitte al contrabbasso - “viene dall'Europa” disse, forse dalla Francia o qualcosa del genere” - un ragazzone sveglio e dal bicchiere facile, con una lunga barba nera, e alla chitarra Vincent Roccia, con la giacca sghemba su una spalla e un sorriso schietto che nessuno avrebbe potuto rubargli dal viso.
Entrò un tipo che sembrava un rappresentante di commercio. Indossava abiti di due taglie inferiori alla sua. Sudava in modo vistoso; sembrava che il sudore fosse la sua stessa essenza, la sua anima. Frenò la sua corsa al cospetto di Fats Waller e lo implorò di vendergli una canzone.
“Quanto mi dai?”
“Ti posso pagare con una birra.” Il nostro amico si grattò la testa, si sedette di nuovo al piano e improvvisò un pezzo. Lo trascrisse su un foglio di carta e glielo porse con una mano, mentre con l'altra ritirava la birra. Due manone si incontrarono suggellando lo scambio.
Al trio si unirono altri musicisti in una jam session che sembrava non avere fine. Il jazz si succedeva alle birre e le birre al jazz. Gli occhi di Fats Waller roteavano sempre di più e la musica era sempre più frenetica.
A metà dell'esecuzione di Martinique, Fats fece un cenno a Emilio Coulitte che si lanciò in un assolo di disperata esuberanza, in cui sembrava dover dare fondo a tutte le sue energie residue. Fats sgranò ancora di più gli occhi e disse, rivolto al pubblico: “Voi lo vedete così pallido, ma questo ragazzo è negro dentro!”. E riprese a pestare sulla tastiera. Poi toccò a Vincent Roccia: scolpì una cascata di note sulla sua sei corde. Infine il batterista, che concluse il suo assolo fermando il piatto con i denti. Il pubblico del locale non smise neppure per un attimo di cantare, ballare e battere le mani per accompagnare la musica!

Mi svegliai con un mal di testa avvolgente: conteneva l'intero universo. Io stesso ero una parte di esso, tant'è vero che, appena provai a muovere la testa, presi a gravitare intorno agli oggetti della stanza. Fra gli oggetti, immersi in un disordine inconcepibile, vidi ammucchiati Emilio Coulitte, aggrappato al suo contrabbasso; Vincent Roccia detto Rock che, nonostante l'evidente stato catatonico, muoveva una mano alla ricerca della sua Fender. Era evidente che sognasse, visto che Leo Fender non ne avrebbe prodotte che di lì a qualche anno. Fats Waller dormiva con l'espressione più beata del mondo. Altre persone sconosciute dormivano ammucchiate come stracci buttati sulle poltrone. Infine vidi perfino i due poliziotti che avevano inseguito il pianista. Erano quelli su cui le tracce delle bevute avevano lasciato i segni più vistosi.
Melanie – e questo è un altro dei misteri di quella notte – stava preparando il caffè con una macchinetta napoletana.
Lunghi minuti più tardi me ne porse una tazza, mentre sorseggiava la sua. Era fresca come una rosa appena sbocciata in un mattino di rugiada. Mi sorrideva. Mi tirai su e l'universo riprese il suo moto gravitazionale. Diedi un nuovo sguardo panoramico al mondo che mi circondava. Mentre indugiavo sui corpi immobili, interrogai Melanie con il mento, indicando i poliziotti con lo sguardo.
“All'inizio è stato duro convincerli. Ma non c'è niente che una buona birra e una sana dialettica non riescano a risolvere ...”
I miei occhi erano attratti dai segni rossi sulle nocche di una sua mano che sembravano corrispondere perfettamente a quelli sul viso dei poliziotti.





giovedì 12 marzo 2015

Discordia




La testa poggiata sui generosi seni di Maeve, la pipa fra i denti, guardavo il mare senza vederlo.
Una sua mano mi accarezzava la testa, con le dita fra i capelli.
“Cosa ti affligge, Elemiro caro?”
Voltai la testa per perdermi nei suoi occhi, più profondi dell'oceano. Mi sorrise, e tutto parve dissolversi. Pure, un attimo dopo, una fitta dolorosa al petto mi ricordò perché non riuscissi a essere tranquillo.
“E' per il mio amico Francesco, il comandante Schettino. Un uomo come pochi, un valoroso travolto da cose più grandi di lui, di noi.”
“Raccontami, tesoro ...”
Erano state settimane di felicità incondizionata. Follemente innamorati, Maeve e io avevamo scorrazzato per gli oceani come se non esistesse null'altro. Spesso mano nella mano con gli occhi rivolti al tramonto; più spesso le iridi dell'una in quelle dell'altro; più spesso ancora, le labbra sulle labbra, la sirena Maeve e il Capitano Elemiro Feendoos – che vi parla - avevano vissuto la più intensa storia d'amore di sempre, che nessun poeta avrebbe potuto raccontare senza sminuirne la potenza. L'unica cosa che mi aveva preoccupato, nei primi giorni, era dove si sarebbe dovuta volgere la coda, quando … ma lei seppe dissipare i miei dubbi.
Le poche volte che eravamo costretti a separarci non sapevo pensare a lei senza un tuffo al cuore. Era amore, era follia, furono giorni in cui non ricordavo neppure chi ero.
Ora, gli occhi fissi nei suoi, le raccontai le traversie subite dal povero comandante Schettino, le accuse ingiuste da cui era stato sopraffatto e l'impossibilità di difendersi.
“Bisogna fare qualcosa”, mi disse la mia sirena. “Appena torno a casa, ne parlo con le mie sorelle e vediamo come tirarlo fuori da questa situazione.”
Le sorrisi, fingendo di credere che fosse possibile. Io, che avevo affrontato prove da cui nessun umano sarebbe uscito vivo; io, che ero conosciuto da tutto il mondo per il mio coraggio e la mia forza, ero scorato e privo di speranza. Il suo sorriso, invece, mi infuse una tale fiducia che, quando le sue labbra tornarono al loro posto, e cioè sulle mie, avevo già dimenticato tutto.

Il giorno dopo, fui alle prese con la carenatura della mia nave: i mesi in cui era stata ferma ne avevano appesantito lo scafo e passai la mattinata a dirigere le operazioni. Se si escludono un paio di incidenti dovuti a Fritz, un marinaio svizzero di cui non vedevo l'ora di liberarmi, tutto procedette a meraviglia. L'armatore mi disse che saremmo dovuti restare fermi ancora qualche settimana, tuttavia, per via della crisi. Io ho navigato accanto ai Fenici, ho guardato gli occhi di Pompeo mentre solcava il Mediterraneo, ho preso a pugni quel delinquente di Morgan mentre rapinava la Giamaica agli Spagnoli, e non ricordo un giorno in cui non vi sia stata qualche crisi. Evitai di ribattere all'armatore, tuttavia, e mi congedai, con l'ennesimo tuffo al cuore, pensando a Maeve che avrei rivisto più tardi.

Qualcuno potrebbe aver notato quanto usi il pronome io, e magari farsi l'idea, sbagliata, che sia pieno di me: nulla di più falso! Se ho sottolineato il mio valore è soltanto perché è incontestabile, quanto incontestabile è la mia modestia.

Al molo, più tardi, guardavo i gabbiani, ascoltando i loro versi acuti. Mi tuffai in acqua e nuotai nelle profondità per lungo tempo. La frequentazione di Maeve e delle sue amiche sirene aveva reso ancora più lunga la mia proverbiale apnea. Ero distratto: andai a finire col cranio contro un capodoglio che ebbe la peggio e che finì per essere la cena dell'equipaggio.
Della mia sirena, nessuna traccia. Confesso che incominciavo a preoccuparmi: tutta quella storia era immersa nel marcio, e della categoria peggiore. Il marcio dei potenti, dei soldi che passano sopra le vite dei poveri umani che incontrano, travolgendo e lasciando un percorso lastricato di morti.

Mentre mi asciugavo al sole, fu con enorme sollievo che la vidi emergere sorridente dalle acque.
Era una scena che avevo visto innumerevoli volte, in quei mesi, eppure mi lasciò ancora senza fiato: il suo corpo lucido che usciva dall'acqua, le gocce che scivolavano sui suoi seni nudi, i capelli incollati al petto erano di una bellezza tale da non farti dormire.

Mi baciò senza smettere di guardarmi e di sorridermi. Era capace di infondere la pace in qualunque cuore tormentato. Sollevò il braccio all'altezza del mio viso. Quando la sua mano si schiuse, vidi una chiavetta USB.
“Ascolta. Lì c'è tutto quello di cui ha bisogno il tuo amico.”
“Ma ...”
“Shhh, non posso dirti nient'altro. Non chiedermi come l'ho avuto.”
In macchina, più tardi, dopo che l'ebbi ringraziata, che lei si fu schermita e che accaddero altre cose che non posso raccontarvi (sapete quanto io sia ritroso a tale riguardo), tolsi il CD con musiche del mio amico 'O Carolan e infilai la chiavetta nell'autoradio e ascoltai quanto segue:

"Presidente?"
"Sì, dimmi."
"Mi sono permesso di svegliarla perché è successo un fatto increscioso."
"Sì, lo so che se mi chiami a quest'ora ... non perdiamo tempo: cos'è successo?"
"La Discordia. Mentre facevano la solita pagliacciata dell'inchino, si è incagliata negli scogli.
Il guaio è che si è inclinata, e non sarebbe dovuto accadere, come lei sa."
"Lo so benissimo, maledizione. Fammi il quadro della situazione."
"Ci sono stati dei morti. I danni sono ingenti. Pare che ci siano stati problemi nella segnalazione dalla Capitaneria."
"Sarebbe un guaio se il capitano ... gli è successo qualcosa?"
"Ecco, c'è da aggiungere anche questo: il capitano è vivo."
"Bisogna metterlo in condizione di non nuocere."
"Mi sono preso la licenza di provvedere io, presidente. Ho fatto in modo che si allontanasse dalla nave.
Così potremo dare la notizia direttamente insieme a quella della sua fuga."
"Bene, ma non basta."
"Me ne occupo di persona. Farò in modo da togliergli ogni credibilità."
"Non possiamo uscirne puliti, questo è certo, ma bisogna limitare i danni. L'errore umano è sempre in agguato."
"Per l'appunto, presidente. Non può che trattarsi di errore umano. Intanto, mentre i media si occuperanno della tragedia, avrò modo di fornir loro una storiella che limiti i danni e scarichi tutto sul capitano. Si renderà conto da solo, a quel punto, che non gli rimarrà altra scelta che seguire il nostro percorso."
"Procedi pure. Tienimi aggiornato e continua a usare questo numero. Mi congratulo con te, a presto."

Era quanto serviva. Il problema era divulgarlo, ora. Nessuna voce era riuscita a levarsi contro il coro unanime di condanne, fin dal primo giorno.
Mi precipitai al Corriere del pomeriggio. Evitai di rivolgermi ai capo-redattori, notoriamente gli esseri più servili che si aggirino da quelle parti, e andai direttamente dal direttore. Mi liberai con due sberle delle sue guardie del corpo (uno dei due è ancora in terapia intensiva, l'altro si è convertito alla culto di Peppa Pig, e grufola in giro per il mondo senza sosta). Mi sedetti sulla scrivania, e tenendolo per la cravatta, lo costrinsi ad ascoltare.
Il pover'uomo era impallidito. Tremava talmente che i sismografi rilevarono intensa attività, allertando la Protezione civile.
Quando le voci si spensero, era ancora più spaventato. Il suo povero cervello doveva sospettare cosa mi aspettavo da lui. Non mi mossi di lì finché i quotidiani non furono caricati sui camion, riportando la notizia del giorno. Sicuramente l'armatore della Discordia avrebbe trovato il modo di riemergere pulito dalla storia, magari scaricando la colpa sulla capitaneria di porto o sul corrotto ingegnere che aveva progettato lo scafo, ma il mio amico Schettino sarebbe stato riabilitato.
Mi rimaneva ancora una cosa da fare. Prima dello scoccare della mezzanotte, ero a Roma, negli studi televisivi.
Chi si trovava sprofondato in poltrona in attesa della sigla di Via col vento, avrà notato sicuramente che le mani di Bruno Vespa non si stropicciavano col solito fare pretesco. Qualcuno, più attento, avrà anche notato il suo pallore innaturale. Nessuno, però, notò che io ero dietro di lui con un moschetto puntato verso il suo petto.
“Stasera avremo una rivelazione straordinaria sull'affare Schettino, che potrebbe ribaltare ciò che si è detto finora del Comandante ...”
Bruno Vespa tremava talmente che tre dei suoi nei si staccarono dal viso e caddero a terra, continuando a danzare come monete da cinque centesimi.
“... una registrazione inedita – di cui non mi assumo nessuna responsabilità, tengo a sottolinearlo...”
e guardava dritto nella telecamera come se volesse implorare il perdono dell'ascoltatore, non quello medio, ma quello che avrebbe potuto distruggere la sua effimera carriera.
Quasi nessuno si accorse dello strattone che ricevette dopo questa frase, mentre veniva proiettato il montaggio di immagini di repertorio che riguardavano il naufragio. Dopo quest'ultimo colpo del mio stivale nelle reni, il poveretto si rassegnò al suo destino e, ormai come sgonfiato, riapparve biascicando una presentazione per la registrazione della telefonata fra l'armatore e il suo tirapiedi.
Più tardi, spenti i riflettori, gli diedi un buffetto sul viso, facendogli saltare involontariamente due capsule dentarie e un molare cariato della cui carie era ancora ignaro. Lo costrinsi ad aprire la mano e, aprendo la mia sulla sua, gli restituii i tre nei che gli erano caduti.
“Questi devono essere tuoi. Bravo, Bruno!”

Il giorno dopo, i morbidi seni di Maeve, su cui posavo il capo, sembravano essere ancora più accoglienti del solito. Sorseggiavo un latte di mandorle allo sciroppo di zugurtando, un frutto che cresce solo nelle profondità dell'oceano, e le accarezzavo il fianco facendola ridere forte per il solletico. Ero felice.
Francesco Schettino, di fronte a me, guardava sereno il mare, come non avveniva da mesi.


Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone reali è casuale e, evidentemente, privo di senso.

venerdì 13 settembre 2013

Robinson



Nacque tutto da una scommessa.
Immerso nell'aria umida, carica di odori di cucina e di afrori umani di un pub londinese, giocavo a carte con Daniel Defoe. Osservandolo in mezzo al fumo del mio sigaro, gli chiesi cosa ci stessimo giocando. Ci pensò su a lungo.
"C'è un'idea che mi frulla per la testa da tempo", disse. "Vorrei scrivere la storia di un naufrago che, rimasto solo su un'isola deserta, debba confrontarsi con la natura e i suoi pericoli, senza nessun aiuto dalla civiltà e dal progresso. Se perdi, mi accompagni, senza l'aggravio di nessuna spesa, verso un'isola del Pacifico di tua scelta, e ci rimaniamo il tempo necessario."
"E se invece vinco, come accade sempre? Sebbene non sia sempre il più forte e intelligente a vincere, accade quasi sempre così."
"Non ho un penny, come saprai. Disponi della mia vita. Oppure ... ti cedo i diritti del romanzo."
Due grossi boccali pieni di birra scura si urtarono, suggellando l'accordo.


Alcuni giorni dopo - per quanto possa sembrare incredibile, dopo una serata in cui le carte dimostrarono quanto sia vero che siano strumento diabolico, avevo perso - eravamo pronti a salpare a bordo del brigantino di cui disponevo come se fosse mio. Il movimento dei marinai in coperta era frenetico. Controllavano l'efficienza e l'ordine delle gomene, la correttezza dell'equipaggiamento; altri calatafavano la carena; un mozzo inseguiva un ratto, con una scopa in mano. Le scorte si ammucchiavano in cambusa, secondo le mie istruzioni. Due commessi trasportavano, sudando e bestemmiando senza pudore, una botte di scotch più pesante di Henry the fat, il marinaio più grasso di Londra, raddoppiando le imprecazioni ogni volta che ricordavano che il viaggio doveva ancora essere ripetuto due volte.
Daniel Defoe incominciava a farmi innervosire, aggirandosi per il legno come se ne fosse il padrone, con uno aria tronfia che non gli conoscevo.
Prendemmo il largo alle 5 del mattino del 25 novembre 1694. Il mare era calmo, mentre le prua puntava decisa verso l'oceano.
La navigazione fu tranquilla, sebbene non priva di attriti fra l'ospite e i membri dell'equipaggio. Daniel dava ordini al nostromo, facendogli saltare i nervi. In più di un'occasione, ebbi bisogno di tutta la mia esperienza per tenere buoni gli animi. Al nostromo spiegavo che il povero ragazzo non aveva esperienza di mare, ma si sentiva padrone in seguito a una scommessa; a Defoe, invece, che i marinai, gente dalla scorza dura e dal carattere difficile, vanno presi con la dovuta diplomazia.
La grave crisi economica che segnava quei tempi, ci consigliò di dirigerci verso le Azzorre, invece di raggiungere il Pacifico, per tagliare i costi.
Dopo tre giorni di mare, il marinaio Keith venne a rapporto. Affermava di aver visto aggirarsi un clandestino a bordo, durante la notte. Noto per la facilità con cui il whisky entrava dalla sua bocca e le frottole ne uscissero, sosteneva di aver esitato a lungo prima di venire a parlarmene. Adesso, però, ne era certo: mi mostrò un berretto che non sembrava appartenere a nessun membro dell'equipaggio.
Diedi le istruzioni agli uomini per stabilire i turni di guardia, e mi ritirai in cabina a giocare a scacchi con lo scrittore.
Venni svegliato, nel cuore della notte, dalle urla del marinaio di guardia, che aveva acciuffato il clandestino.
Sebbene assonnato, appena lo ebbi di fronte - un giovine magro e male in arnese - ebbi la certezza che non fosse un ragazzo. Mi guardai bene dal comunicarlo ad alcuno: potete immaginare l'effetto che avrebbe avuto sugli uomini sapere di avere una donna a bordo. Nella semioscurità, il bianco dei suoi occhi intelligenti saettava da un fianco all'altro della nave, in cerca di una probabile via di fuga.
Condussi il clandestino in cabina, rassicurando la ciurma che me ne sarei occupato io con fermezza, rinviando al mattino successivo le decisioni.
Volle il destino, invece, che Alizée - questo il suo nome - si rivelasse più donna di quanto facesse trapelare l'aspetto, una volta smessi i panni del ragazzaccio impolverato. Scardinando le mie ferree difese, riuscì a penetrare nel mio cuore, costringendomi alla sola scelta possibile di trattenere il clandestino agli arresti nella mia cabina per il resto del viaggio.
Gli ultimi giorni furono all'insegna del nervosismo, ancor più di quanto non lo fosse stata la partenza. Le mie partite a scacchi con Daniel Defoe si ridussero fino a scomparire del tutto, e questi rivolse tutte le sue attenzioni al sempre più esasperato nostromo.
Un plebiscitario sospiro di sollievo accolse il nostro sbarco sull'isoletta di Sao Marco.
Scomparsa fra i flutti dopo il maremoto del 1744, Sao Marco si presentava all'epoca come un'isola rigogliosa. Interamente ricoperta di vegetazione, era abitata soltanto da numerose capre, forse abbandonatevi dai primi navigatori portoghesi, secoli addietro. Ne colpii alcune lanciando loro dei sassi, preparando una cena di cui si parlava ancora, decenni più tardi, nel porto di Londra nella mia ultima visita.
Quando, esausti per aver liberato del suo prezioso contenuto una delle tre botti di scotch, tornammo alla nave per la notte, ne portai anche a Alizée, che avevo prudentemente lasciato chiusa a chiave nella mia cabina.
I giorni successivi trascorsero nella più totale libertà, per non dire anarchia. Lasciai liberi i marinai di scorrazzare per l'isola, mentre Defoe prendeva appunti, ora appollaiandosi in cima a un dirupo, ora assaggiando un'erba sconosciuta, ora, ancora, studiando come prendessi e cucinassi le capre, o pescassi i variopinti esseri che popolavano il mare.
La necessità di far apprendere l'inglese al clandestino, per metterlo in condizione di poter essere giudicato al nostro rientro in terra d'Albione, mi diede modo di appartarmi con la ragazza nel fitto bosco, e di disperderci alla vista della ciurma.
Soprattutto, perdemmo noi stessi l'una fra le braccia dell'altro.
Alizée e io avevamo trascorso le ultime notti sull'isola, in una capanna che avevo sapientemente costruito con delle palme sconosciute che abbondavano sulla collina.
Quando eravamo nel pieno della passione, Daniel pensò bene di riportarci alla realtà con la pretesa di ripartire immediatamente: ormai ne sapeva abbastanza, era stufo di quella maledetta isola deserta, e non vedeva l'ora di tornare a respirare il fumo di Londra. Litigammo furiosamente. Arrivai a sfilare le chiavi dal cruscotto della nave, per impedirgli di partire. Andammo a dormire tranquilli, ma mi svegliai con uno peso ignoto sul petto, che si rivelò profetico: Alizée era scomparsa.
Albeggiava appena. Non ero sereno, sapendo che aveva assistito al litigio del giorno precedente. Temevo che potesse compiere una sciocchezza, magari sentendosi in qualche modo responsabile dell'accaduto. Mi misi sulle sue tracce, interrogando ogni pietra, ogni ramo spezzato, ogni filo d'erba piegato dal peso di un piede umano.
Mentre fiutavo l'aria e, con una mano sulla mia tasca toccavo, la rassicurante chiave, dai più remoti recessi della mia memoria, un pensiero si fece forza: le chiavi per mettere in moto i motori non erano ancora stati inventate.
Avvistai Alizée, nascosta dietro un albero, singhiozzando, mentre con le braccia si cingeva le gambe piegate.
Neanche i cruscotti, erano ancora stati inventati. Me ne resi conto con cruda certezza mentre vedevo il mio brigantino ormai al largo.
"Tesoro, piccola, cos'è successo? Ci sono qua io, non devi temere."
"Dovevi andare via, Elemiro, dovevi abbandonarmi su quest'isola. Io non sono degna di tornare in Europa con te", disse in un incerto inglese.
Guardai la nave, che non era più che un puntino scuro sulla linea dell'orizzonte.
"Io ... io ..."
"Su, Alizée, cosa può mai avere da nascondere una creatura con uno sguardo limpido come il tuo?"
"Io ... io ... sono ... "
"Sì? Sei cosa?"
Fra un singhiozzo e l'altro, mentre tirava su col naso, riuscì a dire: "Sono svizzera, lo capisci?"
"Non fa nulla", la rassicurai. Mi venne in aiuto Billy Wilder: "Nessuno è perfetto"


E ancora, lo sguardo fisso sul mare, il suo corpo stretto al mio, mentre la mia mano le accarezzava i capelli: "Neanche io", mentii.