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mercoledì 10 giugno 2009

"Dig, Lazarus, dig"





In quei tempi mi trovavo nei pressi del lago di Tiberiade. Essendo temporaneamente inoccupato - c'era una grave crisi economica in atto - ed essendomi giunta voce che si erano resi vacanti alcuni posti da pescatori, mi ero recato a offrire il mio curriculum in quelle acque lontane dalle mie abituali. Mentre mi dirigevo sulla sponda del lago, vidi un uomo affranto, con la testa fra le mani e lacrime che scendevano copiose lungo le sue guance, e mi avvicinai a lui, con la duplice intenzione di consolarlo e di chiedere informazioni. Gli poggiai una mano sulla spalla, sollevò la testa senza smettere di piangere. "Ehm, che succede, amico?" gli chiesi, parafrasando Bugs Bunny. La mia domanda, forse costringendolo a un riesame della sua triste sorte, scatenò una nuova crisi di pianto. Lasciai la mia mano sulla sua spalla, fraterno. Dopo alcuni minuti, si riprese. Non volendo ripetere l'errore di farlo ripiombare nella disperazione, gli chiesi di indicarmi il lago di Tiberiade, o di Galilea che dir si voglia. Tirò sul col naso, e mi indicò la direzione con un cenno della testa. Ero tentato di chiedergli la causa della sua disperazione, ma temevo che non sarei più riuscito a liberarmene. Mentre mi giravo per andarmene, però, mi afferrò la veste e mi trattenne. "Sai", mi disse, "sono un uomo molto sfortunato. Pensa che, fino a poche ore fa, ero in paradiso e le mie sofferenze erano terminate." Lo guardai interrogativamente. Vedendo che non parlava, chiesi: "In che senso? Non mi risulta che ci siano tali luoghi da queste parti..." Mi interruppe: "No, ero proprio in paradiso, in mezzo agli angeli. Ero proprio morto, freddo. Anzi, forse porto ancora addosso l'odore di decomposizione." In effetti, fin dal mio arrivo, mi ero convinto della presenza di una carcassa in decomposizione, da quelle parti. Mi accorsi che la causa era proprio lui, e istintivamente feci un passo indietro, ma ero ancora trattenuto dalla sua mano sulla mia veste. Visto che ormai non potevo liberarmi di lui, mi sedetti. "Devi sapere," mi disse, "che mi chiamo Lazzaro di Betania. Ho un amico di lunga data che si chiama Gesù, che pare faccia miracoli, che è anche molto amico delle mie sorelle Marta e Maria. Beh, un paio di giorni fa - non riesco ancora ad avere un esatto quadro temporale degli ultimi avvenimenti - ho avuto un malore e sono morto. Ti devo confessare che, da quando sono sposato, la mia vita era diventata un inferno: mia moglie mi tradisce con tutti i pescatori del lago, e mia suocera è l'ottava sciagura mandata da Javeh sulla terra per punire gli uomini. Mentre morivo, ero sollevato." Quell'uomo incominciava a godere della mia solidarietà. "Ero ormai asceso fra gli angeli da più di un giorno, mi ero liberato di questo corpo non bello, quando sono stato richiamato in vita da Gesù. 'Lazzaro', mi ha detto, 'alzati e cammina'. Ora, dico io, con tutti i cadaveri che ci sono in giro per la Galilea - pensa che la vita media non supera i 35 anni - proprio me dovevi venire a seccare?" Ricominciò a piangere. Cercai di consolarlo: "Dai, dopo qualche lavata l'odore andrà via ..." "...sì," mi interruppe con uno scatto d'ira, "ma mia suocera con cosa la lavo per farla andare via, con l'acido solforico che non hanno ancora inventato?" Non potevo che dargli ragione. Mentre gli davo una pacca sulla spalla, non vedevo l'ora di essere lontano da lì: l'odore di cadavere era veramente insopportabile. Giunto al lago, fui edotto sulle ragioni che avevano reso disponibili quei posti da pescatore: alcuni di loro avevano seguito Gesù, il predicatore amico di Lazzaro. Presi il posto di uno degli apostoli - così mi dissero che si chiamavano adesso - e mi accorsi di dover ridimensionare di molto le mie richieste: non si trattava che di poveri pescatori di lago, e fu dura per me accettare di buttare in acqua una barchetta. Riecheggiavano nelle mie orecchie anni di sfottò verso i "marinai d'acqua dolce". Un vecchio, seduto sulla banchina, mi raccontò che la crisi affliggeva anche quelle parti: da quando Gesù si era messo a distribuire pani e pesci, presi non si sa da dove, i pescatori e i commercianti del luogo erano rimasti disoccupati. Si temeva che qualcuno di loro potesse fare qualche gesto inconsulto, preso dalla disperazione. Si parlava della più grande crisi economica a memoria d'uomo. Il vecchio tacque per alcuni minuti, mentre passava una vecchia che trasportava un cesto, camminando pericolosamente sul bordo del lago. Quando si fu allontanata, allungando il mento nella sua direzione, mi disse: "E' la suocera di Lazzaro. Un amico di Gesù". Deciso, in ogni caso, a fare quella che era un'esperienza come un'altra, presi i remi in mano e mi avviai verso acque più profonde e pescose. Più tardi, tornando a riva con il pescato che arrivava fino al ponte, sentii delle urla femminili. Vidi la vecchia di prima, la suocera di Lazzaro, annaspare nell'acqua chiedendo aiuto. Avevo ancora negli occhi la disperazione di Lazzaro. Mi guardai cauto intorno e, assicuratomi che non ci fosse nessuno, la centrai con un colpo di reme ben assestato. Le urla cessarono di colpo, e per alcuni istanti furono sostituite dal borbottio delle bolle d'aria che arrivavano in superficie. Poi, più nulla. "Alla tua, Lazzaro" pensai, levando un ideale bicchiere.