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martedì 6 maggio 2008

La verità su Attila


Vuole la leggenda che Attila, detto flagellum dei, fosse fermato nella sua calata in Italia da papa Leone I che esibiva il simbolo della croce.

Io c’ero, e posso raccontarvi una storia molto diversa. Avevo già avuto modo di incontrare Attila, re degli Unni, durante i miei viaggi alla ricerca di surgelati, i famosi surgelati di Capitan Feendoos, e quello che mi aveva colpito del famoso condottiero era la scarsa igiene, oltre che le indubbie capacità di guerriero. Non avevo quindi, capirete bene il perché, alcuna intenzione di avere altri rapporti con lui, ma il destino fece incrociare le nostre strade in modo rocambolesco. Dopo aver devastato il Veneto, Attila si apprestava a scendere a Roma, per continuare il saccheggio delle ricchezze dell’impero. Io, che dovevo imbarcarmi per un carico di merluzzi pastellati del capitano, sapendolo in Veneto, per evitare di trovarmelo di fronte, decisi di seguire il lungomare tirrenico, e invece mi si parò davanti alle porte di Roma. Non potendo fuggire, ormai mi aveva visto, fui costretto a fronteggiarlo, ma non avendo alcuna intenzione di correre ad abbracciarlo per evitare i suoi malefici effluvi, escogitai uno stratagemma che salvò le mie narici e, in seconda istanza e in modo del tutto involontario, anche il destino della città eterna. Appena fui abbastanza vicino da essere certo di poter essere udito, lo apostrofai in modo violento: “Attila, Signore degli Unni, ma che caspita stai combinando? E’ proprio vero che dove passi tu non cresce più l’erba: hai distrutto tutti gli spinaci filanti che avrei dovuto raccogliere e mi hai fatto perdere un carico. E che diamine!”

Il povero condottiero rimase interdetto: non si aspettava una simile accoglienza da parte mia, e provò a giustificarsi: “Elemiro, ma io… non credevo, cioè, non era mia intenzione di…” E io, carogna, fintamente indulgente, dissi: “Fa niente, lascia stare. Però, ogni tanto lavati”.

(N.d.R. tutto il dialogo avvenne in un dialetto germanico, di cui ero piuttosto padrone. Dovete sapere che conosco molte lingue, anche se eccello nella padronanza dello svizzero, del lussemburghese e del monegasco, di cui sono stato anche insegnante quando, a causa di una frattura tripla carpiata di tibia e ulna fui costretto per lunghi mesi a letto).

Quella fu la sua rovina e la salvezza di Roma. Attila prese un lungo bagno, costringendo a fare altrettanto alle sue feroci truppe, in uno dei laghi laziali che, da quel giorno, diede vita alle paludi pontine.

Trovandosi a passare di là il Santo Padre, Leone I, che aveva furbamente fatto il mio stesso ragionamento e cercava una via di fuga verso nord, si fermò a riposare, non era abituato alle lunghe camminate, avendo la fortuna di poter farsi trasportare dai suoi servi. Il seguace di Pietro si tolse i calzari, causando lo svenimento dei suoi seguaci, e Attila, che arrivava in quel momento, con le narici finalmente libere dopo il bagno, fu colpito in pieno dalle emanazioni che uscivano da quei calzari, e decise di tornare sui suoi passi versi le foreste germaniche. Ci fu chi parlò d’intervento divino (in effetti, era difficile pensare a qualcosa d'umano: qualche anziano esalò il suo ultimo respiro in quelle lande); chi di non meglio specificato evento soprannaturale: io non sono in grado di giudicare. Posso solo dirvi che mi guardai bene dal salutare Leone I e proseguii per la mia strada.