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blog di Capitan Feendoos.

mercoledì 9 settembre 2009

Ritorno al passato


Miei cari amici, so che ormai vi sarete fatti l'idea che il vostro Capitano sia inattaccabile alle vili insidie del tempo e ai volgari attacchi della malattia, eppure devo confessarvi che anch'io, dopo i tanti anni in cui non mi sono curato di loro, a volte senta l'inevitabile peso degli anni sulle spalle. Accade così, che in questi grigi giorni di un autunno giunto in anticipo, preda di dolori reumatici e di gonfiori prostatici che mi costringono a una deambulazione precaria, che io senta che la fine potrebbe essere vicina. E così mi vedo costretto a liberare il mio cuore da un peso che ha gravato su di esso da moltissimo tempo, seppure dovesse accadere che queste lugubri idee scompaiano alla prima giornata di sole. La reputazione di un uomo fu gravemente danneggiata da cause indipendenti dalla sua volontà, e anche dalla mia, a voler essere onesto con me stesso, eppure voglio oggi ristabilire una verità troppo a lungo taciuta.
Erano i Fenici i padroni del Mar Mediterraneo, all'epoca, e io lavoravo per loro. Con la mia nave facevo la spola fra Cartagine e Tiro, trasportando materiali preziosi e anche i Krochendfish che pescavamo in occasionali scorribande oltre le Colonne d'Ercole. Fu proprio per merito di un carico di quest'ultimi che mi trovai al cospetto della regina e fondatrice di Cartagine, Didone. Fin dal nostro primo incontro, il modo in cui mi ignorò mi fece capire che era interessata a me. D'altronde, dietro la richiesta sempre più pressante di Krochendfish per il palazzo, era fin troppo facile intuire la volontà della regina di rivedermi. Fu così che iniziò una frequentazione che si fece via via più intima. Nei nostri primi incontri, superato l'imbarazzo dell'incontro di due mondi diversi, Didone prese a declamarmi le poesie che componeva, accompagnandosi con la lira. Ancora oggi sento il corpo pervaso da brividi al pensiero dell'immagine che si presentava ai miei occhi: se la bellezza della regina aveva affascinato ben più di un re, a partire da colui che l'aveva sposata e poi lasciata vedova, Sicharbas, fino a Icarba e i re nubiani che ne avevano chiesto la mano, vederla in quella occupazione era spettacolo da lasciar senza fiato anche l'uomo meno sensibile. Il mio amore per l'arte ci condusse dunque su una strada dove le nostre affinità furono sempre più evidenti. Facevamo lunghe passeggiate nei corridoi e nei giardini del suo palazzo. Una volta volle seguirmi sulla nave in un'uscita notturna. Eravamo quasi diventati inseparabili. Mancava ormai soltanto una cosa a coronare quello che era un sogno d'amore e una notte, mi prese per mano conducendomi verso la sua camera da letto. Eravamo pronti per affrontare una prima notte indimenticabile, tremanti come due ragazzini. La presi per le mani, l'attirai a me, si lasciò andare fra le mie braccia, quando un rumore infernale giunse a sconvolgere quell'atmosfera irripetibile. Didone si aggrappò a me, io la cinsi protettivo, ponendole una mano dietro al capo, pronto ad affrontare anche il demonio per difenderla. Una macchina infernale si materializzò davanti ai nostri occhi increduli, e ne uscì un anziano dalla lunga chioma bianca. Non saprei come spiegarvi perché conoscessi il suo nome, ma quant'è vero che l'odio che provo per lui da quel giorno, il suo nome era Doc Emmett Brown. Mi guardò negli occhi farfugliando parole incomprensibili, guardò la strumentazione della sua macchina, disse un "Accidenti a me, ho sbagliato di nuovo i calcoli", risalì sul malefico trabiccolo e sparì con lo stesso rumore con cui era comparso. Stringevo Didone tremante fra le braccia che ancora non si era ripresa dallo spavento. La rassicurai con le parole che solo un marinaio può conoscere, e cercai di riportare la conversazione, se mi passate il termine, verso i binari su cui si trovava al momento dell'interruzione. Non fu facile ma, con l'ausilio di una bevanda che sarebbe stata capace di rincuorare uno struzzo e di cui la mia nave era sempre ben fornita, riuscii ad avere di nuovo Didone calda fra le mie braccia. E in quel momento, ahimè, accadde di nuovo: un ragazzo, che riconobbi per avere le sembianze di Michael J. Fox, anche se in quel frangente si chiamava Marty McFly, comparve nella stanza gridando, privo di ogni educazione: "Avete visto passare un professore con i capelli bianchi?" Con la speranza di liberarmi al più presto di lui, gli risposi che avevo visto Doc passare qualche minuto prima, e che avrebbe fatto bene a sparire sulle sue tracce al più presto prima di farmi perdere la pazienza. Dopo questo nuovo episodio venuto a turbare la pace della stanza, disperavo di riuscire a coronare il nostro sogno d'amore con Didone: la regina era in condizioni deplorevoli, era presa da singhiozzi incontrollati e un tremito pervadeva tutto il suo corpo. Respirava con fatica e non riusciva ad articolare una parola intera. Una doppia dose di rum, tuttavia, seguita da abbracci e dal racconto di celie che un marinaio sa quando tirare fuori, riuscii a calmare la povera Didone e a riportare la serenità nella camera. Poi accadde l'irreparabile. Con un rumore molto più forte di quelli precedenti, comparve nella stanza H. G. Wells con la sua macchina del tempo. A differenza dei due che lo avevano preceduto, la mia simpatia per lui non è mai venuta meno, nonostante questo episodio, e lo salutai con affetto, pur pregandolo di togliersi dalle scarpe (era lì infatti che si era posizionato) e di riprendere la sua strada al più presto. Didone ebbe una crisi isterica. Non era tanto la paura a sconvolgerla - raramente nella mia vita ho conosciuto una persona più coraggiosa di lei, donna o uomo che fosse - ma era l'idea che io conoscessi quei tali. Si era infatti convinta che fossi stato io a evocare quegli spiriti maligni e a farli comparire nella stanza per chissà quale misteriosa ragione. Mi scacciò dal palazzo e m'intimò di non farmi vedere mai più. Vi confesso che quella sera qualunque altro uomo al mio posto avrebbe pianto. Io stesso fui molto vicino a farlo. ma mi rifugiai sulla nave per una fraterna bevuta con i miei uomini. La bevuta fu talmente fraterna che riprendemmo conoscenza soltanto due giorni più tardi. Fu solo allora che cercai di rivedere Didone, ma non volle ricevermi. Rassegnato, presi il mare. Solo molto tempo dopo seppi che mi aveva cercato disperatamente, pentita di avermi scacciato, ma purtroppo non avemmo più modo di incontrarci. E ora, devo spezzare una lancia in favore di un uomo che mai ho apprezzato, quell'Enea che abbandonò la povera Didone portandola al suicidio: considerando i vari episodi che ne avevano contrassegnato la vita, la prematura vedovanza, la cacciata da Tiro, la sua terra, per andare a fondare Cartagine, la nostra triste storia conclusasi come ormai sapete, sento il dovere di alleggerire la colpa che i posteri hanno addebitato a Enea. Fu una sfortunata serie di eventi a portare Didone a quel grado di disperazione. Certo, il fondatore di Roma, colpevole fra l'altro di avere, col suo gesto, rotto la tranquillità dei Sanniti, fece la sua parte, come stigmatizzò anche Messer Pietro Aretino ne Le sei giornate, ma io ho dovuto sgravarmi da questo peso portato fin troppo a lungo.