
Non imbruniva ancora; lunghe ombre seguivano danzando i nostri passi. La nostra meta, un villaggio Pequot, però, non era lontana, e il nostro viaggio prossimo alla conclusione. Avevo l’incarico di acquistare dai nativi delle pellicce di castoro che avremmo trasportato per mare in Europa. Ero stato scelto a causa della mia conoscenza delle lingue, di cui ho già avuto modo di parlarvi e, siccome scarseggiava chi sapesse destreggiarsi nei dialetti algonchini, fui costretto a essere presente in un genere di affari che non amavo particolarmente. Ci immergemmo nelle foreste di quello che sarebbe diventato lo stato del Connecticut, e arrivammo all’appuntamento con i ragazzi che dovevano consegnarci le pelli. Vidi qualcosa brillare alla luce degli ultimi raggi del sole, che riconobbi per essere la canna di un fucile e, mentre il suono dello sparo giungeva alle nostre orecchie, presi una gavetta di metallo e con un balzo felino raccolsi il proiettile al volo prima che potesse colpire in petto uno dei Pequot. Il ragazzo, che si rivelò successivamente essere il giovane Sassacus, futuro, sachem, capo, mi strappò la gavetta di mano e, constatatone il contenuto, mi dichiarò eterna gratitudine. Pretese, e non ci fu verso di dissuaderlo, di averci ospiti al villaggio per la notte. Li seguimmo di buon grado, anche perché il viaggio era stato estenuante e vedevo i miei uomini stanchi. Giunti al villaggio, fummo avvolti dai colori vivaci dei wigwam e degli abiti dei nativi; sui fuochi accesi, si giravano pesci; i bambini si rincorrevano urlando, mentre i maschi adulti ci circondarono interrogando, prima con gli occhi e poi in un concitato parlottio, Sassacus e i suoi compagni. La serata proseguì festosa e posso confermare che la generosa ospitalità dei Pequot non era inferiore al loro spirito guerriero e al loro coraggio. Ci coricammo satolli e contenti. Poco più tardi, mentre gli occhi non riuscivano più a restare aperti, sentii qualcuno entrare nella tenda. Il caldo corpo di una ragazza si strinse a me. La notte fu dolcissima e, mentre i coyote ululavano, io avevo gli occhi chiusi.Le prime luci dell’aurora mi svegliarono da solo. Uscendo dalla tenda, mentre la vita ferveva già all’interno del villaggio, esplorai con gli occhi le donne, ma non seppi riconoscere quella che aveva reso indimenticabile quella notte. Sassacus mi venne incontro e mi confidò che doveva correre ad avvisare gli altri capi per decidere una strategia comune, per porre un freno agli attacchi sempre più frequenti portati loro da inglesi e olandesi. Con un largo gesto del palmo della mano verso il petto, mi offrii di aiutarlo nel viaggio. Lo feci accomodare sulla jeep, misi in moto e partimmo. Ora, a qualche bello spirito che starà friggendo sulla sedia, osservando che nel diciassettesimo secoli le automobili ancora non c’erano e, a maggior ragione, i fuoristrada, neanche mi perito di rispondere: non potevo certo fare una scarpinata di varie decine di chilometri soltanto per soddisfare le sue fisime filologiche. Il nostro viaggio proseguì fra le verdi foreste fino a completare il giro dei villaggi alleati. Quando tornammo al nostro, fummo ancora festeggiati rimanendo a pranzo quando gustammo dell’ottimo stufato di mais. Terminammo, quindi, le operazioni per l’acquisto delle pellicce. I ragazzi ci caricarono di wampum, e ci congedammo con abbracci fraterni.
Uno dei miei rimpianti più grandi, quando seppi che le tribù Pequot furono quasi distrutte nell’omonima guerra, fu di essere riuscito a conservare pochissimo della loro memoria: la loro gente ridotta a meno di cento persone all’inizio del secolo scorso, e la loro lingua quasi scomparsa seppellita dalla polvere del tempo; non mi resta altro che questo ricordo.

