Cosa trovate sul blog

Volete sapere chi e come ha inventato gli hamburger?
Come trascorreva le notti Lucrezia Borgia?
Che fine ha fatto Igor Slivovitz?
Cosa accade davvero nel triangolo delle Bermude?
Cosa vede Capitan Feendoos dalla finestra?
Se il Capitano soffre di emorroidi?

Tutto questo e molto di più sul meraviglioso
blog di Capitan Feendoos.

venerdì 25 aprile 2008

Lucrezia

Sono un gentiluomo e non vi racconterò mai cosa accadde quella notte. Sappiate solo però che, dal giorno dopo, Lucrezia Borgia mi tempestò di telefonate e di sms, tanto da costringermi a cambiare la sim del mio telefonino. Quando raccontai alcuni dettagli di quella notte di fuoco a Salvo Montalbano, mio carissimo amico, ebbe a dire le seguenti parole: “Cose assai vastase furono”. Gliele raccontai solo previo giuramento di non farne parola ad anima viva, s’intende, e di Salvo sapevo di potermi fidare.

Era stata dura, a essere sinceri, arrivare vivo a vedere la luce del mattino, dopo quella notte di fuoco, per le note abitudini dei fratelli Borgia di offrire bevande, diciamo così, arricchite, ai loro ospiti. Purtroppo, il gatto a cui feci bere tutti gli intrugli che Lucrezia mi passava non la vide affatto.

La serata o, per meglio dire, la giornata precedente, aveva preso inizio con le abbondanti libagioni a pranzo che si erano concluse solo dopo il calar del sole. Quando tutti i convenuti avevano ormai fatto ritorno alle proprie abitazioni, restai solo con Lucrezia, che mi condusse all’alcova. E qui, si rischiò davvero che tutto andasse a monte, per via di un piccolo, insignificante dettaglio. Quando aprì la porta, vidi un corpo di donna dal volto cereo steso sul letto e, al mio sguardo interrogativo rivolto a Lucrezia – la necrofilia non è contemplata dal mio manuale di pratiche amorose – la vidi cascare dalle nuvole. Con grazia principesca si diede un colpo del palmo della mano aperta sulla fronte, esclamando: “Mio Dio, mi ero del tutto dimenticata di Hortensia! Ieri sera, mentre giocavamo” e sottolineò la parola con uno sguardo carico di malizia, come a lasciar intendere che fosse chiarissimo a entrambi cosa fosse quel gioco, “abbiamo voluto provare una cosa nuova: le ho fatto bere una pozione che dà la morte apparente, ma poi ho dimenticato come si prepara quella per ridare vita, e la povera disgraziata è rimasta così. Da ieri.”

Nonostante la situazione potesse apparire drammatica, non persi il mio sangue freddo, pensando ai rischi che correva la povera Hortensia, leggiadra principessa nordica, alle conseguenze che ne avrebbe patito la cara Lucrezia, anche se, cadavere più, cadavere meno …, e soprattutto che la notte che mi ero prefissato di passare con lei rischiava di saltare per via di un increscioso incidente. Presi i cavi del caricabatteria, li collegai dai miei polsi a quelli della apparentemente morta giovane, facendo bene attenzione a non invertire le polarità, e feci un po’ di corsetta sul posto, per aumentare la frequenza cardiaca. Dopo alcuni istanti, con mio sollievo, vidi tornare il colore sul volto della giovane, che premiò i miei sforzi con un sorriso che non dimenticherò mai, dovessi vivere cento anni. Lucrezia, intanto, era andata a prendere delle bevande, che mi guardai bene dall’ingurgitare, ma che rafforzarono, dopo essersene servita, il rosso delle gote di Hortensia, essendo, per una volta, soltanto liquori.

Dopo i ringraziamenti cui dovetti di malavoglia sottostare, sapete quanto sono schivo e umile, le due ragazze interrogarono i miei occhi con i loro, per decidere, evidentemente, quale sarebbe stato l’evolversi degli eventi per quella notte. Sacrificai i miei principi – non amo particolarmente i convegni affollati – dimostrando quanto vale un marinaio, anche se sopraffatto da forze nemiche preponderanti, e arrivai esausto ma felice al mattino. E vivo.

Mi congedai dalle ragazze adducendo a pretesto un viaggio per un carico di balene al pesto genovese quattro pasti in padella (sappiamo benissimo che non esistono, ma le principesse non erano aduse ai lavori di cucina) e presi il largo con il mio bastimento.

venerdì 18 aprile 2008

La grande carestia

Quello fu l'anno della grande carestia. Lo ricordo bene perché, per ordine del nostro armatore, mi ritrovai in via eccezionale a trasportare del grano. A dire il vero erano più le pantegane che il grano, ma nelle stive delle navi queste cose sono normali e, in caso di carestia, è sempre carne a portata di mano, parlando con rispetto.

Alla borsa del grano di Chicago, il più grande mercato mondiale del grano, alcuni manigoldi in giacca e cravatta, ben più pericolosi di tutti i pirati e figli di una bucaniera che ho incontrato nella mia carriera, decisero di speculare sul grano approfittando della stagione di eccezionale siccità che si era avuta a cui attribuire la colpa e, giacché c'erano, dando la colpa ai cinesi e ai tedeschi. E poco importa che la gente morisse a centinaia, lasciando i poveri a litigare con i contadini, i mugnai e i fornai a dividersi le colpe delle terribili cose che accadevano. Per fortuna oggi queste cose non accadono più, e sono felice per voi giovani che vivete in questo mondo così diverso.

Quei carichi di grano si rivelarono una via crucis: il cereale era talmente ambito da essere meta di attacchi da parte dei pirati da rendere la navigazione un vero inferno. Quindi, come potete immaginare, le ripercussioni furono terribili, e non solo sull'economia mondiale, ma anche per la vita di tutti i giorni: si fermò la produzione delle lasagne al forno dei quattro pasti in padella feendoos e, converrete con me, che la cosa non ha eguali nella storia.

Fu così che, per tentare di sopperire alla carenza di derrate alimentari ci dedicammo per mesi alla pesca del gran fritto di mare, le cui scatole, pur essendo difficile – si impigliavano nelle reti, spesso distruggendole causando la perdita di tutto il pescato – con cui riuscimmo a sfamare la popolazione salvaguardando la salute mondiale. Proprio in una di queste sortite, mentre eravamo all'attracco nel porto di Maasdam, mi capitò di imbattermi in un tale che molestava una passante. Con un balzo gli fui addosso, e lo allontanai dalla malcapitata; il tipo, grosso almeno il doppio di me, con muscoli che gonfiavano i suoi indumenti all'inverosimile, tirò fuori un coltello e con quello mi minacciava. Con un calcio all'indirizzo della sua mano glielo feci volare in acqua, e ora ci fronteggiavamo a mani nude. All'improvviso fece partire un violento pugno, non feci in tempo a schivarlo e mi prese in pieno petto, il mio petto d'acciaio, il pugno rimbalzò e il poveretto se lo stampò in fronte con tutta la forza di cui disponeva. E così restò. Io mi allontanai facendo compagnia alla spaventate ragazza, consolandola come potevo, e ne conoscevo di metodi per farlo.


Ancora oggi, c'è chi giura di aver visto un tale, grosso quanto un frigorifero a doppia porta, biascicare cose senza senso nelle fredde notti di Maasdam.

lunedì 14 aprile 2008

Le gioie della campagna

Per un vecchio lupo di mare che, come me, abbia deciso di ritirarsi a godere del meritato riposo in campagna, la vita rurale può essere piena di sorprese.


Scoprire i piaceri dell'orticoltura, per esempio, è stata un'esperienza molto interessante, veder crescere le piantine che si è seminato, imparare a potare guardando il contadino, un mio vicino, che mi dà una mano per i lavori più gravosi, vedere svelati, giorno dopo giorno, piccoli accadimenti che avevano sempre avuto del miracoloso ai miei occhi, ha reso meno tediose le mie giornate, e anzi, mi ha fatto dimenticare del brusco cambio dato alla mia vita dopo aver lasciato il mare.


Non tutto va per il verso giusto, per la verità, come ho potuto constatare ieri, alcune differenze fra la campagna, in montagna oltretutto, dove vivo il mio ritiro, e il mare ignoto come gli uomini che gli vivono intorno e dentro, per così dire, sono incolmabili.


C'è una vedova, ancora piacente, dai modi sbrigativi ma simpatici, che viene di tanto in tanto per aiutarmi nelle faccende domestiche – non vi sarete mica fatti l'idea che io sia diventato un perfetto ometto di casa: sono ancora un Capitano, per la miseria! – e che mi ragguaglia dei pettegolezzi sugli abitanti del paese, gente di cui ignoro spesso l'esistenza, ma che riempie la casa di suoni piacevoli, che rompono il silenzio spesso assordante che mi circonda. Confesso che, con il passare dei giorni, la sua compagnia mi è diventata cara, forse al punto che ne soffrirei se dovesse abbandonarmi.


Ieri, però, è successa una cosa che ha rischiato di compromettere il nostro rapporto, finora improntato a una rispettosa cordialità. Mentre era in camera da letto, prima di fare le pulizie, Agnese, questo il suo nome, si muoveva con disinvoltura compiendo gesti che sembravano dettati più dalla memoria che da una linea di pensiero appartenente al presente, si è più volte chinata per spostare coperte, raccattare pantofole e alzare tappeti da scuotere, e in tutto questo chinare mi ha lasciato intravvedere il bianco delle cosce oltre l'orlo delle calze, nere anch'esse come il resto del suo abbigliamento vedovile. Confesso che a quel punto ho sentito rinascere in me qualcosa che credevo definitivamente sopito, qualcosa che fosse diventato ormai letteratura, smentito invece dal movimento all'interno dei miei calzoni. Mi sono schiarito la voce, mentre Agnese sembrava non essersi accorta di nulla di quanto stesse turbando la mia quiete, e le ho detto: "Avrei piacere di averla a cena con me, qualche volta, Agnese, se non le dispiace, potremmo uscire a mangiare qualcosa nel ristorantino di Gigi, dicono che ci si mangi bene…"


"Capitano" mi ha interrotto, "i servizi che non fanno parte dei lavori domestici si pagano a parte", tirando le coperte sulle lenzuola, continuando con rapidi gesti a rassettare il letto.


Ho farfugliato qualcosa, non ricordo bene cosa, e ho preso congedo dalla sua presenza. Non so cosa mi abbia più turbato, forse l'essere stato preso alla sprovvista, forse il mio amor proprio ferito, forse la paura di perdere quell'unica compagnia che rompe le mie monotone giornate, "la cosa ha dell'incredibile", mi andavo consolando, rimasto solo, "un uomo che ha avuto centinaia, se non migliaia di donne, e che non si è mai spaventato di pagare nei porti più squallidi in cui ho fatto scalo, restare come un idiota davanti a una vedova di campagna!"


sabato 12 aprile 2008

Franceschiello

Ero partito dal porto di Trieste nella peggiore disposizione d’animo: dover incontrare Sua Maestà con un occhio nero era quanto di più demoralizzante avessi provato nella mia vita, ed ero carico di infausti presagi.

Sulla banchina del porto, nel vertice dell’Adriatico, la bora soffiava così violenta che il mio naso venne alzato all’insù per finirmi nell’occhio destro, causandomi l’occhio nero di cui vi accennavo in precedenza. A quel punto, purtroppo, il mio umore era ancora più nero dell’occhio, quando giunsi alla volta di Napoli, ma per fortuna, una splendida giornata di sole mi accolse ridandomi un po’ di coraggio per l’incarico pieno di responsabilità che mi aspettava.
Sua Maestà Francesco II di Borbone, conosciuto ai più come Franceschiello, detto ora con affetto dai suoi sudditi, ora con disprezzo dai suoi denigratori, Re di Napoli e delle due Sicilie, mi aveva mandato a chiamare per operare un riassetto della flotta della Reale Marina. Venni scortato a palazzo e, dopo i convenevoli d’uso e un’attesa opportuna fui ricevuto, in una calda serata primaverile, dal Sovrano.

“Guagliò, com’ t’ chiamm?”

“Elemiro Feendoos, per servirVi” risposi.

“Avremmo intenzione di riorganizzare la Reale Marina, pensi di esserne capace? Avimm’ sentit parlà bbuon’ e te.”

“Maestà, farò del mio meglio. Io inizierei dalla Marina Militare, che dovete rendere efficace, perché non ci si può fidare di nessuno …”

“Ma no, Noi qui stiamo tranquilli: sopra di Noi c’è il Papa, e chi oserebbe mai attaccarLo? Intorno c’è il mare, sono in pace con tutti i regnanti d’Europa, che pericoli possiamo correre?”

“Maestà, ci sono i Savoia, quelli che si fanno chiamare, usurpandone il titolo, “piemontesi”, anche se sono una specie di francesi e non li vogliono neanche i francesi …”

“Guagliò, ma che dici, Vittorio Emanuele è nostro cugino, non farebbe mai una cosa simile…”

“Perdonatemi, Sire, ma chill’ è nu nfam’, e non ha niente a che vedere con Voi” dissi col mio approssimativo napoletano, causando una certa ilarità nel Sovrano, nonostante l’ora grave. “Quello è capace di qualsiasi cosa” proseguii “e sarebbe anche capace di mandare quel terrorista di Garibaldi a sfondare le linee, magari facendo pure finta di venire in Vostro soccorso. E poi Vi farebbe il servizio, se mi perdonate l’espressione colorita.”

“Eh, fra’, tu sei troppo malpensante, sono sicuro che il mio augusto cugino non farebbe mai una cosa simile, caspita, e’ mamm’ nost’ so ssor, le nostre mamme sono sorelle!”

“Non so che dirVi, Maestà, ma io non mi fiderei di gente che si caca sotto quando arriva Napoleone, pur di conservare nu piezz e terra.”

Franceschiello sorrise, ricordando quando i Savoia avevano barattato la Savoia e la dignità con il Piemonte, diventando così “i piemontesi”, rinculando davanti all’avanzare di Napoleone, pur di conservare un titolo e un pezzo di terra.

Non sapeva ancora, il povero Francesco, che con le brache cacate dai Savoia si sarebbe potuto riempire un museo, come la storia ci avrebbe insegnato: a quelle, già citate, con i francesi, si sarebbero aggiunte nel tempo, quelle di fronte agli inglesi, ai tedeschi, a Mussolini nel 1922 e agli americani nel 1943. Per tacere, poi dell’ingloriosa fine che avrebbe fatto quella casata, sempre abile quando si trattava di difendere i propri interessi, molto meno quando quegli interessi erano dell’Italia e degli italiani, dopo la proclamazione della Repubblica Italiana.

“Elemì, ne riparleremo” Il sovrano, alto, magro, dai modi che ricordavano più un ecclesiastico che un monarca che si trovava a reggere le sorti del più grande e importante regno della penisola, guardò pensoso il mare, e proseguì: “vogliamo prima occuparci dei lazzari dell’albergo dei poveri. Abbiamo una scuola di musica, e abbiamo altri ambiziosi progetti.” Sorrise, come a volermi rassicurare: “Se si farà l’Italia, la faremo noi, lo sanno tutti.” In effetti, era opinione diffusa che l’unica monarchia in grado di portare a termine il progetto fosse quella retta dai Borbone.

“Spero tanto che abbiate ragione, Maestà. Ma ricordateVi, non fidateVi di Vostro cugino.”

Ci congedammo. Franceschiello, com’è noto, non fece in tempo a realizzare nessuno dei suoi progetti, l’Italia andò nelle mani di quei terroristi che, incapaci e male attrezzati, poco interessati al destino delle genti, si accordarono con le gerarchie nobiliari dei territori conquistati per la riscossione dei tributi e delle vite umane da immolare all’altare della patria, e lasciarono gran parte della penisola preda di truci interessi.

Qualche mese dopo, mentre ero a Marsiglia, ricevetti l’incarico per un fruttuoso trasporto di sapone verso l’Australia e, cosa che mi consentiva di rientrare senza le stive vuote, un carico di digeridoo che servivano alla preparazione delle ciotole che venivano vendute come gadget insieme agli gnocchi quattro pasti in padella. Ero giovane e cinico, e non pensavo più all’Italia.

martedì 8 aprile 2008

Feenburger

Uno degli episodi più controversi della mia carriera di Capitano riguarda i fatti di cui mi accingo a farvi un breve resoconto.

Se, da un lato, fui in grado di salvare un'intera popolazione, ricevendo il plauso di più di una autorità, d'altro canto fui duramente contestato per il modo in cui a tale risultato giunsi. Nonostante siano trascorsi ben più di alcuni lustri, è ancora viva nella mia memoria la sequenza degli accadimenti che si susseguirono in quei drammatici giorni.
Come tutti saprete, dallo studio della storia del secolo scorso se non per esperienza diretta, dopo la sciagura del Titanic e dell'Andrea Doria, una delle più grandi disgrazie marine fu il naufragio del Patafree, sulle coste di una remota isole delle Indie Orientali.
In quella occasione morirono migliaia di passeggeri, turisti e lavoratori di varie nazionalità e provenienza: turisti europei, lavoratori asiatici e africani reduci dalla campagna di raccolta degli spinaci filanti, di cui vi racconterò un'altra volta, e il dramma destò una vasta eco sulla stampa e nelle coscienze dei contemporanei.

L'isola su cui fece naufragio il Patafree era abitata dai Dubleeoobee, popolazione che all'epoca in cui si svolsero i fatti ancora praticava l'antropofagia, dato questo che fece precipitare gli eventi nella maniera in cui vi narrerò fra breve. Al comando della Little Queenie, fummo i primi a captare l'S.O.S. della Patafree in difficoltà e, da uomo che ha sempre privilegiato la vita umana al denaro, non esitai a liberarmi del carico di spinaci filanti di cui avevamo le stive piene per alleggerire la nave e per arrivare quanto prima sul luogo del disastro.
A nulla valsero, purtroppo, tutti i nostri tentativi di giungere in tempo, e una volta nei pressi di Dubleeoobee Island, non potemmo far altro che constatare il naufragio e procedere al recupero, identificazione e conteggio delle vittime.
La preoccupazione immediatamente successiva a questo penoso incarico, era quella di fare in modo di non lasciare i corpi in balia della popolazione cannibale dell'isola, sia per salvaguardare il decoro dei defunti sia per la salute della popolazione indigena: temevo il deflagrare di una epidemia di colera che decimasse la popolazione.

Come spesso è accaduto nella mia lunga e fortunata carriera, mi venne in sostegno il genio, che mi suggerì la maniera di trarmi d'impaccio e di salvare il salvabile. Fu così che mi venne l'idea di usare i corpi per fabbricarne dei Feenburger, da utilizzare, poi, nella maniera ritenuta più opportuna dal mio armatore, dal momento che egli era il danneggiato diretto di tutta la faccenda, se si escludono le vittime, naturalmente. Il mio secondo, che rispondeva al nome di Bjorn Wilander,
biondo e alto dallo spirito sveglio e pronto, osservò che non si sarebbero potuto mischiare le carni di popolazioni africane, asiatiche ed europee, e che i Feenburger avrebbero risentito di tutto questo mescolio di colori. Lo redarguii aspramente per questa sua osservazione dalla connotazione razzista, facendogli osservare che gli uomini sono tutti uguali, dentro, e che le sue rimostranze erano del tutto fuori luogo, pur se animate dalla voglia di far bene, che spesso nei giovani porta agli errori più grossolani.
"Spellateli tutti, prima" dissi, indicando loro la via per togliere del tutto ogni ostacolo alla questione. Ottenemmo degli Hamburger (questo il nome che fu poi dato al prodotto, usurpato da un altro che si è preso il merito dell'invenzione. Ne approfitto per dire di non aver nulla a pretendere: erano ben altre le intenzioni che animarono il mio gesto, e mi accontento delle enormi soddisfazioni che mi ha dato la mia carriera di marinaio) dalla pasta omogenea e li surgelammo e conservammo nella stiva, nell'idoneo reparto refrigerato. Fu così che salvai la popolazione dei Dubleeoobee da morte sicura per colera, e feci in modo che il giusto sonno dei morti non venisse profanato. Non mancarono le critiche, talvolta aspre, al mio modo di procedere, ma si sa, nessuna azione riesce ad accontentare tutti.

Che il Signore onnipotente sia il mio unico giudice, io agii secondo coscienza.

Avventura scandinava

Uno degli episodi che più mi sono rimasti nel cuore e che mi spalancò le porte per la carriera di capitano avvenne molti anni addietro, quando ero sul Queen Anna fra i fiordi della Scandinavia. Le acque erano così basse che si procedeva di scandaglio. La vedetta, un piccoletto di nome John Steiner, un tedesco alto come un barile di polvere da sparo e tutto nero, che sembrava tutto fuorché un teutone, avvistò un banco di filetti di merluzzi senza spine di enormi dimensioni e corse trafelato ad avvertire il comandante. L'intero equipaggio, quando vide la mostruosità di quella cosa che ci veniva incontro, ne rimase a tal punto atterrito da rischiare l'ammutinamento. Ci fu una breve ma concitata riunione fra il comandante e i suoi aiutanti, e sembrava quasi che fossero sul punto di invertire la rotta per portare la nave in acque più sicure, come a voler dimenticare quel terribile pericolo nel mare scuro, quando io, che non ero che un semplice aiutante di vascello, mi lanciai verso l'argano, lo sganciai, presi la fiocina, afferrai con forza una gomena, la legai a me e all'albero maestro, e mi spinsi verso la prua. Mirai con calma, e con la sola forza del mio leggendario braccio destro lanciai con tutto me stesso l'arpione verso il banco di pesci. Con un brillante colpo riuscii a infilare l'intero banco come un interminabile spiedo, salvando la spedizione e il culo, con rispetto parlando, del capitano che mi propose allora per la promozione.


Fui festeggiato come un santo patrono, e quella sera corsero sul ponte della Queen Anna fiumi di Rhum e di Gin.


Un altro episodio, in cui forse mi distinsi maggiormente per il mio coraggio, anche se non lo ricordo con altrettanta commozione per non essere altrettanto legato alla mia storia di uomo di mare, assistito da un eccellente equipaggio, accadde qualche anno più tardi.

Eravamo al largo del Pacifico, ero al comando della nave più bella che abbia mai avuto l'onore di guidare, la Regina Saberta, e dopo giorni e giorni di navigazione eravamo ancora con le stive vuote. Cozzammo contro qualcosa che fece rollare la nave, e io rovesciai un prezioso bicchiere di Porto - dico questo giusto per farvi rendere conto della potenza dell'urto - e diedi subito l'ordine al Secondo di tener pronto l'equipaggio.

Presi il binocolo, e con passo fermo e deciso mi avviai alla prua. Non potevo credere ai miei occhi: il più grosso banco di platessa pastellata che avessi mai visto nella mia carriera, e vi assicuro che ne ho visto ben più di uno! Ora, ci trovavamo di fronte a un problema quasi insormontabile: come portare sulla nave, e far giungere in buone condizioni tutto quel pesce fino al porto che distava diversi giorni di navigazione? Mi venne in aiuto, come spesso mi è accaduto, la mia verve e il mio brillante genio. Diedi ordine ai marinai di portare sul ponte tutti gli estintori di cui disponevano; feci preparare gli arpioni con gomene piuttosto corte, che arrivassero giusto all'altezza del banco dei pesci; feci schierare gli uomini in formazione e mentre due di loro facevano scoccare gli arpioni, il resto dell'equipaggio
dirigeva i flussi degli estintori nella stessa direzione, verso l'obiettivo, congelando all'istante diversi metri cubi d'acqua con tutto il pesce in essa contenuto. Caricammo tutto nella stiva, dando di argano e di gomito, e per la barba di Nettuno, portammo in salvo il carico fino al porto di Lisbona, dove ricevemmo la giusta ricompensa e il meritato riposo. Spero di non avervi tediato con i miei racconti, ma si sa che noi gente di una certa età ci lasciamo andare con piacere ai ricordi, dimentichi, talora, di poter annoiare la platea degli ascoltatori e in questo caso di lettori.

Vi abbraccio tutti, e vi do appuntamento, se ne avrete ancora voglia, ai miei prossimi racconti.

L'oro

Eravamo nel Klondike alla ricerca di oro, il freddo era terribile, si sfiorarono i record del Guinness dei primati, potete immaginare cosa poteva essere lì, al limite del circolo polare artico. L’anno era il millenoventoetanto, si era ancora nel secolo scorso, quindi, e la nostra spedizione era costituita da una nave rompighiaccio con al seguito una squadra di sommozzatori artici e una di minatori attrezzati di tutto punto per ogni evenienza. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse. Nel senso che eravamo, come pionieri, piuttosto allo scuro da quali difficoltà fosse costellato il nostro percorso e anche che saremmo rimasti molto sorpresi da quello che avremmo vissuto. Avevamo deciso di arrivare con la nave per aggirare la concorrenza, e la rompighiaccio fece il suo dannato lavoro maledettamente bene: arrivammo, in men che non si dica, e impiantammo la nostra stazione per gli scavi alla ricerca dell’oro. Dopo aver montato le tende e aver messo in funzione gli impianti, ci godemmo il meritato riposo, riscaldando gli animi e i corpi con il famoso Cordial Campare, il cordiale che ti fa felice e ti fa campare. La mattina successiva, però, il risveglio fu terribile: ci accorgemmo che Igor Slivovitz, uno dei nostri migliori elementi, era scomparso nel nulla. Tutte le nostre ricerche furono vane, ma la cosa più spaventosa era che mancava qualunque traccia, eppure eravamo nella neve e non sarebbe stato possibile che qualcuno, chiunque egli fosse, potesse uscire o entrare nella stazione senza lasciare tracce intorno. Il nervosismo che serpeggiava fra gli uomini divenne terrore, il mattino dopo, quando mancò all’appello anche Piotr Vodkalemon e, se mancavano tracce slla neve, non mancavano purtroppo resti umani orrendamente mutilati in un angolo nascosto della cucina. Fu a quel punto che decisi di intervenire, non potevo lasciare che gli eventi prendessero il sopravvento rendendo l’intera spedizione schiava del terrore e del sospetto. Appena fu sera – ci regolavamo con gli orologi, nella lunga notte artica – mi appostai nei pressi della stazione, all’esterno. Il freddo era terribile, il mio stesso respiro gelava all’uscita delle mie narici formando delle goccioline che si attaccavano dolorosamente alla barba. Quando provai a espletare una funzione fisiologica, si formò un arco giallo che partiva da una parte del mio corpo che ometterò di descrivere perché potrebbero esserci delle signore e dei fanciulli a leggere, fino a toccare terra. Dovetti romperlo con le mani guantate e fu piuttosto doloroso.

Per mimetizzarmi con l’ambiente circostante, decisi di procurarmi una pelle d’orso polare. Appena ne avvistai uno, mi avvicinai furtivo, lo artigliai dietro il collo e diedi uno strattone staccandogli la pelliccia di dosso in un colpo solo. Diedi una pedata all’orso che reclamava chi sa per quale ragione, pulii la pelle alla bell’e meglio nella neve e me la misi sulle spalle. So benissimo che oggi può fare una strana sensazione sentire simili storie di violenza sugli animali, ma a quei tempi gli orsi polari non erano ancora in pericolo di estinzione e non si andava tanto per il sottile. Tornando a noi, ero nel buio aspettando il più piccolo segno di vita, nell’attesa che il terrore si materializzasse sotto i miei occhi, quando comparve un’entità senza corpo, che mi disse di chiamarsi Thing. Subito dopo cercò di divorarmi, ma lo ridussi alla ragione con un paio di ceffoni ben assestati. Mentre era seduto e meditava sui propri errori, dovetti spiegarli con calma e con parole semplici – non era molto sveglio, nonostante la forza prodigiosa di cui disponeva – che Steven King non aveva ancora scritto quel libro, e che addirittura era ben lungi da venire il film di Carpenter, ragion per cui era doveroso che si togliesse dalle scatole e tornasse da dove era venuto. Riuscii, usando le parole giuste e un altro paio di ceffoni, a far sì facesse suoi i miei argomenti e potei finalmente rientrare nel tepore della stazione, dove fui accolto calorosamente dai miei compagni di avventura. Passammo la notte festeggiando e dando una bella botta alla scorta di Cordial Campare – il cordiale che scalda e fa campare – andando finalmente a letto esausti me sereni.

Il giorno successivo potemmo dedicarci tranquillamente alla ricerca dei bastoncini feendoos, che da quel giorno si chiamarono “l’oro di Capitan Feendoos”.

Elemiro Feendoos, per servirvi

Mi presento: sono il Capitano di lungo corso a riposo Elemiro Feendoos. Mi sono ritirato da poco dall'attività marinara, e dopo una lunga e avventurosa vita in mare ho deciso di godere un meritato riposo nella mia modesta abitazione di campagna. Mi presento a voi: seguo da alcune settimane le vicende dei blog, e ammetto di essere affascinato dalla piacevole fauna che la popola, e ho deciso, a mia volta, di farne uno, auspicando di essere bene accolto da tutti voi, che immagino più giovani e indaffarati di me, ma spero nella vostra benevolenza e comprensione per il prosieguo della mia permanenza. Avendo molto tempo a disposizione, negli ultimi tempi ho trascorso molto tempo davanti al personal computer, una nuova ed emozionante scoperta, per me, e così ho scoperto l'affascinante mondo delle community e dei blog.

Non voglio tediarvi con i racconti della mia avventurosa vita, ma al solo scopo di farmi conoscere meglio da voi, vi racconterò episodi salienti della mia carriera.

Incominciai, come mozzo, poco dopo essere scappato di casa, prendendo il mare nel porto di Genova, e tutta la mia vita si è svolta così, fra una nave e un porto, un porto e una nave.

Il primo bastimento alla cui ciurma mi onoravo di appartenere, il Lever, si occupava della pesca dei bastoncioni di merluzzo panati nei mari del nord. Non vi racconterò, credo nulla di nuovo dicendovi che, per me, quei primi mesi in quelle gelide acque furono un battezzo di cui ho ben impresso nella memoria ogni singolo momento, e di cui i miei reumatismi sono testimoni tutt'altro che silenziosi.

Nei periodi di ferma della pesca, il Lever si arrangiava trasportando sofficioni, che venivano raccolti da manovalanza indigena sugli alberi delle coste di Zanzibar. Il canale di Suez ci consentiva di effettuare ben più di un carico al mese, e tutto sommato le cose non andavano male.

Per oggi mi fermo qui, non voglio essere causa di inopportuna sonnolenza, non appropriata all'orario pomeridiano, ma se avrò modo di sapere essere le mie memorie a voi gradite, non mancherò di narrarvi gli episodi salienti della mia avventurosa vicenda.

Vostro affezionato Elemiro Feendoos.