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Volete sapere chi e come ha inventato gli hamburger?
Come trascorreva le notti Lucrezia Borgia?
Che fine ha fatto Igor Slivovitz?
Cosa accade davvero nel triangolo delle Bermude?
Cosa vede Capitan Feendoos dalla finestra?
Se il Capitano soffre di emorroidi?

Tutto questo e molto di più sul meraviglioso
blog di Capitan Feendoos.

venerdì 24 ottobre 2008

Sulle tracce dell'ippogrifo






Seduto nel fitto della foresta, aspettavo pazientemente il cessare del frastuono infernale che i due combattenti facevano al di sopra della mia testa. Sembrava improvvisamente giunta sera, mentre invece era appena passato mezzogiorno: la vegetazione, così fitta da non lasciar passare che qualche raro raggio di sole, a cui si era aggiunta l'ombra dei due ippogrifi, aveva fatto calare una notte apparente sotto gli alberi. La mia pausa forzata era dovuta alla lotta fra le due femmine di ippogrifo, che probabilmente si contendevano un maschio, lotta che era giunta a interrompere un inseguimento che durava da ore. Ero sulle tracce di un grosso esemplare, in attesa del momento propizio per colpirlo con la spada o con una freccia, magari anche con un pugno ben assestato, quando l'arrivo del secondo aveva scombinato i miei piani: affrontarne due era troppo anche per Elemiro Feendoos. Mi misi al riparo nel bosco, e attesi che l'animale più forte facesse il lavoro al posto mio. Certo, sarebbe stata una spedizione dal valore dimezzato, visto che la carne martoriata della vittima non avrebbe permesso di ottenere i Cordon bleu del Capitano della qualità prevista, però la grandezza è di chi sa quando è il momento di attaccare ma anche di saper aspettare tempi migliori. Mentre avevo la mente occupata da pensieri che in questo momento non ricordo, vidi appressarsi un cavaliere dentro un'armatura lucente. Scattai in piedi, pronto al peggio. Una voce, proveniente dall'elmo, così mi apostrofò:

"Orsu, qualificati, uomo dal nobile aspetto
ma di fetor pieno e tutto polveroso,
dimmi dunque se cristiano è il tuo petto
oppur saracino seppur valoroso.
Io son paladina di nome Bradamante
di Francia serva e di Ruggiero amante;
qualificati dunque acché, ignoto cavalier
io decida se tu abbia ancor domani o solo ier."

La voce, soave quanto quella di una dea, che aveva pronunciato quelle parole, era stata tuttavia ferma e decisa, e non lasciava sperare che si potesse evaderne la risposta. Levai, quindi, il copricapo, e così risposi:

"Grande onore è per me conoscere
chi la grande fama il nome precede,
d'italica stirpe io sono, giammai a recedere
insegnò la mia gente a suo piede.
Elemiro Feendoos è il modesto nome mio
servo di dame e devoto e poco pio,
al tuo cospetto assai mi inchino
il tuo nome riverito da ogni pino."

La donna agilmente smontò dal palafreno, tolse l'elmo mostrando un viso che avrebbe tolto il respiro a un cuore di pietra, e oltre appressandosi, così continuò:

"Lungo tempo è che l'amor mio mi manca
pur se occhi io non abbia che per lui,
ma di vagar armata sono ormai stanca;
ora è che provveda, mancando ancor costui,
a dare soddisfazione alla carne mia
e con te farollo che ispiri simpatia.
Ti sfido dunque a singolar tenzone
Dimostrami se all'altezza sei del tuo blasone."

Il vostro capitano, che giammai ebbe
ad arretrare dinanzi a qualsiasi sfida,
anche in quel frangente di fama crebbe
come già pria con Angelica e Ida.
Tosto buttossi nella grande pugna
dimentico della di Ruggier piccola pugna
ché solo egli pel mondo errava
mentre il suo cuor pace non trovava
non più avendo né amor né pace.

Fu allora, proprio sulla pace, che Bradamante, rivestendosi dopo l'estenuante tenzone, prese la spada e mi si rivolse contro, con il volto duro. Temetti per la mia vita, non essendo stato altrettanto pronto nel rivestirmi. La paladina di Francia, però, per aria menò un paio di fendenti. Con mia grande sorpresa vidi cadere di quà e di là della mia testa la pace e l'amore.
Bradamante mi guardò, e rilassandosi i muscoli del suo viso uno dopo l'altro, mi sorrise:

"Elemiro Feendoos, valente condottiero,
all'altezza della tua fama fosti,
del tuo pugnar esser puoi fiero:
gl'italici guerrier sempre fur tosti.
Tuttavia, ad usar la sacra spada
mi costringesti in questa contrada
ché mai composta di nove versi fu un'ottava:
e di metrica non capisci una fava."

Non essendoci più né amor né pace, raccolsi anch'io le mie cose, salutai dolcemente la prode Bradamante, e andai a recuperare l'ippogrifo abbattuto.





sabato 18 ottobre 2008

Love potion


Durante la mia lunga carriera di Capitano non ho mai avuto problemi di navigazione, perché ho sempre usato il carburante migliore:



mercoledì 8 ottobre 2008

Il triangolo dei Bermuda









Nel 1959, sulla copertina di Times, ebbi l'onore di essere immortalato come Man of the year. A torso nudo, al timone della mia nave, indossavo un paio di bermuda. Da quella copertina nacque uno degli equivoci destinati a sopravvivere fino ai nostri giorni, a quasi mezzo secolo di distanza.
I fatti che sto per raccontarvi fecero sì che quella parte di mare divenisse famosa con il nome, errato, di Triangolo delle Bermude. Molti sono convinti, infatti, che il triangolo di mare tristemente noto per aver causato la scomparsa di navi, aerei e persone, prenda il nome dall'Arcipelago delle Bermude, mentre, più plausibilmente, l'origine è da ricercarsi nella copertina di Times. Effettuavo la traversata dell'Atlantico al comando della Reine de la mer, facendo la spola fra Calais e New York, trasportando di tutto, in special modo merluzzi surgelati o peyotl da impiegare nella preparazione della pasta ai funghi Quattro pasti in padella. Eravamo ancora nell'Atlantico, navigando a Sud dell'Arcipelago, lungo il Tropico del Cancro, quando mi accorsi che la nave non rispondeva più ai comandi. Fu con sgomento che vedemmo un enorme gorgo attirare verso il suo interno il nostro bastimento, completamente in balia delle correnti. L'equipaggio,
attonito, si era rivolto alle preghiere o alle bottiglie, mentre io aspettavo, con le mani inutilmente sul timone, l'evolversi degli eventi senza lasciarmi prendere dal panico. Il gorgo era davvero spaventoso, in uno scenario reso surreale da una splendida giornata di sole. La nave venne risucchiata come un guscio di noce nel lavabo. Alcuni interminabili secondi più tardi, ci fermammo con un urto sulla profondità dell'oceano. Almeno, io mi ritrovai lì, mentre vedevo che i pochi marinai visibili erano, purtroppo, morti. Approfittando di una delle mie apnee, famose nei sette mari, che mi consentivano di stare sott'acqua per almeno dieci minuti, potei vedere il dio Nettuno che, con il braccio alzato, con ancora la catenella in mano, mi guardava fra il perplesso e il colpevole. Mi avvicinai a lui chiendedogli spiegazioni. Mi guardava con gli occhi bassi.
"Ecco, questo è il mistero del Triangolo maledetto. Ogni volta che vado alla toilette e tiro lo sciacquone, chiunque si trovi a passare sull'oceano, nave o aereo che sia, viene risucchiato nel terribile vortice, e tutti, equipaggi e passeggeri, affogano nella discesa."
"Ma io non mi spiego... Tu, Lei, Nettuno, non dovrebbe essere nel Mediterraneo, dove si erano perse le sue tracce un paio di millenni addietro?"
Nei suoi occhi riapparve la luce dell'orgoglio di un passato glorioso: "Io sono il Dio del Mare, e vado dove mi pare!" La soddisfazione di una rima casuale gli fece gonfiare il petto. Dopo un imbarazzato silenzio, ripresi: "Capisco. E, mi dica, come mai, poi, a volte ricompaiono navi vuote da cui sembra misteriosamente scomparso ogni segno di vita?"
"E che vuoi? Dopo che è successo il guaio, che devo fare? Quando non ci sono danni, rimando tutto in superficie, asciutto a apparentemente in ordine. Purtroppo, per i morti, non c'è niente da fare. Ma accomodati, che ti racconto tutto nel dettaglio."
Lo seguii in una reggia fastosa che, nonostante la ricchezza degli arredi e il gran numero di servitori e di ospiti, sembrava preda di un inesorabile degrado. Sculture classiche in oro e marmo che rappresentavano soggetti marini adornavano un enorme salone. E, mentre passammo quattro ore a tavola, in un "parco desinare", come lo definì lui, mi raccontò a grandi linee quello che era successo agli dei dell'Olimpo negli ultimi diciassette secoli. "E, mi dica, Giove, che fine ha fatto Giove?"
"Eh, poveraccio! E' così vecchio, completamente rincitrullito, e..." In quell'istante, un fulmine squarciò l'oscurità del fondo marino, facendomi dubitare delle parole di Nettuno, che tacque. Mi parlò, poi, di quello che era accaduto agli altri dei, mi presentò alle sue amiche, una allegra compagnia di sirene che, mi fu subito evidente, non vedevano un uomo da molto tempo. Una di esse mi faceva gli occhi dolci, e sapete quant'è difficile resistere al richiamo di una sirena. Mentre cercavo di escogitare un motivo plausibile per congedarmi dal mio ospite, mi ricordai dei miei compagni che avevano perso la vita nell'affondamento della nostra nave, e ne parlai con Nettuno, che mi assicurò avrebbe contattato le Parche per riannodare i fili del destino dei miei uomini.
Salutai Nettuno, ringraziandolo per quello che stava facendo per noi, e mi avviai all'uscita. Una volta fuori dal palazzo, però, ero di nuovo sott'acqua, ed ero costretto a fare tutto in apnea. Anche - e naturalmente la mia natura di gentiluomo non mi consente di parlarvene, come non mi consente di svelare le curiosità morbose di chi vuol conoscere l'anatomia delle sirene - fare compagnia alle sirene che mi avevano ammaliato. Dovetti emergere dall'acqua sei volte, e sei volte tornai alla loro compagnia.
Quando, una volta giunti sani e salvi in porto, l'equipaggio non ricordava nulla di quanto accaduto, e il Triangolo dei Bermuda continuò a chiamarsi delle Bermude.