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blog di Capitan Feendoos.

martedì 23 dicembre 2008

La vera storia di John Storto



Questa sera voglio raccontarvi, non una storia di mare, come ho fatto finora, ma la storia di uno degli artisti più straordinari del XX secolo, un uomo a cui la caratura di artista poliedrico ed eclettico non ha consentito di superare un fortissimo senso etico e un'incapacità di accettare i compromessi che la vita spesso porta ad affrontare; un uomo che ha sfiorato e affiancato la storia senza, purtroppo, mai averne fatto parte; un uomo che ha segnato le arti del Novecento senza che sia rimasta traccia del suo apporto nei libri di storia e nella saggistica di settore. E' in parte anche per questa ragione, che mi sento in dovere di stendere una, necessariamente parziale, sua biografia che segni i punti salienti della sua vita travagliata e irripetibile.



John con la mamma all'età di 4 anni. La foto, unica del periodo, è purtroppo danneggiata.


Giovanni, detto John, Storto, nasce il 23 aprile del 1935 a S. Donato del Sannio, piccolo comune ormai disabitato della provincia di Campobasso, in Molise. Figlio di pastori, all'età di quattro anni seguirà i genitori emigranti in Toscana, dove continuarono il lavoro avito. Fortemente portato per la musica, a soli sei anni autocostruì un pianoforte a coda in alto mare, episodio che sarà ricordato da Paolo Conte nella canzone Aquaplano, ma non imparò mai a suonarlo. L'avversione del padre per tutte le attività che non fossero strettamente legate al lavoro, alla pastorizia, non gli permise mai di prendere lezioni o di occuparsi quanto avrebbe voluto dello studio del pianoforte. In compenso, mentre seguiva gli ovini al pascolo, ebbe modo di imparare a suonare la chitarra e il flauto di Pan. A otto anni suonava perfettamente anche le Frippertronics, cosa quanto più straordinaria se si pensi che non furono inventate che alcuni decenni più tardi. Inizieranno a quell'epoca i contrasti con il genitore, che proseguiranno per tutto il resto della sua vita, in un rapporto di conflitto mai sopito che, spesso, ritroveremo nei testi delle sue canzoni.

Fu quando John aveva otto anni che il padre fu costretto a mandarlo a scuola, nonostante la sua avversione per le penne, "roba da allevatori di polli effeminati, e non adatte al rude pastore". Il giorno precedente l'inizio della scuola, la nonna di John si sentì in dovere di istruirlo sui rischi che le femmine lascive avrebbero potuto avere sul suo futuro, con la seguente accorata predica: "Giovanni, da domani andrai a scuola e incontrerai tanti esseri di sesso femminile. Bada bene a non peccare: se ti toccherai pensando a loro, diventerai cieco; se non saprai resistere alle loro lusinghe, diventerai sordo; ma soprattutto, non lasciarti mai irretire dai loro giochi erotici abbandonandoti al piacere insieme ai loro corpi sinuosi, perché peccando andrai all'inferno. L'inferno è il luogo peggiore dell'universo creato. Vuoi vedere com'è fatto l'inferno?" Il povero John, che ancora si chiamava Giovanni, ormai accartocciato su se stesso dalla paura, non ebbe la forza di dire alla nonna che non aveva nessuna intenzione di vederlo, e allora questa pose fine alla sua lezione sollevando le vesti, sotto le quali non portava biancheria intima, e facendogli vedere l'inferno. A questo episodio possiamo far risalire il conflittuoso rapporto di John con l'altro sesso, nonché il suo scarso entusiasmo per lo studio: trascorse la notte insonne, e il giorno dopo, a scuola, non riuscì a tenere gli occhi aperti, ragion per cui venne fatto inginocchiare sui ceci a più riprese. A nove anni scappò di casa per la prima volta, prendendo al volo il treno per Roma, dove ebbe modo di vivere per alcuni giorni con gli emarginati, episodio che ricorderà con affetto nel brano "Amico fracico". Dopo essere stato alleggerito dei pochi panni che indossava, tornò mesto e nudo a casa, dove ebbe dal padre una nuova lezione di vita: imparò infatti il significato dell'espressione piemontese "fracco di legnate". Da quel giorno lo ritirò dalla scuola, e gli disse:
"Mo' va a pasc l' pecur". Nel freddissimo inverno del 1947, compose il suo primo blues, Rocco intorno al ciocco, che molti esperti considerano come il primo rock'n'roll della storia. Bill Haley non ammise che in punto di morte di aver attinto a piene mani al repertorio di John Storto, ma gli eredi misero a tacere la storia. Lo stesso Luchino Visconti dichiarirà di essersi ispirato alla sua storia di emigrante per Rocco e i suoi fratelli. A quattordici anni scappò di nuovo di casa. In una non meglio specificata cittadina umbra conobbe Elena, figlia di emigranti campani - esilarante il loro primo dialogo, in seguito al suo interrogativo: "che vuol dire che sei una campana?" - bellissima piccola mora, capace di fischiare con entrambe le dita in bocca come un ragazzo, e di saltare uno steccato come un'atleta formata. Sognava di lavorare nella pubblicità, settore nel quale ebbe un futuro luminosissimo. Risolse, dopo una lotta non facile, il conflitto interno di John verso il sesso, iniziandolo con serenità a un mondo di cui non aveva mai intuito le potenzialità. A lei dedicherà gran parte della produzione musicale dell'epoca, opere ancora acerbe ma in cui ritroviamo, in nuce, tutte le tematiche e le brillanti invenzioni del John Storto maturo. Alcuni mesi dopo, avuta notizia dell'aggravarsi delle condizioni di salute del padre, che aveva contratto la brucellosi, fece rientro alla casa paterna. Riuniti i due figli al capezzale, dettò loro le sue ultime volontà: al primo figlio sarebbe andata la casa e le centinaia di pecore del gregge, a Giovanni, secondogenito, sarebbe andato l'orto, un appezzamento di due metri per due, dove crescevano rigogliosi porri e fagiolini. Controversa l'interpretazione delle parole che il nostro pronunciò in quell'occasione: "Padre, storto mi hai fatto, e st'orto mi hai lasciato", forse riferendosi alla scarsa opinione che tutti avevano di John. Pochi istanti dopo, il vecchio chiuse gli occhi per non riaprirli più. John scese nell'orto, si abbassò i calzoni e piegò le ginocchia. Quello fu l'ultimo sforzo che compì per il lavoro della terra. Raccolse le sue poche cose e partì per non far mai più ritorno in quella casa.
Aveva diciassette anni quando, essendo stato sempre religioso fin da bambino, in ritiro spirituale con gli altri ragazzi per ricevere l'effusione dello spirito, vide il proprio io estraniarsi dal corpo, sollevarsi da terra per alcuni metri e, dato uno sguardo panoramico in giro - ragazze discinte che prendevano il sole, bluesman dall'aura diabolica che si dimenavano circondati da altre - si pose la domanda fatidica: "che cacchio ci faccio qui?" Mollò la compagnia orante e si diresse verso la prima bettola che c'era, dove affogò i residui della coscienza religiosa nel vino e nelle braccia di una ragazza. Di quest'episodio tratterà il suo brano La mia Pentecoste, di qualche anno dopo, brano di cui esistono ormai soltanto due copie, a quest'indirizzo. Il brano fu inciso su 45 giri dal coraggioso discografico anarchico Nando Valpredi, ma si attirò gli strali della Santa Sede, per cui tutte le copie furono ritirate dal mercato e distrutte. Tranne due, come detto. Il discografico Valpredi, in seguito, fu accusato della strage della pizzeria Da Gino, con l'accusa di aver disinfestato il locale dalle blatte pur non essendo in possesso di regolare licenza di Pest Control. Di lui si sono perse le tracce dopo una lunga e deleteria permanenza al carcere dell'Asinara.
L'anno successivo, mentre si esibiva in un locale di Milano, venne notato da un tale che si faceva passare per colonnello. Al termine dello spettacolo gli proporrà di firmare un contratto con lui ma, mentre discutono sui dettagli, forse preso dalla foga della discussione, forse no, il colonnello posa una mano sulla coscia di Elena. John si alza e lascia partire una gragnola di pugni, causandogli 25 giorni di prognosi. Il poveretto, mentre cercava di parare i colpi, pare urlasse "Sono il colonnello Parker, non sai cosa ti perdi!", risultando non solo profetico, ma anche pleonastico.

Continua

venerdì 24 ottobre 2008

Sulle tracce dell'ippogrifo






Seduto nel fitto della foresta, aspettavo pazientemente il cessare del frastuono infernale che i due combattenti facevano al di sopra della mia testa. Sembrava improvvisamente giunta sera, mentre invece era appena passato mezzogiorno: la vegetazione, così fitta da non lasciar passare che qualche raro raggio di sole, a cui si era aggiunta l'ombra dei due ippogrifi, aveva fatto calare una notte apparente sotto gli alberi. La mia pausa forzata era dovuta alla lotta fra le due femmine di ippogrifo, che probabilmente si contendevano un maschio, lotta che era giunta a interrompere un inseguimento che durava da ore. Ero sulle tracce di un grosso esemplare, in attesa del momento propizio per colpirlo con la spada o con una freccia, magari anche con un pugno ben assestato, quando l'arrivo del secondo aveva scombinato i miei piani: affrontarne due era troppo anche per Elemiro Feendoos. Mi misi al riparo nel bosco, e attesi che l'animale più forte facesse il lavoro al posto mio. Certo, sarebbe stata una spedizione dal valore dimezzato, visto che la carne martoriata della vittima non avrebbe permesso di ottenere i Cordon bleu del Capitano della qualità prevista, però la grandezza è di chi sa quando è il momento di attaccare ma anche di saper aspettare tempi migliori. Mentre avevo la mente occupata da pensieri che in questo momento non ricordo, vidi appressarsi un cavaliere dentro un'armatura lucente. Scattai in piedi, pronto al peggio. Una voce, proveniente dall'elmo, così mi apostrofò:

"Orsu, qualificati, uomo dal nobile aspetto
ma di fetor pieno e tutto polveroso,
dimmi dunque se cristiano è il tuo petto
oppur saracino seppur valoroso.
Io son paladina di nome Bradamante
di Francia serva e di Ruggiero amante;
qualificati dunque acché, ignoto cavalier
io decida se tu abbia ancor domani o solo ier."

La voce, soave quanto quella di una dea, che aveva pronunciato quelle parole, era stata tuttavia ferma e decisa, e non lasciava sperare che si potesse evaderne la risposta. Levai, quindi, il copricapo, e così risposi:

"Grande onore è per me conoscere
chi la grande fama il nome precede,
d'italica stirpe io sono, giammai a recedere
insegnò la mia gente a suo piede.
Elemiro Feendoos è il modesto nome mio
servo di dame e devoto e poco pio,
al tuo cospetto assai mi inchino
il tuo nome riverito da ogni pino."

La donna agilmente smontò dal palafreno, tolse l'elmo mostrando un viso che avrebbe tolto il respiro a un cuore di pietra, e oltre appressandosi, così continuò:

"Lungo tempo è che l'amor mio mi manca
pur se occhi io non abbia che per lui,
ma di vagar armata sono ormai stanca;
ora è che provveda, mancando ancor costui,
a dare soddisfazione alla carne mia
e con te farollo che ispiri simpatia.
Ti sfido dunque a singolar tenzone
Dimostrami se all'altezza sei del tuo blasone."

Il vostro capitano, che giammai ebbe
ad arretrare dinanzi a qualsiasi sfida,
anche in quel frangente di fama crebbe
come già pria con Angelica e Ida.
Tosto buttossi nella grande pugna
dimentico della di Ruggier piccola pugna
ché solo egli pel mondo errava
mentre il suo cuor pace non trovava
non più avendo né amor né pace.

Fu allora, proprio sulla pace, che Bradamante, rivestendosi dopo l'estenuante tenzone, prese la spada e mi si rivolse contro, con il volto duro. Temetti per la mia vita, non essendo stato altrettanto pronto nel rivestirmi. La paladina di Francia, però, per aria menò un paio di fendenti. Con mia grande sorpresa vidi cadere di quà e di là della mia testa la pace e l'amore.
Bradamante mi guardò, e rilassandosi i muscoli del suo viso uno dopo l'altro, mi sorrise:

"Elemiro Feendoos, valente condottiero,
all'altezza della tua fama fosti,
del tuo pugnar esser puoi fiero:
gl'italici guerrier sempre fur tosti.
Tuttavia, ad usar la sacra spada
mi costringesti in questa contrada
ché mai composta di nove versi fu un'ottava:
e di metrica non capisci una fava."

Non essendoci più né amor né pace, raccolsi anch'io le mie cose, salutai dolcemente la prode Bradamante, e andai a recuperare l'ippogrifo abbattuto.





sabato 18 ottobre 2008

Love potion


Durante la mia lunga carriera di Capitano non ho mai avuto problemi di navigazione, perché ho sempre usato il carburante migliore:



mercoledì 8 ottobre 2008

Il triangolo dei Bermuda









Nel 1959, sulla copertina di Times, ebbi l'onore di essere immortalato come Man of the year. A torso nudo, al timone della mia nave, indossavo un paio di bermuda. Da quella copertina nacque uno degli equivoci destinati a sopravvivere fino ai nostri giorni, a quasi mezzo secolo di distanza.
I fatti che sto per raccontarvi fecero sì che quella parte di mare divenisse famosa con il nome, errato, di Triangolo delle Bermude. Molti sono convinti, infatti, che il triangolo di mare tristemente noto per aver causato la scomparsa di navi, aerei e persone, prenda il nome dall'Arcipelago delle Bermude, mentre, più plausibilmente, l'origine è da ricercarsi nella copertina di Times. Effettuavo la traversata dell'Atlantico al comando della Reine de la mer, facendo la spola fra Calais e New York, trasportando di tutto, in special modo merluzzi surgelati o peyotl da impiegare nella preparazione della pasta ai funghi Quattro pasti in padella. Eravamo ancora nell'Atlantico, navigando a Sud dell'Arcipelago, lungo il Tropico del Cancro, quando mi accorsi che la nave non rispondeva più ai comandi. Fu con sgomento che vedemmo un enorme gorgo attirare verso il suo interno il nostro bastimento, completamente in balia delle correnti. L'equipaggio,
attonito, si era rivolto alle preghiere o alle bottiglie, mentre io aspettavo, con le mani inutilmente sul timone, l'evolversi degli eventi senza lasciarmi prendere dal panico. Il gorgo era davvero spaventoso, in uno scenario reso surreale da una splendida giornata di sole. La nave venne risucchiata come un guscio di noce nel lavabo. Alcuni interminabili secondi più tardi, ci fermammo con un urto sulla profondità dell'oceano. Almeno, io mi ritrovai lì, mentre vedevo che i pochi marinai visibili erano, purtroppo, morti. Approfittando di una delle mie apnee, famose nei sette mari, che mi consentivano di stare sott'acqua per almeno dieci minuti, potei vedere il dio Nettuno che, con il braccio alzato, con ancora la catenella in mano, mi guardava fra il perplesso e il colpevole. Mi avvicinai a lui chiendedogli spiegazioni. Mi guardava con gli occhi bassi.
"Ecco, questo è il mistero del Triangolo maledetto. Ogni volta che vado alla toilette e tiro lo sciacquone, chiunque si trovi a passare sull'oceano, nave o aereo che sia, viene risucchiato nel terribile vortice, e tutti, equipaggi e passeggeri, affogano nella discesa."
"Ma io non mi spiego... Tu, Lei, Nettuno, non dovrebbe essere nel Mediterraneo, dove si erano perse le sue tracce un paio di millenni addietro?"
Nei suoi occhi riapparve la luce dell'orgoglio di un passato glorioso: "Io sono il Dio del Mare, e vado dove mi pare!" La soddisfazione di una rima casuale gli fece gonfiare il petto. Dopo un imbarazzato silenzio, ripresi: "Capisco. E, mi dica, come mai, poi, a volte ricompaiono navi vuote da cui sembra misteriosamente scomparso ogni segno di vita?"
"E che vuoi? Dopo che è successo il guaio, che devo fare? Quando non ci sono danni, rimando tutto in superficie, asciutto a apparentemente in ordine. Purtroppo, per i morti, non c'è niente da fare. Ma accomodati, che ti racconto tutto nel dettaglio."
Lo seguii in una reggia fastosa che, nonostante la ricchezza degli arredi e il gran numero di servitori e di ospiti, sembrava preda di un inesorabile degrado. Sculture classiche in oro e marmo che rappresentavano soggetti marini adornavano un enorme salone. E, mentre passammo quattro ore a tavola, in un "parco desinare", come lo definì lui, mi raccontò a grandi linee quello che era successo agli dei dell'Olimpo negli ultimi diciassette secoli. "E, mi dica, Giove, che fine ha fatto Giove?"
"Eh, poveraccio! E' così vecchio, completamente rincitrullito, e..." In quell'istante, un fulmine squarciò l'oscurità del fondo marino, facendomi dubitare delle parole di Nettuno, che tacque. Mi parlò, poi, di quello che era accaduto agli altri dei, mi presentò alle sue amiche, una allegra compagnia di sirene che, mi fu subito evidente, non vedevano un uomo da molto tempo. Una di esse mi faceva gli occhi dolci, e sapete quant'è difficile resistere al richiamo di una sirena. Mentre cercavo di escogitare un motivo plausibile per congedarmi dal mio ospite, mi ricordai dei miei compagni che avevano perso la vita nell'affondamento della nostra nave, e ne parlai con Nettuno, che mi assicurò avrebbe contattato le Parche per riannodare i fili del destino dei miei uomini.
Salutai Nettuno, ringraziandolo per quello che stava facendo per noi, e mi avviai all'uscita. Una volta fuori dal palazzo, però, ero di nuovo sott'acqua, ed ero costretto a fare tutto in apnea. Anche - e naturalmente la mia natura di gentiluomo non mi consente di parlarvene, come non mi consente di svelare le curiosità morbose di chi vuol conoscere l'anatomia delle sirene - fare compagnia alle sirene che mi avevano ammaliato. Dovetti emergere dall'acqua sei volte, e sei volte tornai alla loro compagnia.
Quando, una volta giunti sani e salvi in porto, l'equipaggio non ricordava nulla di quanto accaduto, e il Triangolo dei Bermuda continuò a chiamarsi delle Bermude.


venerdì 12 settembre 2008

Tigri





La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra un'isola selvaggia del Borneo, di cui cui ricordo la sinistra fama ma non il nome, covo di formidabili pirati. Un uomo, dall'aspetto imponente, dal fisico muscoloso, con una lunga chioma di capelli corvini e dalla barba altrettanto nera, passeggiava nervosamente nell'unica capanna che aveva i lumi accesi. "Non è
ancora tornato", mi disse, guardando nervosamente dalla finestra in direzione della baia. Mi alzai, riempii due bicchieri, porgendone uno al mio compagno di stanza, e lo rassicurai: "Sta per tornare, ne sono certo. Conosci quanto me la forza e l'astuzia di Yanez."
Sandokan, questo era il nome dell'uomo, si era offerto di scortarmi, in quei mari pericolosi teatro di scontri fra gli inglesi e i pirati, per caricare i kriss del Capitano, pregevoli gagdet offerti dal mio commissionario in abbinamento ai sofficiotti Feendoos. Il suo nervosismo era dovuto all'attesa del rientro di Yanez, il suo fedele amico, che si era trovato al largo per prendere informazioni di Marianne, detta la perla di Labuan, da cui si sentiva irresistibilmente attratto. Aguzzando gli occhi nel buio, Sandokan vide alla luce di un lampo un piccolo legno entrare nella baia con le vele ammainate. "Eccolo", disse, "E' lui!" Andò a riempire i nostri bicchieri, e ve ne aggiunse un terzo, per l'amico che sarebbe presto arrivato. Alcuni istanti dopo, sentimmo bussare alla capanna.
Poche ore più tardi, prendemmo il mare con le snelle imbarcazioni dei pirati, i prahos, mentre il mio bastimento era, ben nascosto da sguardi indiscreti, all'attracco nel porto dell'isola. Sbarcammo su una spiaggia deserta, e ci avventurammo nella giungla inestricabile.
Sandokan e Yanez si facevano strada con i machete e, in breve, anch'io seguii il loro esempio. Giungemmo, non senza fatica, in una radura che mostrava di aver ospitato, fino a poche ore prima, un villaggio dei temibili tagliatori di teste, di cui ormai rimanevano soltanto resti fumanti, e corpi riversi che davano vita a uno scenario triste quanto surreale. "Gli inglesi," disse Yanez, "ci hanno preceduto". Segni sul terreno lasciavano intendere che le casse dei preziosi pugnali erano state trascinate fino al fiume e poi caricate sulle navi. "Ai prahos, miei prodi," disse Sandokan. Facevamo il percorso a ritroso, quando, non sentendo più alle mie spalle il respiro di Yanez, mi girai costatando la sua assenza. Mentre con gli occhi lo cercavo fra la fitta vegetazione, mi accorsi con angoscia che neppure Sandokan era più vicino a me. Alzai gli occhi al cielo, che fino a quel momento non aveva ancora rinunciato al grigio per la presenza di nuvoloni carichi di pioggia, e lo vidi completamente bianco. Un senso di spaesamento e di orrore si andava impadronendo di me. La giungla intorno a me, scompariva piano piano, lasciando il posto a uno sfondo bianco, anche lì, dandomi la sensazione di stare annegando, poco alla volta, in una mare di latte candido. Unica, sopravviveva davanti ai miei occhi una piantina che sembrava, incredibilmente, prezzemolo. Sentii, non riuscendo a individuarne la provenienza, in quel mare lattiginoso, lo sbattere di una porta. Dei passi, la cui cadenza tranquilla, quasi da passeggiata, aumentavano a dismisura il senso di angoscia e di vuoto che ormai mi sovrastava, si avvicinavano verso di me. Grande fu la mia meraviglia quando, alla fine, vidi quella figura umana dirigersi sicura verso la piantina di prezzemolo, e coglierne alcune foglioline. Solo dopo, rialzandosi, si accorse della mia presenza. "Salve", mi disse. "Non l'ho mai vista prima da queste parti. Cerca qualcuno?" In effetti, cercavo molto più di qualcuno: cercavo il mio mondo, misteriosamente inghiottito da un assurdo oceano bianco. "Cerco due miei amici", dissi, cercando di prendere tempo. Mi sorrise - aveva il volto cordiale, un sorriso sincero e occhi profondi, pieni di sogni - "Io mi chiamo Emilio, Salgari Emilio. Stavo scrivendo un romanzo, quando ho visto che era ora di pranzo, e ho lasciato per cucinare qualcosa. Avevo bisogno di prezzemolo. Vuole fermarsi a farci compagnia, a me e mia moglie? Intanto vedo se posso aiutarla a ritrovare i suoi amici." Completamente frastornato, incapace di
pronunciare una sola parola, mi stavo rendendo conto di quello che mi era accaduto. Non ebbi la forza di accettare quel sincero invito. Declinai, ringraziando, l'offerta, e lasciai che le mie gambe mi conducessero alla posizione seduta, nel bianco più assoluto. Mi sorrise di nuovo, e se ne tornò da dove era venuto. Dopo una mezz'ora, la foresta ricomparve lentamente ai miei occhi, il cielo
plumbeo tornò rassicurante a coprire la mia testa, il terreno accidentato e coperto di foglie marcite sotto i miei piedi. Sentii qualcuno come catapultato alle mie spalle. Mi girai: era Yanez. "Elemì, e allora? Diamoci una mossa!" Mi voltai di nuovo.

Sandokan sorrideva, mentre i suoi passi sicuri ci conducevano verso i prahos.


giovedì 28 agosto 2008

Gaio Ponzio




“Come mai, in mezzo ai romani, c’è quel tipo con quel sigaro puzzolente e gli occhiali?”
“Ma, non lo so, sembra del nord, forse un gallo, l’abbiamo costretto a passare sotto le forche insieme ai legionari per via di quel fetentissimo sigaro da cui non si separa mai.”
Gaio Ponzio, nonostante il momento di gloria che stava assaporando, non era felice. Vedevo la sua fronte solcata da più di una ruga, originate dalle preoccupazioni per il futuro. I romani, spogliati delle armi e delle tuniche, stavano subendo la peggiore umiliazione della loro storia, che rimarrà un’onta nei secoli, e forse sarà alla base della ferocia con cui i consoli, nei secoli a venire, repressero le sollevazioni delle leghe sannite, arrivando a passare a fil di spada i prigionieri, pratica duramente stigmatizzata dalla convenzione di Ginevra. Ma, quel giorno, la vendetta dei romani era ancora lontana, e ancor più lo era la Convenzione.
Per me, uomo di mare, abituato a solcare oceani, era una collocazione davvero insolita, in mezzo alle montagne dell’avellinese. Ma il lavoro mi aveva portato lì, alla ricerca dei Checcroché alla nocciola feendoos, che si trovavano solo in zone ricche di avellane, come dice il nome stesso. L’amicizia con il condottiero dei sanniti era scaturita da un episodio accaduto qualche giorno prima quando, durante la pugna, una freccia scoccata da un arciere romano stava per raggiungerlo proprio in mezzo al petto. Io, che ho sempre aborrito la violenza, specie quando rivolta a me o ai miei amici, o comunque verso uomini di valore, mi trovavo purtroppo a una distanza ragguardevole e disperai di poterlo aiutare. Ma mi venne in soccorso il mio fiato: soffiai a pieni polmoni e riuscii a spostare la traiettoria della freccia di quel tanto che bastò a farle evitare Gaio e concluse la sua corsa ficcandosi in un albero.
Un sannita diede un calcio al tipo col sigaro: “E butta quell’accidente di affare che sta appestando tutto peggio delle castagne del prete”, disse con disprezzo. Il tipo, che non voleva assolutamente rassegnarsi, lo guardò pieno di odio, e poi rialzò la testa, fiero.
Il meddix tuticus Gaio Ponzio riprese la parola: “Credo che, con questa vittoria, i romani dovrebbero rassegnarsi a lasciarci in pace e quest’umiliazione, con cui abbiamo voluto evitare di punire fisicamente gli sconfitti, spero che serva a fermare la spirale di violenza. “
Purtroppo, ancora una volta, la storia avrebbe smentito un uomo di cuore, corretto e ottimista come Gaio Ponzio, come sappiamo tutti benissimo.
A un certo punto, un trambusto originato non si sa da cosa, creò un pericoloso movimento fra i prigionieri, che ondeggiarono paurosamente. Nella calca che ne seguì, alcuni uomini restarono a terra. Il tipo col sigaro, che giaceva moribondo, mi rivolse alcune parole: “Keep … you …” e poi esalò l’ultimo respiro, lasciando Gaio Ponzio e me con un mistero irrisolto. Non ho mai potuto sciogliere il mistero che avvolgeva quelle oscure parole, tranne scoprire, alcuni anni dopo, che appartenevano all’idioma degli angli.
Ci ritirammo nell’accampamento del meddix tuticus, dove ebbi modo di apprezzare l’ospitalità delle popolazioni sabelliche. Qualche giorno dopo, completato il carico di Checcrocché alla nocciola, salutai fraternamente Gaio e mi avviai al porto di Neapolis.

Questo post è dedicato a S., il gallo con gli occhiali e il sigaro puzzolente, una delle persone migliori che abbia mai conosciuto. Che, prima o poi, sarà costretto a passare per le Forche Caudine (nota birreria)

domenica 17 agosto 2008

Paolina



Approfittai del momento in cui, parlando, girò la testa altrove per odorarmi gli abiti, quasi che Napoleone potesse intuire dai profumi che mi portavo addosso cosa fosse successo la notte precedente fra Paolina, la sorella, e il vostro umile narratore, io, Elemiro Feendoos e mi spostai in modo da mettermi sottovento; abbassavo di frequente gli occhi, invece, mentre si rivolgeva a me puntando nei miei i suoi, penetranti e indagatori, quasi che potesse scoprire dai miei, cerchiati, chi fosse la causa delle occhiaie.
Il grande condottiero non era, come ci si può immaginare dai vari dipinti che vediamo oggi, statico e con la mano nel panciotto, posa che adottava solo a uso e consumo dei ritrattisti, ma era un vulcano di idee, frenetico, e dalla vitalità prorompente. Mi trovavo nella fredda Russia, sulla rotta che conduceva in Siberia, alla ricerca di miniere di merluzzo surgelato, che non di rado si trovano a quelle latitudini, e mi ero imbattuto nell’Imperatore, nel bel mezzo della campagna di Russia, che sarebbe stata l’inizio della sua rovina. Non ero lì, come molti dei giovani che s’immolavano nella causa, ormai lontana, della libertà e della rivoluzione, ma la naturale simpatia che l’Imperatore ispirava anche a me, mi aveva condotto alla sua presenza nel tentativo estremo di farlo desistere da quell’impresa folle, e di privilegiare il rafforzamento della marina, di cui mi sarei occupato io, con cui avrebbe potuto contrastare le mire conservazionistiche degli inglesi. Mi è capitato spesso, nella mia carriera di marinaio, di recitare lo spiacevole ruolo della Cassandra e, purtroppo, in quell’occasione non andò diversamente. Di lì a poco, gli eventi precipitarono, le residue speranze di portare avanti le idee della Révolution, già drammaticamente ridotte dai sogni di grandezza di Bonaparte, s’infransero nella Restaurazione, privando l’Italia del Sud dell’ultimo statista dotato della follia necessaria, Murat, che forse aveva tentato di rialzarne le sorti, e da allora in poi definitivamente abbandonato a se stesso. Seguii nei suoi frenetici spostamenti Napoleone per vari giorni, dormendo poco più di tre ore per notte, secondo le sue abitudini, ci consolammo con la nobiltà polacca che, all’epoca, godeva di ottima reputazione, come potemmo costatare di persona, anche per la prodigalità con cui le dame ci offrivano i loro favori. Fui travolto da una brama di vivere, di esplorare nuovi mondi e nuove emozioni, e fu allora che decisi di rompere il sodalizio con Paolina, che si trascinava ormai stancamente da anni, e che nulla più aveva dei fragorosi inizi quando, come potete vedere ancora oggi ammirando il lavoro del Canova, la Borghese sorella dell’Imperatore, aveva lo sguardo lascivo e perso nel vuoto in seguito alle travolgenti notti trascorse insieme a me. Quando ancora il sole, sorgendo al mattino, veniva a illuminare le notti delle nostre battaglie trovandoci entrambi vincitori, entrambi vinti.
Quando, dopo alcune settimane di trastulli alla corte di Varsavia, mi resi conto che non era possibile far cambiare idea a Napoleone con le argomentazioni di cui disponevo, decisi di mollare tutto e di tornare alla ricerca dei merluzzi surgelati. Scrissi una calorosa ma decisa, lettera con cui prendevo congedo da Paolina, per non meglio specificate ragioni di stato, salutai l’imperatore che neanche mi rispose, preso com’era dalla narrazione dell’incipiente presa di Mosca a una marchesa di cui non ricordo il nome, e mi buttai alle spalle quella fase non certo entusiasmante della mia vita.

martedì 15 luglio 2008

Pequot


Non imbruniva ancora; lunghe ombre seguivano danzando i nostri passi. La nostra meta, un villaggio Pequot, però, non era lontana, e il nostro viaggio prossimo alla conclusione. Avevo l’incarico di acquistare dai nativi delle pellicce di castoro che avremmo trasportato per mare in Europa. Ero stato scelto a causa della mia conoscenza delle lingue, di cui ho già avuto modo di parlarvi e, siccome scarseggiava chi sapesse destreggiarsi nei dialetti algonchini, fui costretto a essere presente in un genere di affari che non amavo particolarmente. Ci immergemmo nelle foreste di quello che sarebbe diventato lo stato del Connecticut, e arrivammo all’appuntamento con i ragazzi che dovevano consegnarci le pelli. Vidi qualcosa brillare alla luce degli ultimi raggi del sole, che riconobbi per essere la canna di un fucile e, mentre il suono dello sparo giungeva alle nostre orecchie, presi una gavetta di metallo e con un balzo felino raccolsi il proiettile al volo prima che potesse colpire in petto uno dei Pequot. Il ragazzo, che si rivelò successivamente essere il giovane Sassacus, futuro, sachem, capo, mi strappò la gavetta di mano e, constatatone il contenuto, mi dichiarò eterna gratitudine. Pretese, e non ci fu verso di dissuaderlo, di averci ospiti al villaggio per la notte. Li seguimmo di buon grado, anche perché il viaggio era stato estenuante e vedevo i miei uomini stanchi. Giunti al villaggio, fummo avvolti dai colori vivaci dei wigwam e degli abiti dei nativi; sui fuochi accesi, si giravano pesci; i bambini si rincorrevano urlando, mentre i maschi adulti ci circondarono interrogando, prima con gli occhi e poi in un concitato parlottio, Sassacus e i suoi compagni. La serata proseguì festosa e posso confermare che la generosa ospitalità dei Pequot non era inferiore al loro spirito guerriero e al loro coraggio. Ci coricammo satolli e contenti. Poco più tardi, mentre gli occhi non riuscivano più a restare aperti, sentii qualcuno entrare nella tenda. Il caldo corpo di una ragazza si strinse a me. La notte fu dolcissima e, mentre i coyote ululavano, io avevo gli occhi chiusi.
Le prime luci dell’aurora mi svegliarono da solo. Uscendo dalla tenda, mentre la vita ferveva già all’interno del villaggio, esplorai con gli occhi le donne, ma non seppi riconoscere quella che aveva reso indimenticabile quella notte. Sassacus mi venne incontro e mi confidò che doveva correre ad avvisare gli altri capi per decidere una strategia comune, per porre un freno agli attacchi sempre più frequenti portati loro da inglesi e olandesi. Con un largo gesto del palmo della mano verso il petto, mi offrii di aiutarlo nel viaggio. Lo feci accomodare sulla jeep, misi in moto e partimmo. Ora, a qualche bello spirito che starà friggendo sulla sedia, osservando che nel diciassettesimo secoli le automobili ancora non c’erano e, a maggior ragione, i fuoristrada, neanche mi perito di rispondere: non potevo certo fare una scarpinata di varie decine di chilometri soltanto per soddisfare le sue fisime filologiche. Il nostro viaggio proseguì fra le verdi foreste fino a completare il giro dei villaggi alleati. Quando tornammo al nostro, fummo ancora festeggiati rimanendo a pranzo quando gustammo dell’ottimo stufato di mais. Terminammo, quindi, le operazioni per l’acquisto delle pellicce. I ragazzi ci caricarono di wampum, e ci congedammo con abbracci fraterni.

Uno dei miei rimpianti più grandi, quando seppi che le tribù Pequot furono quasi distrutte nell’omonima guerra, fu di essere riuscito a conservare pochissimo della loro memoria: la loro gente ridotta a meno di cento persone all’inizio del secolo scorso, e la loro lingua quasi scomparsa seppellita dalla polvere del tempo; non mi resta altro che questo ricordo.

lunedì 7 luglio 2008

Merdre!




Nel cantiere i lavori fervevano. Manovali spostavano delle tavole di legno, altri guardavano, chi ammirato, chi annoiato, i maestri d’ascia che lavoravano intorno agli alberi. Mi accorsi, con uno sguardo, che a quel bastimento mancava qualcosa. Avvicinai il capocantiere, e mi feci consegnare una copia del progetto.
Era il 4 giugno 1908, ero in ansiosa attesa che si terminassero i lavori per la costruzione della Reine Ubu, che avremmo dovuto varare prima della fine dell’estate, ma quello che vedevo davanti a me, mi lasciava perplesso e dubbioso che quella cosa potesse prendere il mare. Mi recai dall’armatore, Ambrose Faustroll, che si era affidato, per la progettazione di questa nave, a uno dei migliori cervelli sulla piazza: Alfred Jarry, scomparso l’anno precedente, subito dopo aver consegnato le carte.
“Eppure, il Signor Jarry mi ha garantito che questo sarebbe stato un bastimento eccezionale!”, disse Ambrose, sbattendo un pugno sul tavolo, mentre gli riferivo lo stato dei lavori.
“In effetti, questo rientra nel suo modus operandi”, osservai, “dal momento che Alfred Jarry, l’inventore della patafisica, aveva teorizzato che questa era la scienza basata sulle leggi che regolano le eccezioni. Insisto, però, nel dirle che quell’affare non galleggerà mai, neppure se la patafisica dovesse prendere il posto della fisica.”
Faustroll era visibilmente combattuto. Il padre gli aveva lasciato quel progetto, pagato fior di milioni, da eseguire, mentre giaceva sul letto di morte, ma la paura di fare una figura meschina durante la sua prima uscita nelle vesti di capo, lo aveva immerso in un imbarazzo dal quale non sapeva uscire.
“Domani faremo una riunione con le maestranze, per vedere a che punto siamo”, disse, in tono che poneva fine alla discussione.
Nel Café de la marine, la decima birra che avevo mandato giù non era servita a schiarirmi le idee. E neppure i miei occhi incollati al décolleté della cameriera, che mi sorrideva ogni volta che mi serviva o mi passava davanti, riuscivano a mandare il giusto input alle mie cellule grigie. Prima di andare a dormire, fedele al motto mai troppo celebrato che “la notte porta consiglio”, andai a salutare un paio di amiche che richiedevano la mia presenza da troppo tempo, rinviando al giorno successivo ulteriori elucubrazioni.
Alle quattro del mattino, però, balzai su dal letto, liberandomi dell’abbraccio di una ragazza, e improvvisamente capii qual era il problema: non c’era lo scafo. Da nessuna parte: non l’avevo visto sul cantiere, non l’avevo visto sul progetto vergato dalla mano di Jarry, e non avevo visto nessun preventivo di spesa al riguardo! Mi vestii in fretta, corsi alla casa dell’armatore e, rischiando di mandar giù la porta, bussai fino a farmi aprire dalla sua spaventatissima cameriera, che rischiò di svenirmi fra le braccia. Corsi nel salone, arredato secondo il gusto borghese del tempo, piuttosto pacchiano, e appena fui raggiunto dal Signor Faustroll, gli urlai: “Mi dia i progetti, forse ho capito!”
Il pover’uomo, che ancora non si era ripreso dallo spavento, andò a prendere una cartella gonfia, e me la diede, mentre, passandosi nervosamente le mani nei capelli, attendeva il mio responso.
Sfogliai avidamente le carte, infine trovai ciò che cercavo.
“Ecco”, dissi, porgendogli un foglio ricoperto di formule matematiche, allegato ai disegni, “guardi qui.”
Mi strappò i fogli di mano, li guardò continuando a non capire, infine scrutò il mio volto.
“Questa è la formula per calcolare la superficie di Dio. Jarry ha sbagliato a consegnarle un foglio”.
Ambrose Faustroll osservava attonito la sequenza di lettere e numeri che aveva davanti, e che continuava sul retro:
Abbiamo:
x = ~ - N - a - P.
Ora
N = ~ - 0
e
P = 0.
Per cui:
x = ~ - (~ - 0)-a-0 = ~ +0-a-0
x = a.
D'altra parte il triangolo i cui lati sono a, x e y ci dà
a2 = x2 + y2.
Ne deriva, sostituendo x il suo valore (-a)
a2 = (-a)2 + y2 = a2 + y2.
Per cui:
y2 = a2 - a2 = 0
e
y = √0.
Dunque la superficie del triangolo equilatero che ha per bisettrici dei suoi angoli le tre rette a sarà
S = y(x + a) = √0 (-a + a)
S = 0 √0.
COROLLARIO. — A prima vista, del radicale √0 noi possiamo affermare che la superficie calcolata è al massimo una linea; in secondo luogo, se costruiamo la figura secondo i valori ottenuti per x e y, constatiamo:
Che la retta y, che adesso sappiamo essere 2√0, ha il suo punto d'intersezione su una delle rette a in senso opposto alla nostra prima ipotesi, poiché x = -a; e che la base del nostro triangolo coincide con il suo vertice;
Che le due rette a fanno con la prima angoli più piccoli per lo meno di 60º, e inoltre non possono incontrare 2√0 se non coincidendo con la prima retta a.
Il che è conforme al dogma dell'equivalenza della tre Persone tra di loro e alla loro somma. Possiamo dire che a è una retta che congiunge 0 a ~ e definire Dio:
DEFINIZIONE. — Dio è la distanza più breve da zero all'infinito.
In che senso? si chiederà.
— Risponderemo che il Suo nome non è Jules, ma Più-e-meno. E si deve dire:
± Dio è la distanza più breve da 0 a ~, in un senso o nell'altro.
Il che è conforme alla credenza nei due princìpi; ma è più esatto attribuire il segno + al principio della credenza del soggetto.
Ma Dio, essendo inesteso, non è una linea.
— Notiamo infatti che dall'identità
~ -0-a+a+0=~
la lunghezza a è nulla, a non è una linea, ma un punto.
Perciò, definitivamente:
DIO È IL PUNTO TANGENTE DI ZERO E DELL'INFINITO.

venerdì 20 giugno 2008

Addio alla musica

Quest’umidità mi uccide. Ho le ginocchia bloccate dall’artrite e, per riuscire a mettere su un Cd nel lettore, mi sono dovuto aiutare con una sedia: sono refrattario alle stampelle e non riesco a rassegnarmi all’idea che il tempo possa passare anche per Capitan Feendoos come per tutti i comuni mortali. Ho trovato un vecchio disco d’incisioni di brani di Turlough ‘O Carolan; quando ho ascoltato le prime note di Farewell to the music non ho potuto trattenere qualche lacrima che, contro tutte le potenze dell’universo, è riuscita a fuoriuscire dai miei occhi sempre asciutti e fieri. La mia memoria è corsa lungo i secoli al giorno in cui incontrai il compositore errante mentre passeggiavo per Dublino. Avevo litigato con il mio armatore, che pretendeva da me trasporti non consentiti dalla legge, e mi ero preso un anno sabbatico. Ero a cena da amici, quando mi presentarono a Turlough, e ci sfidammo in una lunga partita a backgammon che gli lasciai vincere perché mi fu subito simpatico. Dopo aver ingurgitato una quantità di birra che sarebbe bastata a un reggimento di lanzichenecchi, ci mettemmo a cantare su arie prima allegre, e infine sempre più tristi. Fu così che componemmo, quasi per gioco, Farewell to the music, che il mio caro amico fece conoscere al mondo solo in punto di morte, come mi aveva promesso quella sera fra i fumi dell’alcool. Fra le tante chiacchiere che facemmo quella sera, voglio condividerne alcune, le più interessanti, con voi, amici miei, che avete la pazienza di seguire queste mie memorie.

“Non hai mai avuto problemi a girare l’Irlanda per esercitare la tua professione? Sono tempi piuttosto difficili, questi, e non deve essere facile essere sempre in giro…”

“La mia complessione, per fortuna…”

Lo interruppi: “Scusami, Tuorl (lo chiamavo affettuosamente così), dovresti usare un linguaggio più consono a quello dei miei lettori, che sono abituati a leggere, quando leggono, lessemi più moderni, e potrebbero avere difficoltà a capire il tuo parlare settecentesco…”

“Ohhh, certo, hic! Ho capito benissimo quello Ke vuoi dire xke, nonst abbia bevuto sono +tosto sveglio e …”

Dovetti interromperlo di nuovo: “Troppa grazia! No, no, no, scusami, ma non credo di avere un target di lettori così giovanile. Mi piacerebbe che ce ne fossero anche dell’sms generation, ma devi attenerti a un italiano novecentesco o, al più, inizioterzomillennio. Lascia andare, prendi l’arpa e suona di nuovo. Io ti accompagnerò al canto.”

Prima di prendere l’arpa che gli passai, mi chiese ancora della birra. Dopo alcuni galloni, ci mettemmo a braccetto e girammo per le bettole più malfamate di Dublino. Incontrammo giocatori, ladri, truffatori e prostitute. Fu a queste ultime che dedicammo le nostre energie migliori.

Il mio ultimo ricordo di quella serata è il mio naso che affonda, quanto volutamente non ricordo, nella generosa prua dell’ostessa che ci serviva dell’ottima birra. Il mattino successivo ci trovò con un leggero mal di testa in una camera sconosciuta. Probabile che la padrona fosse già al lavoro. Ci facemmo compagnia per un lungo tratto, infine ci salutammo fraternamente con la promessa di approfondire gli argomenti trattati la sera precedente. Purtroppo il destino così non volle: il mare, mia vita e mio padrone, decise diversamente, facendomi trovare lontano quando il cielo prese con sé Turlough.


mercoledì 11 giugno 2008

Nel cuore nero dell'Africa

L'avventura che sto per raccontarvi si svolse quasi per intero nelle profondità del continente africano, lungo le rive del fiume Congo, ma prese le mosse da ciò che accadde in una bettola in un porto del Mare del Nord alcuni mesi prima.

Era una di quelle sere talmente fredde da sconsigliare a chiunque di mettere il naso fuori dalla porta. Sparuti fiocchi di neve - non poteva, letteralmente, nevicare per il freddo - erano in balia di raffiche di vento freddo e pungente di tramontana. Chiunque, se si esclude noi marinai, s'intende, che non abbiamo certo timore di qualche grado sotto lo zero; noi che tante ne abbiamo passate.

Lo Spagnolo, così si chiamava il proprietario della bettola ( a pensarci bene non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome), come tutte le sere guardava in cagnesco tutti gli avventori giovani e di bella presenza, come ero anche io a quei tempi, perché il poverino era afflitto da una gelosia - devo dire piuttosto giustificata - per una moglie molto più giovane di lui e bella da far girare la testa. Ricordo che anche io... ma forse sto divagando, e non vorrei tediare l'uditorio con il resoconto delle mie conquiste sentimentali che è, invero, piuttosto lungo e variegato, e di cui magari una di queste sere vi ragguaglierò in modo opportuno. Lo Spagnolo, dicevo, di statura robusta e sul cui volto campeggiavano un grosso paio di baffi, era affaccendato dietro il bancone fra un bicchiere di rhum e uno di gin, fra un sandwich e un piatto di aringhe affumicate che causava l'arrivo di ulteriore rhum; la moglie serviva ai tavoli civettuola, il fumo dei sigari riempiva la stanza fino ad altezza d'uomo mentre alcuni marinai, fra i quali c'era il sottoscritto, raccontavano ciascuno le proprie avventure. C'era John il guercio che, come suo costume, faceva di ogni aringa una balena; Ed lo zoppo che raccontava, ogni volta in maniera diversa, a quale squalo avesse ceduto la sua gamba destra; c'era un tale Achab che voleva convincerci di aver combattuto per giorni con una balena, alla quale aveva addirittura dato un nome, forse Moby Dick, più probabilmente Moby Jack, visto che dick è una parolaccia, non so dirvi con esattezza - è troppo il tempo trascorso - ma in pochi gli prestavano attenzione conoscendo la sua fama di contaballe. C'ero io, che con la modestia che ha sempre accompagnato il mio portamento fiero, raccontavo a grandi linee le mie traversie recenti e, a un tavolo, solo davanti a un bicchiere vuoto che aveva contenuto del rhum, un marinaio molto male in arnese che aveva fino a quel momento taciuto, si alzò, venne verso di noi, chiese del rhum - ci guardammo in volto, gli altri e io, chiedendoci chi avrebbe dovuto pagarlo, visto che non sembrava in condizione di farlo - e incominciò a raccontare la sua storia.

Raccontò che era reduce da un viaggio in Africa dove, risalendo lungo il Congo, aveva cercato e, a suo dire trovato, un enorme giacimento di sofficiotti al prosciutto cotto e mozzarella. La domanda che era nell'espressione interrogativa dei nostri volti, e che certo vi starete facendo anche voi adesso, era la seguente: come mai, allora, il nostro buon marinaio si trovava in condizioni così tristi?

Anticipando John il guercio che stava per farla, Hernest Feuerbach, così ci disse di chiamarsi il poveretto, ci raccontò delle peripezie che lo avevano costretto a un rovinoso ritorno a casa, con la contentezza di essere ancora vivo a poterne parlare.

Starete sicuramente già pensando, conoscendomi, che io, per cui ogni ostacolo non è mai stato altro che una sfida, fossi già lungo le rive del Congo col pensiero rivolto al famoso tesoro dei sofficiotti e, qualche mese più tardi, con una barca adeguatamente equipaggiata, a risalire il fiume pieno di insidie sconosciute. La navigazione non fu, tutto sommato, troppo movimentata; d'altronde l'acqua è il mio elemento, i problemi iniziarono quando mettemmo piede a terra dopo aver sfiorato Mbandaka e Kisangani, e ci avventurammo nella foresta alla ricerca del giacimento. I portatori, nervosi fin dall'inizio per via delle leggende piene di morti violente che aleggiavano intorno a quei posti, ci abbandonarono il terzo giorno di marcia, e non valse a nulla che ne fucilassimo un paio per dissuaderli da altri comportamenti vigliacchi. Devo ammettere, con il senno di poi, che non avevano tutti i torti, e negli anni ho imparato a rispettare le tradizioni dei popoli che ho conosciuto. Ma quelli erano altri tempi, e spero vogliate essere indulgenti con il vostro umile narratore.

Fummo ripetutamente attaccati dalle tribù indigene, dedite alla guerra rituale quando non impegnati nella coltivazione delle crocchette di patate, ma riuscimmo a respingere ogni volta gli attacchi a colpi di fucile. Dopo due lunghe settimane di marcia, giungemmo al fine nel luogo indicato da Hernest Feuerbach e ci accampammo per riprendere le forze prima di procedere agli scavi, che si prospettavano lunghi e faticosi.

Con nostra grande sorpresa, invece, ci accorgemmo, alla luce del sole del giorno successivo, che i sofficiotti erano così abbondanti da affiorare in superficie, e non avemmo che da raccoglierli e caricarli nella casse.

Al ritorno nel vecchio continente, dopo aver lungamente e ripetutamente festeggiato con la moglie dello Spagnolo, non mancai di mandare una cassa del miglior rhum all'indirizzo del povero Hernest Feuerbach.

martedì 3 giugno 2008

Abelardo, AKA Golia

Quel tratto di Francia che va dall’Atlantico al Mare del Nord è stato uno dei punti di riferimenti abituali della mia vita di marinaio, e da quelle parti ebbi modo di incontrare Pietro Abelardo, e di diventarne successivamente amico. Talmente amico, direte voi, da non essere nominato nella sua biografia? Certo, miei cari detrattori: se la sua biografia si chiama Historia calamitatum mearum, La storia delle mie sventure, è evidente che io non possa trovarvi posto. Ci capitava spesso, fra una bevuta e l’altra, tra una donna e l’altra, di discutere anche animatamente delle questioni filosofiche più spinose – se fosse ancora vivo potreste vedere i segni di un mio pugno quando pretese di dimostrarmi l’esistenza di Dio, solo come divertissement dialettico, campo in cui eccelleva e sapeva rendersi odioso, come imparò a sue spese – e dimenticavamo i nostri impegni e anche i nostri amori (“Pierre, quand tu es avec ce salaud d’Elemirò tu t’oublie de moi” diceva talvolta Eloisa). L’episodio che sto per narrarvi, però, occorse dopo il famoso incidente causato da Fulberto, zio e tutore di Eloisa, che insieme ai suoi scagnozzi fece evirare il mio povero amico. Dopo quel terribile giorno, dal quale i due amanti furono allontanati prendendo entrambi i voti, mi accadde spesso di far loro da tramite e di recapitare infuocate missive, passate ormai alla storia per l’alto tasso erotico che le caratterizzava. Non ho mai avuto il coraggio di confessare al mio amico i fatti della notte del dodici dicembre 1130. Portavo con me una delle lettere più infuocate di Pietro – di solito erano quelle di Eloisa a essere le più calde – e la consegnai, guardandomi bene dall’aprirla (chi mi segue avrà avuto modo di apprezzare il mio alto senso dell’onore e dell’amicizia), alla povera donna, che mi accolse con un abbraccio.

Appena prese a leggere, purtroppo, disperate lacrime d’amore impedirono alla mia cara amica di proseguire, e mi supplicò di farlo in sua vece. Il tono delle parole che stavo leggendo erano così cariche di pathos, in principio, per seguitare in una direzione che diveniva sempre più torbida e carica di profferte amorose, che il povero filosofo ormai poteva soltanto immaginare, essendo stato privato dell’organo adatto dal mefistofelico zio, e il clima della stanza si faceva vieppiù caldo e carico di tensione erotica. Eloisa, che era rimasta abbracciata a me, incominciò a toccarmi in vari punti nevralgici, e rese davvero difficile la mia difesa dell’onore dell’amico.

Mi accade ancora oggi, a distanza di tutti gli anni che mi separano da quella notte, di svegliarmi in un mare di sudore, eccitato eppure pieno di sensi di colpa per il tradimento della fiducia dell’amico, ma quella notte la difesa fu vana. Strenua, piena di dinieghi che lasciavano presto il posto all'ardore, ma vana. Il mattino dopo, quando abbracciai Eloisa come un fratello, eravamo entrambi consci che quanto accaduto dovesse rimanere ascritto nell’ambito di un episodio unico e irripetibile da imputarsi alle circostanze. Ripresi, quindi, il mare alla ricerca di gamberetti del capitano.

Quel giorno feci fuori in un sol colpo tutta la riserva di sidro della nave.

martedì 6 maggio 2008

La verità su Attila


Vuole la leggenda che Attila, detto flagellum dei, fosse fermato nella sua calata in Italia da papa Leone I che esibiva il simbolo della croce.

Io c’ero, e posso raccontarvi una storia molto diversa. Avevo già avuto modo di incontrare Attila, re degli Unni, durante i miei viaggi alla ricerca di surgelati, i famosi surgelati di Capitan Feendoos, e quello che mi aveva colpito del famoso condottiero era la scarsa igiene, oltre che le indubbie capacità di guerriero. Non avevo quindi, capirete bene il perché, alcuna intenzione di avere altri rapporti con lui, ma il destino fece incrociare le nostre strade in modo rocambolesco. Dopo aver devastato il Veneto, Attila si apprestava a scendere a Roma, per continuare il saccheggio delle ricchezze dell’impero. Io, che dovevo imbarcarmi per un carico di merluzzi pastellati del capitano, sapendolo in Veneto, per evitare di trovarmelo di fronte, decisi di seguire il lungomare tirrenico, e invece mi si parò davanti alle porte di Roma. Non potendo fuggire, ormai mi aveva visto, fui costretto a fronteggiarlo, ma non avendo alcuna intenzione di correre ad abbracciarlo per evitare i suoi malefici effluvi, escogitai uno stratagemma che salvò le mie narici e, in seconda istanza e in modo del tutto involontario, anche il destino della città eterna. Appena fui abbastanza vicino da essere certo di poter essere udito, lo apostrofai in modo violento: “Attila, Signore degli Unni, ma che caspita stai combinando? E’ proprio vero che dove passi tu non cresce più l’erba: hai distrutto tutti gli spinaci filanti che avrei dovuto raccogliere e mi hai fatto perdere un carico. E che diamine!”

Il povero condottiero rimase interdetto: non si aspettava una simile accoglienza da parte mia, e provò a giustificarsi: “Elemiro, ma io… non credevo, cioè, non era mia intenzione di…” E io, carogna, fintamente indulgente, dissi: “Fa niente, lascia stare. Però, ogni tanto lavati”.

(N.d.R. tutto il dialogo avvenne in un dialetto germanico, di cui ero piuttosto padrone. Dovete sapere che conosco molte lingue, anche se eccello nella padronanza dello svizzero, del lussemburghese e del monegasco, di cui sono stato anche insegnante quando, a causa di una frattura tripla carpiata di tibia e ulna fui costretto per lunghi mesi a letto).

Quella fu la sua rovina e la salvezza di Roma. Attila prese un lungo bagno, costringendo a fare altrettanto alle sue feroci truppe, in uno dei laghi laziali che, da quel giorno, diede vita alle paludi pontine.

Trovandosi a passare di là il Santo Padre, Leone I, che aveva furbamente fatto il mio stesso ragionamento e cercava una via di fuga verso nord, si fermò a riposare, non era abituato alle lunghe camminate, avendo la fortuna di poter farsi trasportare dai suoi servi. Il seguace di Pietro si tolse i calzari, causando lo svenimento dei suoi seguaci, e Attila, che arrivava in quel momento, con le narici finalmente libere dopo il bagno, fu colpito in pieno dalle emanazioni che uscivano da quei calzari, e decise di tornare sui suoi passi versi le foreste germaniche. Ci fu chi parlò d’intervento divino (in effetti, era difficile pensare a qualcosa d'umano: qualche anziano esalò il suo ultimo respiro in quelle lande); chi di non meglio specificato evento soprannaturale: io non sono in grado di giudicare. Posso solo dirvi che mi guardai bene dal salutare Leone I e proseguii per la mia strada.

venerdì 25 aprile 2008

Lucrezia

Sono un gentiluomo e non vi racconterò mai cosa accadde quella notte. Sappiate solo però che, dal giorno dopo, Lucrezia Borgia mi tempestò di telefonate e di sms, tanto da costringermi a cambiare la sim del mio telefonino. Quando raccontai alcuni dettagli di quella notte di fuoco a Salvo Montalbano, mio carissimo amico, ebbe a dire le seguenti parole: “Cose assai vastase furono”. Gliele raccontai solo previo giuramento di non farne parola ad anima viva, s’intende, e di Salvo sapevo di potermi fidare.

Era stata dura, a essere sinceri, arrivare vivo a vedere la luce del mattino, dopo quella notte di fuoco, per le note abitudini dei fratelli Borgia di offrire bevande, diciamo così, arricchite, ai loro ospiti. Purtroppo, il gatto a cui feci bere tutti gli intrugli che Lucrezia mi passava non la vide affatto.

La serata o, per meglio dire, la giornata precedente, aveva preso inizio con le abbondanti libagioni a pranzo che si erano concluse solo dopo il calar del sole. Quando tutti i convenuti avevano ormai fatto ritorno alle proprie abitazioni, restai solo con Lucrezia, che mi condusse all’alcova. E qui, si rischiò davvero che tutto andasse a monte, per via di un piccolo, insignificante dettaglio. Quando aprì la porta, vidi un corpo di donna dal volto cereo steso sul letto e, al mio sguardo interrogativo rivolto a Lucrezia – la necrofilia non è contemplata dal mio manuale di pratiche amorose – la vidi cascare dalle nuvole. Con grazia principesca si diede un colpo del palmo della mano aperta sulla fronte, esclamando: “Mio Dio, mi ero del tutto dimenticata di Hortensia! Ieri sera, mentre giocavamo” e sottolineò la parola con uno sguardo carico di malizia, come a lasciar intendere che fosse chiarissimo a entrambi cosa fosse quel gioco, “abbiamo voluto provare una cosa nuova: le ho fatto bere una pozione che dà la morte apparente, ma poi ho dimenticato come si prepara quella per ridare vita, e la povera disgraziata è rimasta così. Da ieri.”

Nonostante la situazione potesse apparire drammatica, non persi il mio sangue freddo, pensando ai rischi che correva la povera Hortensia, leggiadra principessa nordica, alle conseguenze che ne avrebbe patito la cara Lucrezia, anche se, cadavere più, cadavere meno …, e soprattutto che la notte che mi ero prefissato di passare con lei rischiava di saltare per via di un increscioso incidente. Presi i cavi del caricabatteria, li collegai dai miei polsi a quelli della apparentemente morta giovane, facendo bene attenzione a non invertire le polarità, e feci un po’ di corsetta sul posto, per aumentare la frequenza cardiaca. Dopo alcuni istanti, con mio sollievo, vidi tornare il colore sul volto della giovane, che premiò i miei sforzi con un sorriso che non dimenticherò mai, dovessi vivere cento anni. Lucrezia, intanto, era andata a prendere delle bevande, che mi guardai bene dall’ingurgitare, ma che rafforzarono, dopo essersene servita, il rosso delle gote di Hortensia, essendo, per una volta, soltanto liquori.

Dopo i ringraziamenti cui dovetti di malavoglia sottostare, sapete quanto sono schivo e umile, le due ragazze interrogarono i miei occhi con i loro, per decidere, evidentemente, quale sarebbe stato l’evolversi degli eventi per quella notte. Sacrificai i miei principi – non amo particolarmente i convegni affollati – dimostrando quanto vale un marinaio, anche se sopraffatto da forze nemiche preponderanti, e arrivai esausto ma felice al mattino. E vivo.

Mi congedai dalle ragazze adducendo a pretesto un viaggio per un carico di balene al pesto genovese quattro pasti in padella (sappiamo benissimo che non esistono, ma le principesse non erano aduse ai lavori di cucina) e presi il largo con il mio bastimento.

venerdì 18 aprile 2008

La grande carestia

Quello fu l'anno della grande carestia. Lo ricordo bene perché, per ordine del nostro armatore, mi ritrovai in via eccezionale a trasportare del grano. A dire il vero erano più le pantegane che il grano, ma nelle stive delle navi queste cose sono normali e, in caso di carestia, è sempre carne a portata di mano, parlando con rispetto.

Alla borsa del grano di Chicago, il più grande mercato mondiale del grano, alcuni manigoldi in giacca e cravatta, ben più pericolosi di tutti i pirati e figli di una bucaniera che ho incontrato nella mia carriera, decisero di speculare sul grano approfittando della stagione di eccezionale siccità che si era avuta a cui attribuire la colpa e, giacché c'erano, dando la colpa ai cinesi e ai tedeschi. E poco importa che la gente morisse a centinaia, lasciando i poveri a litigare con i contadini, i mugnai e i fornai a dividersi le colpe delle terribili cose che accadevano. Per fortuna oggi queste cose non accadono più, e sono felice per voi giovani che vivete in questo mondo così diverso.

Quei carichi di grano si rivelarono una via crucis: il cereale era talmente ambito da essere meta di attacchi da parte dei pirati da rendere la navigazione un vero inferno. Quindi, come potete immaginare, le ripercussioni furono terribili, e non solo sull'economia mondiale, ma anche per la vita di tutti i giorni: si fermò la produzione delle lasagne al forno dei quattro pasti in padella feendoos e, converrete con me, che la cosa non ha eguali nella storia.

Fu così che, per tentare di sopperire alla carenza di derrate alimentari ci dedicammo per mesi alla pesca del gran fritto di mare, le cui scatole, pur essendo difficile – si impigliavano nelle reti, spesso distruggendole causando la perdita di tutto il pescato – con cui riuscimmo a sfamare la popolazione salvaguardando la salute mondiale. Proprio in una di queste sortite, mentre eravamo all'attracco nel porto di Maasdam, mi capitò di imbattermi in un tale che molestava una passante. Con un balzo gli fui addosso, e lo allontanai dalla malcapitata; il tipo, grosso almeno il doppio di me, con muscoli che gonfiavano i suoi indumenti all'inverosimile, tirò fuori un coltello e con quello mi minacciava. Con un calcio all'indirizzo della sua mano glielo feci volare in acqua, e ora ci fronteggiavamo a mani nude. All'improvviso fece partire un violento pugno, non feci in tempo a schivarlo e mi prese in pieno petto, il mio petto d'acciaio, il pugno rimbalzò e il poveretto se lo stampò in fronte con tutta la forza di cui disponeva. E così restò. Io mi allontanai facendo compagnia alla spaventate ragazza, consolandola come potevo, e ne conoscevo di metodi per farlo.


Ancora oggi, c'è chi giura di aver visto un tale, grosso quanto un frigorifero a doppia porta, biascicare cose senza senso nelle fredde notti di Maasdam.

lunedì 14 aprile 2008

Le gioie della campagna

Per un vecchio lupo di mare che, come me, abbia deciso di ritirarsi a godere del meritato riposo in campagna, la vita rurale può essere piena di sorprese.


Scoprire i piaceri dell'orticoltura, per esempio, è stata un'esperienza molto interessante, veder crescere le piantine che si è seminato, imparare a potare guardando il contadino, un mio vicino, che mi dà una mano per i lavori più gravosi, vedere svelati, giorno dopo giorno, piccoli accadimenti che avevano sempre avuto del miracoloso ai miei occhi, ha reso meno tediose le mie giornate, e anzi, mi ha fatto dimenticare del brusco cambio dato alla mia vita dopo aver lasciato il mare.


Non tutto va per il verso giusto, per la verità, come ho potuto constatare ieri, alcune differenze fra la campagna, in montagna oltretutto, dove vivo il mio ritiro, e il mare ignoto come gli uomini che gli vivono intorno e dentro, per così dire, sono incolmabili.


C'è una vedova, ancora piacente, dai modi sbrigativi ma simpatici, che viene di tanto in tanto per aiutarmi nelle faccende domestiche – non vi sarete mica fatti l'idea che io sia diventato un perfetto ometto di casa: sono ancora un Capitano, per la miseria! – e che mi ragguaglia dei pettegolezzi sugli abitanti del paese, gente di cui ignoro spesso l'esistenza, ma che riempie la casa di suoni piacevoli, che rompono il silenzio spesso assordante che mi circonda. Confesso che, con il passare dei giorni, la sua compagnia mi è diventata cara, forse al punto che ne soffrirei se dovesse abbandonarmi.


Ieri, però, è successa una cosa che ha rischiato di compromettere il nostro rapporto, finora improntato a una rispettosa cordialità. Mentre era in camera da letto, prima di fare le pulizie, Agnese, questo il suo nome, si muoveva con disinvoltura compiendo gesti che sembravano dettati più dalla memoria che da una linea di pensiero appartenente al presente, si è più volte chinata per spostare coperte, raccattare pantofole e alzare tappeti da scuotere, e in tutto questo chinare mi ha lasciato intravvedere il bianco delle cosce oltre l'orlo delle calze, nere anch'esse come il resto del suo abbigliamento vedovile. Confesso che a quel punto ho sentito rinascere in me qualcosa che credevo definitivamente sopito, qualcosa che fosse diventato ormai letteratura, smentito invece dal movimento all'interno dei miei calzoni. Mi sono schiarito la voce, mentre Agnese sembrava non essersi accorta di nulla di quanto stesse turbando la mia quiete, e le ho detto: "Avrei piacere di averla a cena con me, qualche volta, Agnese, se non le dispiace, potremmo uscire a mangiare qualcosa nel ristorantino di Gigi, dicono che ci si mangi bene…"


"Capitano" mi ha interrotto, "i servizi che non fanno parte dei lavori domestici si pagano a parte", tirando le coperte sulle lenzuola, continuando con rapidi gesti a rassettare il letto.


Ho farfugliato qualcosa, non ricordo bene cosa, e ho preso congedo dalla sua presenza. Non so cosa mi abbia più turbato, forse l'essere stato preso alla sprovvista, forse il mio amor proprio ferito, forse la paura di perdere quell'unica compagnia che rompe le mie monotone giornate, "la cosa ha dell'incredibile", mi andavo consolando, rimasto solo, "un uomo che ha avuto centinaia, se non migliaia di donne, e che non si è mai spaventato di pagare nei porti più squallidi in cui ho fatto scalo, restare come un idiota davanti a una vedova di campagna!"


sabato 12 aprile 2008

Franceschiello

Ero partito dal porto di Trieste nella peggiore disposizione d’animo: dover incontrare Sua Maestà con un occhio nero era quanto di più demoralizzante avessi provato nella mia vita, ed ero carico di infausti presagi.

Sulla banchina del porto, nel vertice dell’Adriatico, la bora soffiava così violenta che il mio naso venne alzato all’insù per finirmi nell’occhio destro, causandomi l’occhio nero di cui vi accennavo in precedenza. A quel punto, purtroppo, il mio umore era ancora più nero dell’occhio, quando giunsi alla volta di Napoli, ma per fortuna, una splendida giornata di sole mi accolse ridandomi un po’ di coraggio per l’incarico pieno di responsabilità che mi aspettava.
Sua Maestà Francesco II di Borbone, conosciuto ai più come Franceschiello, detto ora con affetto dai suoi sudditi, ora con disprezzo dai suoi denigratori, Re di Napoli e delle due Sicilie, mi aveva mandato a chiamare per operare un riassetto della flotta della Reale Marina. Venni scortato a palazzo e, dopo i convenevoli d’uso e un’attesa opportuna fui ricevuto, in una calda serata primaverile, dal Sovrano.

“Guagliò, com’ t’ chiamm?”

“Elemiro Feendoos, per servirVi” risposi.

“Avremmo intenzione di riorganizzare la Reale Marina, pensi di esserne capace? Avimm’ sentit parlà bbuon’ e te.”

“Maestà, farò del mio meglio. Io inizierei dalla Marina Militare, che dovete rendere efficace, perché non ci si può fidare di nessuno …”

“Ma no, Noi qui stiamo tranquilli: sopra di Noi c’è il Papa, e chi oserebbe mai attaccarLo? Intorno c’è il mare, sono in pace con tutti i regnanti d’Europa, che pericoli possiamo correre?”

“Maestà, ci sono i Savoia, quelli che si fanno chiamare, usurpandone il titolo, “piemontesi”, anche se sono una specie di francesi e non li vogliono neanche i francesi …”

“Guagliò, ma che dici, Vittorio Emanuele è nostro cugino, non farebbe mai una cosa simile…”

“Perdonatemi, Sire, ma chill’ è nu nfam’, e non ha niente a che vedere con Voi” dissi col mio approssimativo napoletano, causando una certa ilarità nel Sovrano, nonostante l’ora grave. “Quello è capace di qualsiasi cosa” proseguii “e sarebbe anche capace di mandare quel terrorista di Garibaldi a sfondare le linee, magari facendo pure finta di venire in Vostro soccorso. E poi Vi farebbe il servizio, se mi perdonate l’espressione colorita.”

“Eh, fra’, tu sei troppo malpensante, sono sicuro che il mio augusto cugino non farebbe mai una cosa simile, caspita, e’ mamm’ nost’ so ssor, le nostre mamme sono sorelle!”

“Non so che dirVi, Maestà, ma io non mi fiderei di gente che si caca sotto quando arriva Napoleone, pur di conservare nu piezz e terra.”

Franceschiello sorrise, ricordando quando i Savoia avevano barattato la Savoia e la dignità con il Piemonte, diventando così “i piemontesi”, rinculando davanti all’avanzare di Napoleone, pur di conservare un titolo e un pezzo di terra.

Non sapeva ancora, il povero Francesco, che con le brache cacate dai Savoia si sarebbe potuto riempire un museo, come la storia ci avrebbe insegnato: a quelle, già citate, con i francesi, si sarebbero aggiunte nel tempo, quelle di fronte agli inglesi, ai tedeschi, a Mussolini nel 1922 e agli americani nel 1943. Per tacere, poi dell’ingloriosa fine che avrebbe fatto quella casata, sempre abile quando si trattava di difendere i propri interessi, molto meno quando quegli interessi erano dell’Italia e degli italiani, dopo la proclamazione della Repubblica Italiana.

“Elemì, ne riparleremo” Il sovrano, alto, magro, dai modi che ricordavano più un ecclesiastico che un monarca che si trovava a reggere le sorti del più grande e importante regno della penisola, guardò pensoso il mare, e proseguì: “vogliamo prima occuparci dei lazzari dell’albergo dei poveri. Abbiamo una scuola di musica, e abbiamo altri ambiziosi progetti.” Sorrise, come a volermi rassicurare: “Se si farà l’Italia, la faremo noi, lo sanno tutti.” In effetti, era opinione diffusa che l’unica monarchia in grado di portare a termine il progetto fosse quella retta dai Borbone.

“Spero tanto che abbiate ragione, Maestà. Ma ricordateVi, non fidateVi di Vostro cugino.”

Ci congedammo. Franceschiello, com’è noto, non fece in tempo a realizzare nessuno dei suoi progetti, l’Italia andò nelle mani di quei terroristi che, incapaci e male attrezzati, poco interessati al destino delle genti, si accordarono con le gerarchie nobiliari dei territori conquistati per la riscossione dei tributi e delle vite umane da immolare all’altare della patria, e lasciarono gran parte della penisola preda di truci interessi.

Qualche mese dopo, mentre ero a Marsiglia, ricevetti l’incarico per un fruttuoso trasporto di sapone verso l’Australia e, cosa che mi consentiva di rientrare senza le stive vuote, un carico di digeridoo che servivano alla preparazione delle ciotole che venivano vendute come gadget insieme agli gnocchi quattro pasti in padella. Ero giovane e cinico, e non pensavo più all’Italia.

martedì 8 aprile 2008

Feenburger

Uno degli episodi più controversi della mia carriera di Capitano riguarda i fatti di cui mi accingo a farvi un breve resoconto.

Se, da un lato, fui in grado di salvare un'intera popolazione, ricevendo il plauso di più di una autorità, d'altro canto fui duramente contestato per il modo in cui a tale risultato giunsi. Nonostante siano trascorsi ben più di alcuni lustri, è ancora viva nella mia memoria la sequenza degli accadimenti che si susseguirono in quei drammatici giorni.
Come tutti saprete, dallo studio della storia del secolo scorso se non per esperienza diretta, dopo la sciagura del Titanic e dell'Andrea Doria, una delle più grandi disgrazie marine fu il naufragio del Patafree, sulle coste di una remota isole delle Indie Orientali.
In quella occasione morirono migliaia di passeggeri, turisti e lavoratori di varie nazionalità e provenienza: turisti europei, lavoratori asiatici e africani reduci dalla campagna di raccolta degli spinaci filanti, di cui vi racconterò un'altra volta, e il dramma destò una vasta eco sulla stampa e nelle coscienze dei contemporanei.

L'isola su cui fece naufragio il Patafree era abitata dai Dubleeoobee, popolazione che all'epoca in cui si svolsero i fatti ancora praticava l'antropofagia, dato questo che fece precipitare gli eventi nella maniera in cui vi narrerò fra breve. Al comando della Little Queenie, fummo i primi a captare l'S.O.S. della Patafree in difficoltà e, da uomo che ha sempre privilegiato la vita umana al denaro, non esitai a liberarmi del carico di spinaci filanti di cui avevamo le stive piene per alleggerire la nave e per arrivare quanto prima sul luogo del disastro.
A nulla valsero, purtroppo, tutti i nostri tentativi di giungere in tempo, e una volta nei pressi di Dubleeoobee Island, non potemmo far altro che constatare il naufragio e procedere al recupero, identificazione e conteggio delle vittime.
La preoccupazione immediatamente successiva a questo penoso incarico, era quella di fare in modo di non lasciare i corpi in balia della popolazione cannibale dell'isola, sia per salvaguardare il decoro dei defunti sia per la salute della popolazione indigena: temevo il deflagrare di una epidemia di colera che decimasse la popolazione.

Come spesso è accaduto nella mia lunga e fortunata carriera, mi venne in sostegno il genio, che mi suggerì la maniera di trarmi d'impaccio e di salvare il salvabile. Fu così che mi venne l'idea di usare i corpi per fabbricarne dei Feenburger, da utilizzare, poi, nella maniera ritenuta più opportuna dal mio armatore, dal momento che egli era il danneggiato diretto di tutta la faccenda, se si escludono le vittime, naturalmente. Il mio secondo, che rispondeva al nome di Bjorn Wilander,
biondo e alto dallo spirito sveglio e pronto, osservò che non si sarebbero potuto mischiare le carni di popolazioni africane, asiatiche ed europee, e che i Feenburger avrebbero risentito di tutto questo mescolio di colori. Lo redarguii aspramente per questa sua osservazione dalla connotazione razzista, facendogli osservare che gli uomini sono tutti uguali, dentro, e che le sue rimostranze erano del tutto fuori luogo, pur se animate dalla voglia di far bene, che spesso nei giovani porta agli errori più grossolani.
"Spellateli tutti, prima" dissi, indicando loro la via per togliere del tutto ogni ostacolo alla questione. Ottenemmo degli Hamburger (questo il nome che fu poi dato al prodotto, usurpato da un altro che si è preso il merito dell'invenzione. Ne approfitto per dire di non aver nulla a pretendere: erano ben altre le intenzioni che animarono il mio gesto, e mi accontento delle enormi soddisfazioni che mi ha dato la mia carriera di marinaio) dalla pasta omogenea e li surgelammo e conservammo nella stiva, nell'idoneo reparto refrigerato. Fu così che salvai la popolazione dei Dubleeoobee da morte sicura per colera, e feci in modo che il giusto sonno dei morti non venisse profanato. Non mancarono le critiche, talvolta aspre, al mio modo di procedere, ma si sa, nessuna azione riesce ad accontentare tutti.

Che il Signore onnipotente sia il mio unico giudice, io agii secondo coscienza.

Avventura scandinava

Uno degli episodi che più mi sono rimasti nel cuore e che mi spalancò le porte per la carriera di capitano avvenne molti anni addietro, quando ero sul Queen Anna fra i fiordi della Scandinavia. Le acque erano così basse che si procedeva di scandaglio. La vedetta, un piccoletto di nome John Steiner, un tedesco alto come un barile di polvere da sparo e tutto nero, che sembrava tutto fuorché un teutone, avvistò un banco di filetti di merluzzi senza spine di enormi dimensioni e corse trafelato ad avvertire il comandante. L'intero equipaggio, quando vide la mostruosità di quella cosa che ci veniva incontro, ne rimase a tal punto atterrito da rischiare l'ammutinamento. Ci fu una breve ma concitata riunione fra il comandante e i suoi aiutanti, e sembrava quasi che fossero sul punto di invertire la rotta per portare la nave in acque più sicure, come a voler dimenticare quel terribile pericolo nel mare scuro, quando io, che non ero che un semplice aiutante di vascello, mi lanciai verso l'argano, lo sganciai, presi la fiocina, afferrai con forza una gomena, la legai a me e all'albero maestro, e mi spinsi verso la prua. Mirai con calma, e con la sola forza del mio leggendario braccio destro lanciai con tutto me stesso l'arpione verso il banco di pesci. Con un brillante colpo riuscii a infilare l'intero banco come un interminabile spiedo, salvando la spedizione e il culo, con rispetto parlando, del capitano che mi propose allora per la promozione.


Fui festeggiato come un santo patrono, e quella sera corsero sul ponte della Queen Anna fiumi di Rhum e di Gin.


Un altro episodio, in cui forse mi distinsi maggiormente per il mio coraggio, anche se non lo ricordo con altrettanta commozione per non essere altrettanto legato alla mia storia di uomo di mare, assistito da un eccellente equipaggio, accadde qualche anno più tardi.

Eravamo al largo del Pacifico, ero al comando della nave più bella che abbia mai avuto l'onore di guidare, la Regina Saberta, e dopo giorni e giorni di navigazione eravamo ancora con le stive vuote. Cozzammo contro qualcosa che fece rollare la nave, e io rovesciai un prezioso bicchiere di Porto - dico questo giusto per farvi rendere conto della potenza dell'urto - e diedi subito l'ordine al Secondo di tener pronto l'equipaggio.

Presi il binocolo, e con passo fermo e deciso mi avviai alla prua. Non potevo credere ai miei occhi: il più grosso banco di platessa pastellata che avessi mai visto nella mia carriera, e vi assicuro che ne ho visto ben più di uno! Ora, ci trovavamo di fronte a un problema quasi insormontabile: come portare sulla nave, e far giungere in buone condizioni tutto quel pesce fino al porto che distava diversi giorni di navigazione? Mi venne in aiuto, come spesso mi è accaduto, la mia verve e il mio brillante genio. Diedi ordine ai marinai di portare sul ponte tutti gli estintori di cui disponevano; feci preparare gli arpioni con gomene piuttosto corte, che arrivassero giusto all'altezza del banco dei pesci; feci schierare gli uomini in formazione e mentre due di loro facevano scoccare gli arpioni, il resto dell'equipaggio
dirigeva i flussi degli estintori nella stessa direzione, verso l'obiettivo, congelando all'istante diversi metri cubi d'acqua con tutto il pesce in essa contenuto. Caricammo tutto nella stiva, dando di argano e di gomito, e per la barba di Nettuno, portammo in salvo il carico fino al porto di Lisbona, dove ricevemmo la giusta ricompensa e il meritato riposo. Spero di non avervi tediato con i miei racconti, ma si sa che noi gente di una certa età ci lasciamo andare con piacere ai ricordi, dimentichi, talora, di poter annoiare la platea degli ascoltatori e in questo caso di lettori.

Vi abbraccio tutti, e vi do appuntamento, se ne avrete ancora voglia, ai miei prossimi racconti.

L'oro

Eravamo nel Klondike alla ricerca di oro, il freddo era terribile, si sfiorarono i record del Guinness dei primati, potete immaginare cosa poteva essere lì, al limite del circolo polare artico. L’anno era il millenoventoetanto, si era ancora nel secolo scorso, quindi, e la nostra spedizione era costituita da una nave rompighiaccio con al seguito una squadra di sommozzatori artici e una di minatori attrezzati di tutto punto per ogni evenienza. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse. Nel senso che eravamo, come pionieri, piuttosto allo scuro da quali difficoltà fosse costellato il nostro percorso e anche che saremmo rimasti molto sorpresi da quello che avremmo vissuto. Avevamo deciso di arrivare con la nave per aggirare la concorrenza, e la rompighiaccio fece il suo dannato lavoro maledettamente bene: arrivammo, in men che non si dica, e impiantammo la nostra stazione per gli scavi alla ricerca dell’oro. Dopo aver montato le tende e aver messo in funzione gli impianti, ci godemmo il meritato riposo, riscaldando gli animi e i corpi con il famoso Cordial Campare, il cordiale che ti fa felice e ti fa campare. La mattina successiva, però, il risveglio fu terribile: ci accorgemmo che Igor Slivovitz, uno dei nostri migliori elementi, era scomparso nel nulla. Tutte le nostre ricerche furono vane, ma la cosa più spaventosa era che mancava qualunque traccia, eppure eravamo nella neve e non sarebbe stato possibile che qualcuno, chiunque egli fosse, potesse uscire o entrare nella stazione senza lasciare tracce intorno. Il nervosismo che serpeggiava fra gli uomini divenne terrore, il mattino dopo, quando mancò all’appello anche Piotr Vodkalemon e, se mancavano tracce slla neve, non mancavano purtroppo resti umani orrendamente mutilati in un angolo nascosto della cucina. Fu a quel punto che decisi di intervenire, non potevo lasciare che gli eventi prendessero il sopravvento rendendo l’intera spedizione schiava del terrore e del sospetto. Appena fu sera – ci regolavamo con gli orologi, nella lunga notte artica – mi appostai nei pressi della stazione, all’esterno. Il freddo era terribile, il mio stesso respiro gelava all’uscita delle mie narici formando delle goccioline che si attaccavano dolorosamente alla barba. Quando provai a espletare una funzione fisiologica, si formò un arco giallo che partiva da una parte del mio corpo che ometterò di descrivere perché potrebbero esserci delle signore e dei fanciulli a leggere, fino a toccare terra. Dovetti romperlo con le mani guantate e fu piuttosto doloroso.

Per mimetizzarmi con l’ambiente circostante, decisi di procurarmi una pelle d’orso polare. Appena ne avvistai uno, mi avvicinai furtivo, lo artigliai dietro il collo e diedi uno strattone staccandogli la pelliccia di dosso in un colpo solo. Diedi una pedata all’orso che reclamava chi sa per quale ragione, pulii la pelle alla bell’e meglio nella neve e me la misi sulle spalle. So benissimo che oggi può fare una strana sensazione sentire simili storie di violenza sugli animali, ma a quei tempi gli orsi polari non erano ancora in pericolo di estinzione e non si andava tanto per il sottile. Tornando a noi, ero nel buio aspettando il più piccolo segno di vita, nell’attesa che il terrore si materializzasse sotto i miei occhi, quando comparve un’entità senza corpo, che mi disse di chiamarsi Thing. Subito dopo cercò di divorarmi, ma lo ridussi alla ragione con un paio di ceffoni ben assestati. Mentre era seduto e meditava sui propri errori, dovetti spiegarli con calma e con parole semplici – non era molto sveglio, nonostante la forza prodigiosa di cui disponeva – che Steven King non aveva ancora scritto quel libro, e che addirittura era ben lungi da venire il film di Carpenter, ragion per cui era doveroso che si togliesse dalle scatole e tornasse da dove era venuto. Riuscii, usando le parole giuste e un altro paio di ceffoni, a far sì facesse suoi i miei argomenti e potei finalmente rientrare nel tepore della stazione, dove fui accolto calorosamente dai miei compagni di avventura. Passammo la notte festeggiando e dando una bella botta alla scorta di Cordial Campare – il cordiale che scalda e fa campare – andando finalmente a letto esausti me sereni.

Il giorno successivo potemmo dedicarci tranquillamente alla ricerca dei bastoncini feendoos, che da quel giorno si chiamarono “l’oro di Capitan Feendoos”.