Quest’umidità mi uccide. Ho le ginocchia bloccate dall’artrite e, per riuscire a mettere su un Cd nel lettore, mi sono dovuto aiutare con una sedia: sono refrattario alle stampelle e non riesco a rassegnarmi all’idea che il tempo possa passare anche per Capitan Feendoos come per tutti i comuni mortali. Ho trovato un vecchio disco d’incisioni di brani di Turlough ‘O Carolan; quando ho ascoltato le prime note di Farewell to the music non ho potuto trattenere qualche lacrima che, contro tutte le potenze dell’universo, è riuscita a fuoriuscire dai miei occhi sempre asciutti e fieri. La mia memoria è corsa lungo i secoli al giorno in cui incontrai il compositore errante mentre passeggiavo per Dublino. Avevo litigato con il mio armatore, che pretendeva da me trasporti non consentiti dalla legge, e mi ero preso un anno sabbatico. Ero a cena da amici, quando mi presentarono a Turlough, e ci sfidammo in una lunga partita a backgammon che gli lasciai vincere perché mi fu subito simpatico. Dopo aver ingurgitato una quantità di birra che sarebbe bastata a un reggimento di lanzichenecchi, ci mettemmo a cantare su arie prima allegre, e infine sempre più tristi. Fu così che componemmo, quasi per gioco, Farewell to the music, che il mio caro amico fece conoscere al mondo solo in punto di morte, come mi aveva promesso quella sera fra i fumi dell’alcool. Fra le tante chiacchiere che facemmo quella sera, voglio condividerne alcune, le più interessanti, con voi, amici miei, che avete la pazienza di seguire queste mie memorie.
“Non hai mai avuto problemi a girare l’Irlanda per esercitare la tua professione? Sono tempi piuttosto difficili, questi, e non deve essere facile essere sempre in giro…”
“La mia complessione, per fortuna…”
Lo interruppi: “Scusami, Tuorl (lo chiamavo affettuosamente così), dovresti usare un linguaggio più consono a quello dei miei lettori, che sono abituati a leggere, quando leggono, lessemi più moderni, e potrebbero avere difficoltà a capire il tuo parlare settecentesco…”
“Ohhh, certo, hic! Ho capito benissimo quello Ke vuoi dire xke, nonst abbia bevuto sono +tosto sveglio e …”
Dovetti interromperlo di nuovo: “Troppa grazia! No, no, no, scusami, ma non credo di avere un target di lettori così giovanile. Mi piacerebbe che ce ne fossero anche dell’sms generation, ma devi attenerti a un italiano novecentesco o, al più, inizioterzomillennio. Lascia andare, prendi l’arpa e suona di nuovo. Io ti accompagnerò al canto.”
Prima di prendere l’arpa che gli passai, mi chiese ancora della birra. Dopo alcuni galloni, ci mettemmo a braccetto e girammo per le bettole più malfamate di Dublino. Incontrammo giocatori, ladri, truffatori e prostitute. Fu a queste ultime che dedicammo le nostre energie migliori.
Il mio ultimo ricordo di quella serata è il mio naso che affonda, quanto volutamente non ricordo, nella generosa prua dell’ostessa che ci serviva dell’ottima birra. Il mattino successivo ci trovò con un leggero mal di testa in una camera sconosciuta. Probabile che la padrona fosse già al lavoro. Ci facemmo compagnia per un lungo tratto, infine ci salutammo fraternamente con la promessa di approfondire gli argomenti trattati la sera precedente. Purtroppo il destino così non volle: il mare, mia vita e mio padrone, decise diversamente, facendomi trovare lontano quando il cielo prese con sé Turlough.
