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blog di Capitan Feendoos.

venerdì 12 settembre 2008

Tigri





La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra un'isola selvaggia del Borneo, di cui cui ricordo la sinistra fama ma non il nome, covo di formidabili pirati. Un uomo, dall'aspetto imponente, dal fisico muscoloso, con una lunga chioma di capelli corvini e dalla barba altrettanto nera, passeggiava nervosamente nell'unica capanna che aveva i lumi accesi. "Non è
ancora tornato", mi disse, guardando nervosamente dalla finestra in direzione della baia. Mi alzai, riempii due bicchieri, porgendone uno al mio compagno di stanza, e lo rassicurai: "Sta per tornare, ne sono certo. Conosci quanto me la forza e l'astuzia di Yanez."
Sandokan, questo era il nome dell'uomo, si era offerto di scortarmi, in quei mari pericolosi teatro di scontri fra gli inglesi e i pirati, per caricare i kriss del Capitano, pregevoli gagdet offerti dal mio commissionario in abbinamento ai sofficiotti Feendoos. Il suo nervosismo era dovuto all'attesa del rientro di Yanez, il suo fedele amico, che si era trovato al largo per prendere informazioni di Marianne, detta la perla di Labuan, da cui si sentiva irresistibilmente attratto. Aguzzando gli occhi nel buio, Sandokan vide alla luce di un lampo un piccolo legno entrare nella baia con le vele ammainate. "Eccolo", disse, "E' lui!" Andò a riempire i nostri bicchieri, e ve ne aggiunse un terzo, per l'amico che sarebbe presto arrivato. Alcuni istanti dopo, sentimmo bussare alla capanna.
Poche ore più tardi, prendemmo il mare con le snelle imbarcazioni dei pirati, i prahos, mentre il mio bastimento era, ben nascosto da sguardi indiscreti, all'attracco nel porto dell'isola. Sbarcammo su una spiaggia deserta, e ci avventurammo nella giungla inestricabile.
Sandokan e Yanez si facevano strada con i machete e, in breve, anch'io seguii il loro esempio. Giungemmo, non senza fatica, in una radura che mostrava di aver ospitato, fino a poche ore prima, un villaggio dei temibili tagliatori di teste, di cui ormai rimanevano soltanto resti fumanti, e corpi riversi che davano vita a uno scenario triste quanto surreale. "Gli inglesi," disse Yanez, "ci hanno preceduto". Segni sul terreno lasciavano intendere che le casse dei preziosi pugnali erano state trascinate fino al fiume e poi caricate sulle navi. "Ai prahos, miei prodi," disse Sandokan. Facevamo il percorso a ritroso, quando, non sentendo più alle mie spalle il respiro di Yanez, mi girai costatando la sua assenza. Mentre con gli occhi lo cercavo fra la fitta vegetazione, mi accorsi con angoscia che neppure Sandokan era più vicino a me. Alzai gli occhi al cielo, che fino a quel momento non aveva ancora rinunciato al grigio per la presenza di nuvoloni carichi di pioggia, e lo vidi completamente bianco. Un senso di spaesamento e di orrore si andava impadronendo di me. La giungla intorno a me, scompariva piano piano, lasciando il posto a uno sfondo bianco, anche lì, dandomi la sensazione di stare annegando, poco alla volta, in una mare di latte candido. Unica, sopravviveva davanti ai miei occhi una piantina che sembrava, incredibilmente, prezzemolo. Sentii, non riuscendo a individuarne la provenienza, in quel mare lattiginoso, lo sbattere di una porta. Dei passi, la cui cadenza tranquilla, quasi da passeggiata, aumentavano a dismisura il senso di angoscia e di vuoto che ormai mi sovrastava, si avvicinavano verso di me. Grande fu la mia meraviglia quando, alla fine, vidi quella figura umana dirigersi sicura verso la piantina di prezzemolo, e coglierne alcune foglioline. Solo dopo, rialzandosi, si accorse della mia presenza. "Salve", mi disse. "Non l'ho mai vista prima da queste parti. Cerca qualcuno?" In effetti, cercavo molto più di qualcuno: cercavo il mio mondo, misteriosamente inghiottito da un assurdo oceano bianco. "Cerco due miei amici", dissi, cercando di prendere tempo. Mi sorrise - aveva il volto cordiale, un sorriso sincero e occhi profondi, pieni di sogni - "Io mi chiamo Emilio, Salgari Emilio. Stavo scrivendo un romanzo, quando ho visto che era ora di pranzo, e ho lasciato per cucinare qualcosa. Avevo bisogno di prezzemolo. Vuole fermarsi a farci compagnia, a me e mia moglie? Intanto vedo se posso aiutarla a ritrovare i suoi amici." Completamente frastornato, incapace di
pronunciare una sola parola, mi stavo rendendo conto di quello che mi era accaduto. Non ebbi la forza di accettare quel sincero invito. Declinai, ringraziando, l'offerta, e lasciai che le mie gambe mi conducessero alla posizione seduta, nel bianco più assoluto. Mi sorrise di nuovo, e se ne tornò da dove era venuto. Dopo una mezz'ora, la foresta ricomparve lentamente ai miei occhi, il cielo
plumbeo tornò rassicurante a coprire la mia testa, il terreno accidentato e coperto di foglie marcite sotto i miei piedi. Sentii qualcuno come catapultato alle mie spalle. Mi girai: era Yanez. "Elemì, e allora? Diamoci una mossa!" Mi voltai di nuovo.

Sandokan sorrideva, mentre i suoi passi sicuri ci conducevano verso i prahos.