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Tutto questo e molto di più sul meraviglioso
blog di Capitan Feendoos.

mercoledì 4 novembre 2009

Blues




La pelle scura, resa lucida dal sudore e dal sole di mezzogiorno, Tom Jefferson, con lo sguardo perso sull'orizzonte, pronunciò la temuta parola: "Uragano".
Girò la testa per guardarmi annuire. "Già. L'armatore mi ha telegrafato che non vuole che ci fermiamo. Quando gli arriveranno le notizie di quello che abbiamo evitato, ci darà ragione. In caso contrario ..."
"... to hell!"
I nostri occhi si incontrarono in un sorriso complice. Tom era un ottimo marinaio, e navigava con me ormai da anni. La sua conoscenza del Golfo del Messico era tale che sapevo di poter contare sulle sue impressioni, e per questo lo avevo scelto come pilota. A maggior ragione quando queste impressioni collimavano con le mie.
Avevamo le stive piene di merluzzi decapitati Feendoos, che nel Golfo si pescano già decapitati, e dovevamo trasportarli in Europa. Decisi che avremmo aspettato che l'uragano passasse, attraccando nella baia di Galveston. Per ammazzare il tempo, ci addentrammo, guidati da Tom, nel ghetto di Houston. Si fermò a salutare degli amici, poi, noi due soli ci dirigemmo verso un honky tonk, una di quelle bettole dove si suonava il blues, si giocava a domino o ad altri giochi più o meno legali, e si trovava compagnia a buon mercato. Il frastuono si udiva decine di metri prima di arrivare alla porta. Una volta apertala, però, ed entrati Tom e io, tutti i suoni cessarono e tutti i presenti si voltarono a guardarmi. Riuscirono quasi a farmi sentire in imbarazzo. Presi a guardarmi i vestiti, alla ricerca di qualcosa di strano, quando Tom mi prese per un braccio e mi sussurrò: "I vestiti vanno benissimo, Capitano, il problema è la faccia: è bianca". Mi resi conto che ogni avventore del locale era afro-americano, e il silenzio mi apparve chiaro in tutta la sua ostilità. Tom urlò un "è tutto ok: sta con me!", e mi trascinò verso il bancone, dove ordinò due bicchieri dal colore di whisky ma dal sapore indefinito. Vari tavoli erano occupati da giocatori di domino, di dadi e di carte. Un chitarrista blues cantava in un angolo. Era massiccio, indossava assurdamente un paio di occhiali scuri e cantava usando una tecnica vocale e chitarristica piuttosto raffinata, considerando il periodo. Dissi a Tom di andare a prendere due barili di rum sulla nave, che poi decisi essere uno solo, visto che avevo intenzione di offrirlo e il fucile del barista bene in vista dietro il bancone, mi sconsigliò di esagerare nel fargli perdere vendite. Tom mi disse che sarebbe stato subito di ritorno, e mi lasciò da solo in quella stanza calda, fumosa e palpitante di vita e di pericolo. Alcuni giocatori tenevano bene in vista un coltello vicino alle carte, sul tavolo. Ero seduto al bancone sorseggiando il terzo o il quarto whisky, quando si spensero le luci. O meglio, si fece buio, come mi accorsi alzando la testa: un uomo che mi surclassava in altezza di almeno mezzo metro mi era arrivato alle spalle, e ora, messosi di fronte a me, mi guardava con odio. Gli altri avventori lo incitavano a ridurmi in pezzi più o meno piccoli. Ci fu anche una scazzottata fra due ragazzi: non riuscivano ad accordarsi sulla misura dei pezzi in cui avrei dovuto essere ridotto dal gigante. Mi afferrò per il collo e mi sollevò da terra. Lasciai partire due pugni che avrebbero steso un mulo, entrambi a bersaglio sul suo naso. Sembrò non accorgersene. La sua mano sulla mia gola era una morsa. Sapevo di aver ormai poco più di un minuto. Un colpo assordante gelò la sala. Blind "Lemon" Jefferson, il chitarrista, si era alzato e aveva dato una manata sulla parete. Tutti gli sguardi erano puntati su di lui. In quel momento rientrò Tom con il barile di rum fra le braccia. Il bluesman, che seppi poi essere cieco fin dalla nascita, sicuro di avere l'attenzione di tutti, dsse con voce calma: "Lo vedo benissimo anch'io che è un fottuto bianco. Vogliamo smettere di divertirci per questo? Sedete e riprendiamo a fare del cazzo di blues". Guadagnò il suo posto a tentoni, fra le risate rilassate di tutti, prese la chitarra e attaccò See that my grave is kept clean. Il gigante mi mollò, lasciandomi cadere a terra sull'osso sacro e se ne tornò al suo posto. Tom e io ci dedicammo con metodo al barile di rum, offrendone a tutti i suoi conoscenti, molti dei quali marinai, e mi presentò loro. C'era Big Joe Hanson, un minatore; Slim Grant e Sissy Levell, due raccoglitori di cotone. Quando mi diede la mano, capii il perché del nomignolo Sissy, "femminuccia". Alcune ore più tardi, quando il barile di rum non era che un ricordo sommerso da litri di pessimo whisky, mi ritrovai un'armonica fra le mani e mi misi a suonare, come mi aveva insegnato Pietr Van Von in una bettola di Amsterdam, spalla a spalla con Blind "Lemon" Jefferson. Tom suonava la washboard table, la tavola lavapanni. Le ragazze si strinsero a noi, accompagnandoci con cori che stringevano il cuore anche a vecchie pellacce come la mia e quella di Tom. Fummo interrotti in un paio di occasioni quando, in seguito a liti fra giocatori, un accoltellato e una vittima di un fucile furono fatti sparire dal locale. All'alba stavamo ancora suonando e cantando, almeno a quanto mi raccontarono.
Quando mi svegliai - doveva essere pomeriggio - ero su un letto insieme ad altre tre persone. C'erano due donne di cui avevo un vago ricordo per la notte precedente. E c'era Sissy Levell. Avevo un mal di testa terribile e un bruciore al didietro, parlando con rispetto. Mi guardai con sospetto intorno, ma poi pensai, mormorandolo a bassa voce: "Dev'essere colpa del pessimo whisky".
"Sì, è stato sicuramente il whisky", aggiunse precipitosamente Sissy.
Soltanto oggi, ripensandoci, mi viene da chiedermi: "come faceva a sapere di cosa stessi parlando?"


mercoledì 9 settembre 2009

Ritorno al passato


Miei cari amici, so che ormai vi sarete fatti l'idea che il vostro Capitano sia inattaccabile alle vili insidie del tempo e ai volgari attacchi della malattia, eppure devo confessarvi che anch'io, dopo i tanti anni in cui non mi sono curato di loro, a volte senta l'inevitabile peso degli anni sulle spalle. Accade così, che in questi grigi giorni di un autunno giunto in anticipo, preda di dolori reumatici e di gonfiori prostatici che mi costringono a una deambulazione precaria, che io senta che la fine potrebbe essere vicina. E così mi vedo costretto a liberare il mio cuore da un peso che ha gravato su di esso da moltissimo tempo, seppure dovesse accadere che queste lugubri idee scompaiano alla prima giornata di sole. La reputazione di un uomo fu gravemente danneggiata da cause indipendenti dalla sua volontà, e anche dalla mia, a voler essere onesto con me stesso, eppure voglio oggi ristabilire una verità troppo a lungo taciuta.
Erano i Fenici i padroni del Mar Mediterraneo, all'epoca, e io lavoravo per loro. Con la mia nave facevo la spola fra Cartagine e Tiro, trasportando materiali preziosi e anche i Krochendfish che pescavamo in occasionali scorribande oltre le Colonne d'Ercole. Fu proprio per merito di un carico di quest'ultimi che mi trovai al cospetto della regina e fondatrice di Cartagine, Didone. Fin dal nostro primo incontro, il modo in cui mi ignorò mi fece capire che era interessata a me. D'altronde, dietro la richiesta sempre più pressante di Krochendfish per il palazzo, era fin troppo facile intuire la volontà della regina di rivedermi. Fu così che iniziò una frequentazione che si fece via via più intima. Nei nostri primi incontri, superato l'imbarazzo dell'incontro di due mondi diversi, Didone prese a declamarmi le poesie che componeva, accompagnandosi con la lira. Ancora oggi sento il corpo pervaso da brividi al pensiero dell'immagine che si presentava ai miei occhi: se la bellezza della regina aveva affascinato ben più di un re, a partire da colui che l'aveva sposata e poi lasciata vedova, Sicharbas, fino a Icarba e i re nubiani che ne avevano chiesto la mano, vederla in quella occupazione era spettacolo da lasciar senza fiato anche l'uomo meno sensibile. Il mio amore per l'arte ci condusse dunque su una strada dove le nostre affinità furono sempre più evidenti. Facevamo lunghe passeggiate nei corridoi e nei giardini del suo palazzo. Una volta volle seguirmi sulla nave in un'uscita notturna. Eravamo quasi diventati inseparabili. Mancava ormai soltanto una cosa a coronare quello che era un sogno d'amore e una notte, mi prese per mano conducendomi verso la sua camera da letto. Eravamo pronti per affrontare una prima notte indimenticabile, tremanti come due ragazzini. La presi per le mani, l'attirai a me, si lasciò andare fra le mie braccia, quando un rumore infernale giunse a sconvolgere quell'atmosfera irripetibile. Didone si aggrappò a me, io la cinsi protettivo, ponendole una mano dietro al capo, pronto ad affrontare anche il demonio per difenderla. Una macchina infernale si materializzò davanti ai nostri occhi increduli, e ne uscì un anziano dalla lunga chioma bianca. Non saprei come spiegarvi perché conoscessi il suo nome, ma quant'è vero che l'odio che provo per lui da quel giorno, il suo nome era Doc Emmett Brown. Mi guardò negli occhi farfugliando parole incomprensibili, guardò la strumentazione della sua macchina, disse un "Accidenti a me, ho sbagliato di nuovo i calcoli", risalì sul malefico trabiccolo e sparì con lo stesso rumore con cui era comparso. Stringevo Didone tremante fra le braccia che ancora non si era ripresa dallo spavento. La rassicurai con le parole che solo un marinaio può conoscere, e cercai di riportare la conversazione, se mi passate il termine, verso i binari su cui si trovava al momento dell'interruzione. Non fu facile ma, con l'ausilio di una bevanda che sarebbe stata capace di rincuorare uno struzzo e di cui la mia nave era sempre ben fornita, riuscii ad avere di nuovo Didone calda fra le mie braccia. E in quel momento, ahimè, accadde di nuovo: un ragazzo, che riconobbi per avere le sembianze di Michael J. Fox, anche se in quel frangente si chiamava Marty McFly, comparve nella stanza gridando, privo di ogni educazione: "Avete visto passare un professore con i capelli bianchi?" Con la speranza di liberarmi al più presto di lui, gli risposi che avevo visto Doc passare qualche minuto prima, e che avrebbe fatto bene a sparire sulle sue tracce al più presto prima di farmi perdere la pazienza. Dopo questo nuovo episodio venuto a turbare la pace della stanza, disperavo di riuscire a coronare il nostro sogno d'amore con Didone: la regina era in condizioni deplorevoli, era presa da singhiozzi incontrollati e un tremito pervadeva tutto il suo corpo. Respirava con fatica e non riusciva ad articolare una parola intera. Una doppia dose di rum, tuttavia, seguita da abbracci e dal racconto di celie che un marinaio sa quando tirare fuori, riuscii a calmare la povera Didone e a riportare la serenità nella camera. Poi accadde l'irreparabile. Con un rumore molto più forte di quelli precedenti, comparve nella stanza H. G. Wells con la sua macchina del tempo. A differenza dei due che lo avevano preceduto, la mia simpatia per lui non è mai venuta meno, nonostante questo episodio, e lo salutai con affetto, pur pregandolo di togliersi dalle scarpe (era lì infatti che si era posizionato) e di riprendere la sua strada al più presto. Didone ebbe una crisi isterica. Non era tanto la paura a sconvolgerla - raramente nella mia vita ho conosciuto una persona più coraggiosa di lei, donna o uomo che fosse - ma era l'idea che io conoscessi quei tali. Si era infatti convinta che fossi stato io a evocare quegli spiriti maligni e a farli comparire nella stanza per chissà quale misteriosa ragione. Mi scacciò dal palazzo e m'intimò di non farmi vedere mai più. Vi confesso che quella sera qualunque altro uomo al mio posto avrebbe pianto. Io stesso fui molto vicino a farlo. ma mi rifugiai sulla nave per una fraterna bevuta con i miei uomini. La bevuta fu talmente fraterna che riprendemmo conoscenza soltanto due giorni più tardi. Fu solo allora che cercai di rivedere Didone, ma non volle ricevermi. Rassegnato, presi il mare. Solo molto tempo dopo seppi che mi aveva cercato disperatamente, pentita di avermi scacciato, ma purtroppo non avemmo più modo di incontrarci. E ora, devo spezzare una lancia in favore di un uomo che mai ho apprezzato, quell'Enea che abbandonò la povera Didone portandola al suicidio: considerando i vari episodi che ne avevano contrassegnato la vita, la prematura vedovanza, la cacciata da Tiro, la sua terra, per andare a fondare Cartagine, la nostra triste storia conclusasi come ormai sapete, sento il dovere di alleggerire la colpa che i posteri hanno addebitato a Enea. Fu una sfortunata serie di eventi a portare Didone a quel grado di disperazione. Certo, il fondatore di Roma, colpevole fra l'altro di avere, col suo gesto, rotto la tranquillità dei Sanniti, fece la sua parte, come stigmatizzò anche Messer Pietro Aretino ne Le sei giornate, ma io ho dovuto sgravarmi da questo peso portato fin troppo a lungo.

mercoledì 10 giugno 2009

"Dig, Lazarus, dig"





In quei tempi mi trovavo nei pressi del lago di Tiberiade. Essendo temporaneamente inoccupato - c'era una grave crisi economica in atto - ed essendomi giunta voce che si erano resi vacanti alcuni posti da pescatori, mi ero recato a offrire il mio curriculum in quelle acque lontane dalle mie abituali. Mentre mi dirigevo sulla sponda del lago, vidi un uomo affranto, con la testa fra le mani e lacrime che scendevano copiose lungo le sue guance, e mi avvicinai a lui, con la duplice intenzione di consolarlo e di chiedere informazioni. Gli poggiai una mano sulla spalla, sollevò la testa senza smettere di piangere. "Ehm, che succede, amico?" gli chiesi, parafrasando Bugs Bunny. La mia domanda, forse costringendolo a un riesame della sua triste sorte, scatenò una nuova crisi di pianto. Lasciai la mia mano sulla sua spalla, fraterno. Dopo alcuni minuti, si riprese. Non volendo ripetere l'errore di farlo ripiombare nella disperazione, gli chiesi di indicarmi il lago di Tiberiade, o di Galilea che dir si voglia. Tirò sul col naso, e mi indicò la direzione con un cenno della testa. Ero tentato di chiedergli la causa della sua disperazione, ma temevo che non sarei più riuscito a liberarmene. Mentre mi giravo per andarmene, però, mi afferrò la veste e mi trattenne. "Sai", mi disse, "sono un uomo molto sfortunato. Pensa che, fino a poche ore fa, ero in paradiso e le mie sofferenze erano terminate." Lo guardai interrogativamente. Vedendo che non parlava, chiesi: "In che senso? Non mi risulta che ci siano tali luoghi da queste parti..." Mi interruppe: "No, ero proprio in paradiso, in mezzo agli angeli. Ero proprio morto, freddo. Anzi, forse porto ancora addosso l'odore di decomposizione." In effetti, fin dal mio arrivo, mi ero convinto della presenza di una carcassa in decomposizione, da quelle parti. Mi accorsi che la causa era proprio lui, e istintivamente feci un passo indietro, ma ero ancora trattenuto dalla sua mano sulla mia veste. Visto che ormai non potevo liberarmi di lui, mi sedetti. "Devi sapere," mi disse, "che mi chiamo Lazzaro di Betania. Ho un amico di lunga data che si chiama Gesù, che pare faccia miracoli, che è anche molto amico delle mie sorelle Marta e Maria. Beh, un paio di giorni fa - non riesco ancora ad avere un esatto quadro temporale degli ultimi avvenimenti - ho avuto un malore e sono morto. Ti devo confessare che, da quando sono sposato, la mia vita era diventata un inferno: mia moglie mi tradisce con tutti i pescatori del lago, e mia suocera è l'ottava sciagura mandata da Javeh sulla terra per punire gli uomini. Mentre morivo, ero sollevato." Quell'uomo incominciava a godere della mia solidarietà. "Ero ormai asceso fra gli angeli da più di un giorno, mi ero liberato di questo corpo non bello, quando sono stato richiamato in vita da Gesù. 'Lazzaro', mi ha detto, 'alzati e cammina'. Ora, dico io, con tutti i cadaveri che ci sono in giro per la Galilea - pensa che la vita media non supera i 35 anni - proprio me dovevi venire a seccare?" Ricominciò a piangere. Cercai di consolarlo: "Dai, dopo qualche lavata l'odore andrà via ..." "...sì," mi interruppe con uno scatto d'ira, "ma mia suocera con cosa la lavo per farla andare via, con l'acido solforico che non hanno ancora inventato?" Non potevo che dargli ragione. Mentre gli davo una pacca sulla spalla, non vedevo l'ora di essere lontano da lì: l'odore di cadavere era veramente insopportabile. Giunto al lago, fui edotto sulle ragioni che avevano reso disponibili quei posti da pescatore: alcuni di loro avevano seguito Gesù, il predicatore amico di Lazzaro. Presi il posto di uno degli apostoli - così mi dissero che si chiamavano adesso - e mi accorsi di dover ridimensionare di molto le mie richieste: non si trattava che di poveri pescatori di lago, e fu dura per me accettare di buttare in acqua una barchetta. Riecheggiavano nelle mie orecchie anni di sfottò verso i "marinai d'acqua dolce". Un vecchio, seduto sulla banchina, mi raccontò che la crisi affliggeva anche quelle parti: da quando Gesù si era messo a distribuire pani e pesci, presi non si sa da dove, i pescatori e i commercianti del luogo erano rimasti disoccupati. Si temeva che qualcuno di loro potesse fare qualche gesto inconsulto, preso dalla disperazione. Si parlava della più grande crisi economica a memoria d'uomo. Il vecchio tacque per alcuni minuti, mentre passava una vecchia che trasportava un cesto, camminando pericolosamente sul bordo del lago. Quando si fu allontanata, allungando il mento nella sua direzione, mi disse: "E' la suocera di Lazzaro. Un amico di Gesù". Deciso, in ogni caso, a fare quella che era un'esperienza come un'altra, presi i remi in mano e mi avviai verso acque più profonde e pescose. Più tardi, tornando a riva con il pescato che arrivava fino al ponte, sentii delle urla femminili. Vidi la vecchia di prima, la suocera di Lazzaro, annaspare nell'acqua chiedendo aiuto. Avevo ancora negli occhi la disperazione di Lazzaro. Mi guardai cauto intorno e, assicuratomi che non ci fosse nessuno, la centrai con un colpo di reme ben assestato. Le urla cessarono di colpo, e per alcuni istanti furono sostituite dal borbottio delle bolle d'aria che arrivavano in superficie. Poi, più nulla. "Alla tua, Lazzaro" pensai, levando un ideale bicchiere.

venerdì 6 marzo 2009

La vera storia di John Storto - Terza parte



Per alcuni anni non si seppe più nulla si John Storto. Alcuni sostengono che continuasse a girare per gli States, altri che proseguisse verso il Sud America, impadronendosi delle tecniche del tango, fra le altre cose. C'è chi giura di averlo visto in Giappone, a braccetto con la mamma di Ryuichi Sakamoto, ma dubito molto che se ne possa attribuire la paternità a John. Di sicuro c'è che, qualche anno dopo, s'incontrò con un quartetto di suonatori in quel di Amburgo. Nel 1960, infatti, incontrò tre musicisti di belle speranze che, vestiti da teddy boys, suonavano in locali a luci rosse nella Hanseatic-Stadt Hamburg. Essendosi trovato a condividere con loro il palco, dove s'incrociavano, dandosi il cambio, strinse amicizia con i quattro, anzi, con i tre, John, Ringo e George. Paul, invece, gli stette sullo stomaco fin dalla prima volta che lo incontrò.
Infatti, fu Storto a consigliare ai tre di liberarsi di quel peso morto, se avessero voluto fare davvero del rock'n'roll. La storia c'insegna che andò diversamente: di rock non fecero nulla, ma divennero il gruppo pop più famoso e ricco di tutti i tempi, anche se, musicalmente, rimasero nel genere canzonette.
Però, tracce del rimpianto dei tre si possono leggere fra le righe della famosa leggenda della morte di Paul, artatamente inventata, come un messaggio lanciato a John dopo aver raggiunto il successo. Li lasciò al loro destino, e partì alla volta di Londra.
Le sue tracce di perdono nella vita notturna della swinging London. Alcuni giurano che Twiggy debba il suo successo a John, altri che fu in seguito a una lite con Pete Townsend, con conseguente pugno sul naso, che diede il via alla straordinaria carriera degli Who, per le ben note frustrazioni del chitarrista per via del suo aspetto fisico, ma tracce documentate non ve ne sono.

Lo ritroviamo sulla Prospettiva Nevskij, sulle tracce di Daniil Charms, il geniale scrittore russo misteriosamente scomparso nel 1942, dove, insieme a Alexander Yuvachov, studiò in maniera approfondita gli effetti della vodka sul corpo umano. Il corpo, va da sé, era il suo. Imparò a suonare la balalaika e a tradurre dal russo, fra una cosa e l'altra, ma non mise mai
a frutto queste sue doti. Quello che maggiormente lo turbò, però, fu sapere che sei vecchiette che cadono sporgendosi da una finestra, possono non essere sufficienti.
Nel 1976, durante un suo viaggio in Italia, dopo una full immersion nel mondo delle comuni tedesche - strinse amicizia e suonò con tutti i componenti delle varie formazioni degli Amon Duul - si trovò in una scuola del casertano, dove conobbe la studentessa Rosaria Capacchione, lungi dal diventare la nota giornalista e saggista che conosciamo. Sarà lei stessa a raccontare parte di quell'incontro quando, durante una delle frequenti occupazioni delle scuole, John Storto si esibì per un ridottissimo pubblico in un assolo di chitarra passato alla storia. La ritrosia con cui la giovane ha sempre parlato di quella serata, lascia intendere che vi fu dell'altro, ma non possiamo che fare congetture.
Alcuni giorni dopo, prese di nuovo la strada che conduceva al Tamigi, dove aveva premura di incontrare Marc Bolan, con cui pare visse la sua prima esperienza omosessuale. E' probabile, ma non accertato, che all'incontro presero parte anche David Bowie e Lou Reed.
Dopo alcuni mesi trascorsi fra sesso, droga e rock'n'roll, decise di abbandonare quel mondo, e di
dedicarsi all'ascesi.
Partì per quello che è conosciuto come il suo ultimo viaggio, e si racò in Messico, meta il vulcano
Pocatépetl. Per oltre quaranta giorni visse ramingo nutrendosi di bacche e di radici, nella rarefatta atmosfera delle pendici del vulcano, a oltre 5.000 metri di altitudine. La sua vita ebbe una svolta decisiva quando incominciò a nutrirsi di una piccola cactacea conosciuta col nome di Peyote: grazie all'espandersi della coscienza procurato da questa pianta, ebbe un'illuminazione che cambiò la sua vita. Si accorse che, nella geometria come era conosciuta fino ad allora, c'era una grave lacuna.
Come tutti ben sanno, abbiamo varie figure geometriche: il quadrato, che potrebbe anche chiamarsi quadrandolo, dotato di quattro lati e quattro angoli; il triangolo, dotato di tre lati e tre angoli, poi, si passa direttamente al cerchio, dotato in pratica di un solo lato e un solo angolo, di 360 gradi. E' evidente, in tutto ciò, la mancanza del Biangolo, la figura geometrica con due angoli e due lati.
Durante il suo ritiro sul vulcano, John Storto ebbe, quasi per rivelazione divina, la visione chiara e precisa della figura geometrica, e della formula per calcolarne perimetro e superficie.
Purtroppo, mentre declamava ad alta voce la sua teoria a una guida andina, scomparve misteriosamente.
I detrattori sostengono che, preda degli effetti del Peyote, sia caduto nella bocca del Popocatépetl.
Altri, a mio avviso più affidabili, che sia rimasto intrappolato in eterno all'interno di un biangolo autocostruito...

lunedì 12 gennaio 2009

La vera storia di John Storto - Seconda parte

Qualche mese dopo, John ed Elena si trasferirono a Parigi, dove vissero per alcuni mesi d'amore e di vino. Occasionalmente il nostro si esibiva in qualche locale, ma le loro frequentazioni abituali erano i clochard lungo la Senna. Una sera, mentre stava cantando nel Café du Nord, integrando il suo ancora scarno repertorio con canzoni francesi, Trenet su tutti, nel locale entrarono George Brassens, Léo Férré e Jacques Brel, che erano in compagnia del vostro umile narratore. Incuriositi dal ragazzo che si esibiva sul palco, i tre gli si presentarono. John, appena saputo di aver di fronte a sé cotanto parterre, li invitò senza indugio ad accompagnarlo sul palco. I tre non si fecero pregare, coinvolgendo anche me, Elemiro Feendoos, in una jam session indimenticabile. Io mi limitai a suonare la batteria, non consentendomi la modestia che ormai mi conoscete di misurarmi alla chitarra con i miei camarade, nonostante io suoni alla perfezione ben più di uno strumento a corda, dalla tiorba fino alla contrabbasso.



Nella foto, Brassens, Brel e Férré. La foto fu scattata da Storto. Io stavo, ehm, chiedendo informazioni a Marie, la cameriera






Al termine della serata, di cui ancora si sente parlare nelle fredde serate dell'inverno parigino da qualche anziano che passeggia sul lungosenna, quando anche l'ultimo degli avventori aveva lasciato il locale, quando ormai il Bordeau aveva lasciato il posto al Cognac, i quattro composero a otto mani alcuni brani che avrebbero di sicuro cambiato la storia della musica francese se, al risveglio, qualcuno di noi ne avesse ricordato qualcosa. Unici testimoni dell'evento, io e François, il cameriere. Io ero, purtroppo, nelle stesse condizioni dei miei compagni; François non ha mai avuto orecchio musicale e tutto rimase circoscritto fra le mura fumose del Café du Nord. Pare che ancora oggi François, che nel frattempo è diventato il proprietario del locale, racconti con un certo orgoglio e con l'occhio lucido ai suoi pazienti avventori quello che accadde in quella mitica notte.
In quello stesso periodo, John si dedicava alla pittura, nel tentativo di trovare una collocazione migliore della stamberga che divideva con Elena, ormai diventata Elénà, le cui fragili pareti erano spesso causa di proteste dei vicini a causa dell'ardore giovanile e dell'amore con cui i nostri due protagonisti affrontavano le notti parigine. Qui a lato potete vedere un ritratto a spatola, eseguito da John, che ritrae la sua donna. Il dipinto si intitola "Moi, vu de toi", ovvero "Io, visto da te", un tentativo di sublimare con l'arte la proiezione del sé attraverso l'altro.


Elena venne chiamata a Roma per un lavoro e John, convinto che non ci fosse sbocco per la musica francese, decise di attraversare l'Atlantico. L'addio fu straziante e John non si perdonò mai di averla lasciata andare via. Dopo un lungo vagabondare sulle strade degli U.S.A., viaggiando con mezzi di fortuna - in un'occasione, condivise un passaggio su un camion con un tipo completamente sbronzo, i cui documenti, come ebbe modo di vedere, dicevano che si chiamava Jean-Louis Lebris de Kerouac - lo ritroviamo immerso nel Mississippi sulle tracce del rythm'n blues. L'ultimo passaggio prima di giungere a Memphis lo ebbe da un camionista castano che cantava instancabilmente blues. Poco prima di fermarsi, parlando del più e del meno, confidò a John che aveva intenzione di fare un regalo alla mamma. John, sorridendo, gli consigliò, considerando quanto ascoltato durante il viaggio, di incidere un disco dove egli stesso cantasse. Il ragazzo rimase entusiasta dell'idea e disse: "Grazie, amico! Vado subito a incidere My happiness". John si è sempre chiesto come mai proprio quella canzone e non That's all right mama, che aveva cantato durante il viaggio, ma in effetti andò meglio così. Arrivati a Memphis, John scese dal camion, andarono nello studio di registrazione, suonarono alcune cose insieme, bevvero qualche birra e si salutarono. Non si rividero mai più.