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blog di Capitan Feendoos.

martedì 8 aprile 2008

L'oro

Eravamo nel Klondike alla ricerca di oro, il freddo era terribile, si sfiorarono i record del Guinness dei primati, potete immaginare cosa poteva essere lì, al limite del circolo polare artico. L’anno era il millenoventoetanto, si era ancora nel secolo scorso, quindi, e la nostra spedizione era costituita da una nave rompighiaccio con al seguito una squadra di sommozzatori artici e una di minatori attrezzati di tutto punto per ogni evenienza. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse. Nel senso che eravamo, come pionieri, piuttosto allo scuro da quali difficoltà fosse costellato il nostro percorso e anche che saremmo rimasti molto sorpresi da quello che avremmo vissuto. Avevamo deciso di arrivare con la nave per aggirare la concorrenza, e la rompighiaccio fece il suo dannato lavoro maledettamente bene: arrivammo, in men che non si dica, e impiantammo la nostra stazione per gli scavi alla ricerca dell’oro. Dopo aver montato le tende e aver messo in funzione gli impianti, ci godemmo il meritato riposo, riscaldando gli animi e i corpi con il famoso Cordial Campare, il cordiale che ti fa felice e ti fa campare. La mattina successiva, però, il risveglio fu terribile: ci accorgemmo che Igor Slivovitz, uno dei nostri migliori elementi, era scomparso nel nulla. Tutte le nostre ricerche furono vane, ma la cosa più spaventosa era che mancava qualunque traccia, eppure eravamo nella neve e non sarebbe stato possibile che qualcuno, chiunque egli fosse, potesse uscire o entrare nella stazione senza lasciare tracce intorno. Il nervosismo che serpeggiava fra gli uomini divenne terrore, il mattino dopo, quando mancò all’appello anche Piotr Vodkalemon e, se mancavano tracce slla neve, non mancavano purtroppo resti umani orrendamente mutilati in un angolo nascosto della cucina. Fu a quel punto che decisi di intervenire, non potevo lasciare che gli eventi prendessero il sopravvento rendendo l’intera spedizione schiava del terrore e del sospetto. Appena fu sera – ci regolavamo con gli orologi, nella lunga notte artica – mi appostai nei pressi della stazione, all’esterno. Il freddo era terribile, il mio stesso respiro gelava all’uscita delle mie narici formando delle goccioline che si attaccavano dolorosamente alla barba. Quando provai a espletare una funzione fisiologica, si formò un arco giallo che partiva da una parte del mio corpo che ometterò di descrivere perché potrebbero esserci delle signore e dei fanciulli a leggere, fino a toccare terra. Dovetti romperlo con le mani guantate e fu piuttosto doloroso.

Per mimetizzarmi con l’ambiente circostante, decisi di procurarmi una pelle d’orso polare. Appena ne avvistai uno, mi avvicinai furtivo, lo artigliai dietro il collo e diedi uno strattone staccandogli la pelliccia di dosso in un colpo solo. Diedi una pedata all’orso che reclamava chi sa per quale ragione, pulii la pelle alla bell’e meglio nella neve e me la misi sulle spalle. So benissimo che oggi può fare una strana sensazione sentire simili storie di violenza sugli animali, ma a quei tempi gli orsi polari non erano ancora in pericolo di estinzione e non si andava tanto per il sottile. Tornando a noi, ero nel buio aspettando il più piccolo segno di vita, nell’attesa che il terrore si materializzasse sotto i miei occhi, quando comparve un’entità senza corpo, che mi disse di chiamarsi Thing. Subito dopo cercò di divorarmi, ma lo ridussi alla ragione con un paio di ceffoni ben assestati. Mentre era seduto e meditava sui propri errori, dovetti spiegarli con calma e con parole semplici – non era molto sveglio, nonostante la forza prodigiosa di cui disponeva – che Steven King non aveva ancora scritto quel libro, e che addirittura era ben lungi da venire il film di Carpenter, ragion per cui era doveroso che si togliesse dalle scatole e tornasse da dove era venuto. Riuscii, usando le parole giuste e un altro paio di ceffoni, a far sì facesse suoi i miei argomenti e potei finalmente rientrare nel tepore della stazione, dove fui accolto calorosamente dai miei compagni di avventura. Passammo la notte festeggiando e dando una bella botta alla scorta di Cordial Campare – il cordiale che scalda e fa campare – andando finalmente a letto esausti me sereni.

Il giorno successivo potemmo dedicarci tranquillamente alla ricerca dei bastoncini feendoos, che da quel giorno si chiamarono “l’oro di Capitan Feendoos”.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Dio non voglia che debba essere punita con uno di quei ceffoni. Prona ai suoi comandi, egregio Elemiro

sua devotissima serva Natasha

Anonimo ha detto...

Perdoni il mio ardire, eccellentissimo Elemiro, ma lei si aggira ancora con la pellaccia di orso polare o se n'è finalmente disfatto?

Anonimo ha detto...

Un sorso di Cordial Campare anche per me è avanzato?

Anonimo ha detto...

Ma come si scongela la pastella?