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martedì 3 giugno 2008

Abelardo, AKA Golia

Quel tratto di Francia che va dall’Atlantico al Mare del Nord è stato uno dei punti di riferimenti abituali della mia vita di marinaio, e da quelle parti ebbi modo di incontrare Pietro Abelardo, e di diventarne successivamente amico. Talmente amico, direte voi, da non essere nominato nella sua biografia? Certo, miei cari detrattori: se la sua biografia si chiama Historia calamitatum mearum, La storia delle mie sventure, è evidente che io non possa trovarvi posto. Ci capitava spesso, fra una bevuta e l’altra, tra una donna e l’altra, di discutere anche animatamente delle questioni filosofiche più spinose – se fosse ancora vivo potreste vedere i segni di un mio pugno quando pretese di dimostrarmi l’esistenza di Dio, solo come divertissement dialettico, campo in cui eccelleva e sapeva rendersi odioso, come imparò a sue spese – e dimenticavamo i nostri impegni e anche i nostri amori (“Pierre, quand tu es avec ce salaud d’Elemirò tu t’oublie de moi” diceva talvolta Eloisa). L’episodio che sto per narrarvi, però, occorse dopo il famoso incidente causato da Fulberto, zio e tutore di Eloisa, che insieme ai suoi scagnozzi fece evirare il mio povero amico. Dopo quel terribile giorno, dal quale i due amanti furono allontanati prendendo entrambi i voti, mi accadde spesso di far loro da tramite e di recapitare infuocate missive, passate ormai alla storia per l’alto tasso erotico che le caratterizzava. Non ho mai avuto il coraggio di confessare al mio amico i fatti della notte del dodici dicembre 1130. Portavo con me una delle lettere più infuocate di Pietro – di solito erano quelle di Eloisa a essere le più calde – e la consegnai, guardandomi bene dall’aprirla (chi mi segue avrà avuto modo di apprezzare il mio alto senso dell’onore e dell’amicizia), alla povera donna, che mi accolse con un abbraccio.

Appena prese a leggere, purtroppo, disperate lacrime d’amore impedirono alla mia cara amica di proseguire, e mi supplicò di farlo in sua vece. Il tono delle parole che stavo leggendo erano così cariche di pathos, in principio, per seguitare in una direzione che diveniva sempre più torbida e carica di profferte amorose, che il povero filosofo ormai poteva soltanto immaginare, essendo stato privato dell’organo adatto dal mefistofelico zio, e il clima della stanza si faceva vieppiù caldo e carico di tensione erotica. Eloisa, che era rimasta abbracciata a me, incominciò a toccarmi in vari punti nevralgici, e rese davvero difficile la mia difesa dell’onore dell’amico.

Mi accade ancora oggi, a distanza di tutti gli anni che mi separano da quella notte, di svegliarmi in un mare di sudore, eccitato eppure pieno di sensi di colpa per il tradimento della fiducia dell’amico, ma quella notte la difesa fu vana. Strenua, piena di dinieghi che lasciavano presto il posto all'ardore, ma vana. Il mattino dopo, quando abbracciai Eloisa come un fratello, eravamo entrambi consci che quanto accaduto dovesse rimanere ascritto nell’ambito di un episodio unico e irripetibile da imputarsi alle circostanze. Ripresi, quindi, il mare alla ricerca di gamberetti del capitano.

Quel giorno feci fuori in un sol colpo tutta la riserva di sidro della nave.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Confermo, caro Elemiro. Lei è un'autentica carogna. Con rispetto parlando, s'intende

Sua sempiternamente innamorata

Giulietta

leofelix ha detto...

Eccellenza,
Eccelso Capitone, ancora una volta una storia ponderosa, una di quelle storie di cui iniziavo a sentire la mancanza.
Queste Sue ammissioni e confessioni Le rendono ancora una volta onore.

Con osservanza e devozione

suo umile servo leofelix

Anonimo ha detto...

Il sidro fa male alla testa.
Ps: posso sperare di rimpiazzare Eloisa?

Carmencita

Anonimo ha detto...

Temo, con buona ragione, che Fulberto fosse stato istigato da lei, mio cao Elemiro. O sbaglio?

la sua perplessa pulcina

Proyecto Creativo Camilo ha detto...

thank you for your comment. I hope you like my blog alla. I do not speak Italian but some English with the help of the dictionary.