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martedì 15 luglio 2008

Pequot


Non imbruniva ancora; lunghe ombre seguivano danzando i nostri passi. La nostra meta, un villaggio Pequot, però, non era lontana, e il nostro viaggio prossimo alla conclusione. Avevo l’incarico di acquistare dai nativi delle pellicce di castoro che avremmo trasportato per mare in Europa. Ero stato scelto a causa della mia conoscenza delle lingue, di cui ho già avuto modo di parlarvi e, siccome scarseggiava chi sapesse destreggiarsi nei dialetti algonchini, fui costretto a essere presente in un genere di affari che non amavo particolarmente. Ci immergemmo nelle foreste di quello che sarebbe diventato lo stato del Connecticut, e arrivammo all’appuntamento con i ragazzi che dovevano consegnarci le pelli. Vidi qualcosa brillare alla luce degli ultimi raggi del sole, che riconobbi per essere la canna di un fucile e, mentre il suono dello sparo giungeva alle nostre orecchie, presi una gavetta di metallo e con un balzo felino raccolsi il proiettile al volo prima che potesse colpire in petto uno dei Pequot. Il ragazzo, che si rivelò successivamente essere il giovane Sassacus, futuro, sachem, capo, mi strappò la gavetta di mano e, constatatone il contenuto, mi dichiarò eterna gratitudine. Pretese, e non ci fu verso di dissuaderlo, di averci ospiti al villaggio per la notte. Li seguimmo di buon grado, anche perché il viaggio era stato estenuante e vedevo i miei uomini stanchi. Giunti al villaggio, fummo avvolti dai colori vivaci dei wigwam e degli abiti dei nativi; sui fuochi accesi, si giravano pesci; i bambini si rincorrevano urlando, mentre i maschi adulti ci circondarono interrogando, prima con gli occhi e poi in un concitato parlottio, Sassacus e i suoi compagni. La serata proseguì festosa e posso confermare che la generosa ospitalità dei Pequot non era inferiore al loro spirito guerriero e al loro coraggio. Ci coricammo satolli e contenti. Poco più tardi, mentre gli occhi non riuscivano più a restare aperti, sentii qualcuno entrare nella tenda. Il caldo corpo di una ragazza si strinse a me. La notte fu dolcissima e, mentre i coyote ululavano, io avevo gli occhi chiusi.
Le prime luci dell’aurora mi svegliarono da solo. Uscendo dalla tenda, mentre la vita ferveva già all’interno del villaggio, esplorai con gli occhi le donne, ma non seppi riconoscere quella che aveva reso indimenticabile quella notte. Sassacus mi venne incontro e mi confidò che doveva correre ad avvisare gli altri capi per decidere una strategia comune, per porre un freno agli attacchi sempre più frequenti portati loro da inglesi e olandesi. Con un largo gesto del palmo della mano verso il petto, mi offrii di aiutarlo nel viaggio. Lo feci accomodare sulla jeep, misi in moto e partimmo. Ora, a qualche bello spirito che starà friggendo sulla sedia, osservando che nel diciassettesimo secoli le automobili ancora non c’erano e, a maggior ragione, i fuoristrada, neanche mi perito di rispondere: non potevo certo fare una scarpinata di varie decine di chilometri soltanto per soddisfare le sue fisime filologiche. Il nostro viaggio proseguì fra le verdi foreste fino a completare il giro dei villaggi alleati. Quando tornammo al nostro, fummo ancora festeggiati rimanendo a pranzo quando gustammo dell’ottimo stufato di mais. Terminammo, quindi, le operazioni per l’acquisto delle pellicce. I ragazzi ci caricarono di wampum, e ci congedammo con abbracci fraterni.

Uno dei miei rimpianti più grandi, quando seppi che le tribù Pequot furono quasi distrutte nell’omonima guerra, fu di essere riuscito a conservare pochissimo della loro memoria: la loro gente ridotta a meno di cento persone all’inizio del secolo scorso, e la loro lingua quasi scomparsa seppellita dalla polvere del tempo; non mi resta altro che questo ricordo.

lunedì 7 luglio 2008

Merdre!




Nel cantiere i lavori fervevano. Manovali spostavano delle tavole di legno, altri guardavano, chi ammirato, chi annoiato, i maestri d’ascia che lavoravano intorno agli alberi. Mi accorsi, con uno sguardo, che a quel bastimento mancava qualcosa. Avvicinai il capocantiere, e mi feci consegnare una copia del progetto.
Era il 4 giugno 1908, ero in ansiosa attesa che si terminassero i lavori per la costruzione della Reine Ubu, che avremmo dovuto varare prima della fine dell’estate, ma quello che vedevo davanti a me, mi lasciava perplesso e dubbioso che quella cosa potesse prendere il mare. Mi recai dall’armatore, Ambrose Faustroll, che si era affidato, per la progettazione di questa nave, a uno dei migliori cervelli sulla piazza: Alfred Jarry, scomparso l’anno precedente, subito dopo aver consegnato le carte.
“Eppure, il Signor Jarry mi ha garantito che questo sarebbe stato un bastimento eccezionale!”, disse Ambrose, sbattendo un pugno sul tavolo, mentre gli riferivo lo stato dei lavori.
“In effetti, questo rientra nel suo modus operandi”, osservai, “dal momento che Alfred Jarry, l’inventore della patafisica, aveva teorizzato che questa era la scienza basata sulle leggi che regolano le eccezioni. Insisto, però, nel dirle che quell’affare non galleggerà mai, neppure se la patafisica dovesse prendere il posto della fisica.”
Faustroll era visibilmente combattuto. Il padre gli aveva lasciato quel progetto, pagato fior di milioni, da eseguire, mentre giaceva sul letto di morte, ma la paura di fare una figura meschina durante la sua prima uscita nelle vesti di capo, lo aveva immerso in un imbarazzo dal quale non sapeva uscire.
“Domani faremo una riunione con le maestranze, per vedere a che punto siamo”, disse, in tono che poneva fine alla discussione.
Nel Café de la marine, la decima birra che avevo mandato giù non era servita a schiarirmi le idee. E neppure i miei occhi incollati al décolleté della cameriera, che mi sorrideva ogni volta che mi serviva o mi passava davanti, riuscivano a mandare il giusto input alle mie cellule grigie. Prima di andare a dormire, fedele al motto mai troppo celebrato che “la notte porta consiglio”, andai a salutare un paio di amiche che richiedevano la mia presenza da troppo tempo, rinviando al giorno successivo ulteriori elucubrazioni.
Alle quattro del mattino, però, balzai su dal letto, liberandomi dell’abbraccio di una ragazza, e improvvisamente capii qual era il problema: non c’era lo scafo. Da nessuna parte: non l’avevo visto sul cantiere, non l’avevo visto sul progetto vergato dalla mano di Jarry, e non avevo visto nessun preventivo di spesa al riguardo! Mi vestii in fretta, corsi alla casa dell’armatore e, rischiando di mandar giù la porta, bussai fino a farmi aprire dalla sua spaventatissima cameriera, che rischiò di svenirmi fra le braccia. Corsi nel salone, arredato secondo il gusto borghese del tempo, piuttosto pacchiano, e appena fui raggiunto dal Signor Faustroll, gli urlai: “Mi dia i progetti, forse ho capito!”
Il pover’uomo, che ancora non si era ripreso dallo spavento, andò a prendere una cartella gonfia, e me la diede, mentre, passandosi nervosamente le mani nei capelli, attendeva il mio responso.
Sfogliai avidamente le carte, infine trovai ciò che cercavo.
“Ecco”, dissi, porgendogli un foglio ricoperto di formule matematiche, allegato ai disegni, “guardi qui.”
Mi strappò i fogli di mano, li guardò continuando a non capire, infine scrutò il mio volto.
“Questa è la formula per calcolare la superficie di Dio. Jarry ha sbagliato a consegnarle un foglio”.
Ambrose Faustroll osservava attonito la sequenza di lettere e numeri che aveva davanti, e che continuava sul retro:
Abbiamo:
x = ~ - N - a - P.
Ora
N = ~ - 0
e
P = 0.
Per cui:
x = ~ - (~ - 0)-a-0 = ~ +0-a-0
x = a.
D'altra parte il triangolo i cui lati sono a, x e y ci dà
a2 = x2 + y2.
Ne deriva, sostituendo x il suo valore (-a)
a2 = (-a)2 + y2 = a2 + y2.
Per cui:
y2 = a2 - a2 = 0
e
y = √0.
Dunque la superficie del triangolo equilatero che ha per bisettrici dei suoi angoli le tre rette a sarà
S = y(x + a) = √0 (-a + a)
S = 0 √0.
COROLLARIO. — A prima vista, del radicale √0 noi possiamo affermare che la superficie calcolata è al massimo una linea; in secondo luogo, se costruiamo la figura secondo i valori ottenuti per x e y, constatiamo:
Che la retta y, che adesso sappiamo essere 2√0, ha il suo punto d'intersezione su una delle rette a in senso opposto alla nostra prima ipotesi, poiché x = -a; e che la base del nostro triangolo coincide con il suo vertice;
Che le due rette a fanno con la prima angoli più piccoli per lo meno di 60º, e inoltre non possono incontrare 2√0 se non coincidendo con la prima retta a.
Il che è conforme al dogma dell'equivalenza della tre Persone tra di loro e alla loro somma. Possiamo dire che a è una retta che congiunge 0 a ~ e definire Dio:
DEFINIZIONE. — Dio è la distanza più breve da zero all'infinito.
In che senso? si chiederà.
— Risponderemo che il Suo nome non è Jules, ma Più-e-meno. E si deve dire:
± Dio è la distanza più breve da 0 a ~, in un senso o nell'altro.
Il che è conforme alla credenza nei due princìpi; ma è più esatto attribuire il segno + al principio della credenza del soggetto.
Ma Dio, essendo inesteso, non è una linea.
— Notiamo infatti che dall'identità
~ -0-a+a+0=~
la lunghezza a è nulla, a non è una linea, ma un punto.
Perciò, definitivamente:
DIO È IL PUNTO TANGENTE DI ZERO E DELL'INFINITO.