Sono un gentiluomo e non vi racconterò mai cosa accadde quella notte. Sappiate solo però che, dal giorno dopo, Lucrezia Borgia mi tempestò di telefonate e di sms, tanto da costringermi a cambiare la sim del mio telefonino. Quando raccontai alcuni dettagli di quella notte di fuoco a Salvo Montalbano, mio carissimo amico, ebbe a dire le seguenti parole: “Cose assai vastase furono”. Gliele raccontai solo previo giuramento di non farne parola ad anima viva, s’intende, e di Salvo sapevo di potermi fidare.
Era stata dura, a essere sinceri, arrivare vivo a vedere la luce del mattino, dopo quella notte di fuoco, per le note abitudini dei fratelli Borgia di offrire bevande, diciamo così, arricchite, ai loro ospiti. Purtroppo, il gatto a cui feci bere tutti gli intrugli che Lucrezia mi passava non la vide affatto.
La serata o, per meglio dire, la giornata precedente, aveva preso inizio con le abbondanti libagioni a pranzo che si erano concluse solo dopo il calar del sole. Quando tutti i convenuti avevano ormai fatto ritorno alle proprie abitazioni, restai solo con Lucrezia, che mi condusse all’alcova. E qui, si rischiò davvero che tutto andasse a monte, per via di un piccolo, insignificante dettaglio. Quando aprì la porta, vidi un corpo di donna dal volto cereo steso sul letto e, al mio sguardo interrogativo rivolto a Lucrezia – la necrofilia non è contemplata dal mio manuale di pratiche amorose – la vidi cascare dalle nuvole. Con grazia principesca si diede un colpo del palmo della mano aperta sulla fronte, esclamando: “Mio Dio, mi ero del tutto dimenticata di Hortensia! Ieri sera, mentre giocavamo” e sottolineò la parola con uno sguardo carico di malizia, come a lasciar intendere che fosse chiarissimo a entrambi cosa fosse quel gioco, “abbiamo voluto provare una cosa nuova: le ho fatto bere una pozione che dà la morte apparente, ma poi ho dimenticato come si prepara quella per ridare vita, e la povera disgraziata è rimasta così. Da ieri.”
Nonostante la situazione potesse apparire drammatica, non persi il mio sangue freddo, pensando ai rischi che correva la povera Hortensia, leggiadra principessa nordica, alle conseguenze che ne avrebbe patito la cara Lucrezia, anche se, cadavere più, cadavere meno …, e soprattutto che la notte che mi ero prefissato di passare con lei rischiava di saltare per via di un increscioso incidente. Presi i cavi del caricabatteria, li collegai dai miei polsi a quelli della apparentemente morta giovane, facendo bene attenzione a non invertire le polarità, e feci un po’ di corsetta sul posto, per aumentare la frequenza cardiaca. Dopo alcuni istanti, con mio sollievo, vidi tornare il colore sul volto della giovane, che premiò i miei sforzi con un sorriso che non dimenticherò mai, dovessi vivere cento anni. Lucrezia, intanto, era andata a prendere delle bevande, che mi guardai bene dall’ingurgitare, ma che rafforzarono, dopo essersene servita, il rosso delle gote di Hortensia, essendo, per una volta, soltanto liquori.
Dopo i ringraziamenti cui dovetti di malavoglia sottostare, sapete quanto sono schivo e umile, le due ragazze interrogarono i miei occhi con i loro, per decidere, evidentemente, quale sarebbe stato l’evolversi degli eventi per quella notte. Sacrificai i miei principi – non amo particolarmente i convegni affollati – dimostrando quanto vale un marinaio, anche se sopraffatto da forze nemiche preponderanti, e arrivai esausto ma felice al mattino. E vivo.
Mi congedai dalle ragazze adducendo a pretesto un viaggio per un carico di balene al pesto genovese quattro pasti in padella (sappiamo benissimo che non esistono, ma le principesse non erano aduse ai lavori di cucina) e presi il largo con il mio bastimento.
