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mercoledì 4 novembre 2009

Blues




La pelle scura, resa lucida dal sudore e dal sole di mezzogiorno, Tom Jefferson, con lo sguardo perso sull'orizzonte, pronunciò la temuta parola: "Uragano".
Girò la testa per guardarmi annuire. "Già. L'armatore mi ha telegrafato che non vuole che ci fermiamo. Quando gli arriveranno le notizie di quello che abbiamo evitato, ci darà ragione. In caso contrario ..."
"... to hell!"
I nostri occhi si incontrarono in un sorriso complice. Tom era un ottimo marinaio, e navigava con me ormai da anni. La sua conoscenza del Golfo del Messico era tale che sapevo di poter contare sulle sue impressioni, e per questo lo avevo scelto come pilota. A maggior ragione quando queste impressioni collimavano con le mie.
Avevamo le stive piene di merluzzi decapitati Feendoos, che nel Golfo si pescano già decapitati, e dovevamo trasportarli in Europa. Decisi che avremmo aspettato che l'uragano passasse, attraccando nella baia di Galveston. Per ammazzare il tempo, ci addentrammo, guidati da Tom, nel ghetto di Houston. Si fermò a salutare degli amici, poi, noi due soli ci dirigemmo verso un honky tonk, una di quelle bettole dove si suonava il blues, si giocava a domino o ad altri giochi più o meno legali, e si trovava compagnia a buon mercato. Il frastuono si udiva decine di metri prima di arrivare alla porta. Una volta apertala, però, ed entrati Tom e io, tutti i suoni cessarono e tutti i presenti si voltarono a guardarmi. Riuscirono quasi a farmi sentire in imbarazzo. Presi a guardarmi i vestiti, alla ricerca di qualcosa di strano, quando Tom mi prese per un braccio e mi sussurrò: "I vestiti vanno benissimo, Capitano, il problema è la faccia: è bianca". Mi resi conto che ogni avventore del locale era afro-americano, e il silenzio mi apparve chiaro in tutta la sua ostilità. Tom urlò un "è tutto ok: sta con me!", e mi trascinò verso il bancone, dove ordinò due bicchieri dal colore di whisky ma dal sapore indefinito. Vari tavoli erano occupati da giocatori di domino, di dadi e di carte. Un chitarrista blues cantava in un angolo. Era massiccio, indossava assurdamente un paio di occhiali scuri e cantava usando una tecnica vocale e chitarristica piuttosto raffinata, considerando il periodo. Dissi a Tom di andare a prendere due barili di rum sulla nave, che poi decisi essere uno solo, visto che avevo intenzione di offrirlo e il fucile del barista bene in vista dietro il bancone, mi sconsigliò di esagerare nel fargli perdere vendite. Tom mi disse che sarebbe stato subito di ritorno, e mi lasciò da solo in quella stanza calda, fumosa e palpitante di vita e di pericolo. Alcuni giocatori tenevano bene in vista un coltello vicino alle carte, sul tavolo. Ero seduto al bancone sorseggiando il terzo o il quarto whisky, quando si spensero le luci. O meglio, si fece buio, come mi accorsi alzando la testa: un uomo che mi surclassava in altezza di almeno mezzo metro mi era arrivato alle spalle, e ora, messosi di fronte a me, mi guardava con odio. Gli altri avventori lo incitavano a ridurmi in pezzi più o meno piccoli. Ci fu anche una scazzottata fra due ragazzi: non riuscivano ad accordarsi sulla misura dei pezzi in cui avrei dovuto essere ridotto dal gigante. Mi afferrò per il collo e mi sollevò da terra. Lasciai partire due pugni che avrebbero steso un mulo, entrambi a bersaglio sul suo naso. Sembrò non accorgersene. La sua mano sulla mia gola era una morsa. Sapevo di aver ormai poco più di un minuto. Un colpo assordante gelò la sala. Blind "Lemon" Jefferson, il chitarrista, si era alzato e aveva dato una manata sulla parete. Tutti gli sguardi erano puntati su di lui. In quel momento rientrò Tom con il barile di rum fra le braccia. Il bluesman, che seppi poi essere cieco fin dalla nascita, sicuro di avere l'attenzione di tutti, dsse con voce calma: "Lo vedo benissimo anch'io che è un fottuto bianco. Vogliamo smettere di divertirci per questo? Sedete e riprendiamo a fare del cazzo di blues". Guadagnò il suo posto a tentoni, fra le risate rilassate di tutti, prese la chitarra e attaccò See that my grave is kept clean. Il gigante mi mollò, lasciandomi cadere a terra sull'osso sacro e se ne tornò al suo posto. Tom e io ci dedicammo con metodo al barile di rum, offrendone a tutti i suoi conoscenti, molti dei quali marinai, e mi presentò loro. C'era Big Joe Hanson, un minatore; Slim Grant e Sissy Levell, due raccoglitori di cotone. Quando mi diede la mano, capii il perché del nomignolo Sissy, "femminuccia". Alcune ore più tardi, quando il barile di rum non era che un ricordo sommerso da litri di pessimo whisky, mi ritrovai un'armonica fra le mani e mi misi a suonare, come mi aveva insegnato Pietr Van Von in una bettola di Amsterdam, spalla a spalla con Blind "Lemon" Jefferson. Tom suonava la washboard table, la tavola lavapanni. Le ragazze si strinsero a noi, accompagnandoci con cori che stringevano il cuore anche a vecchie pellacce come la mia e quella di Tom. Fummo interrotti in un paio di occasioni quando, in seguito a liti fra giocatori, un accoltellato e una vittima di un fucile furono fatti sparire dal locale. All'alba stavamo ancora suonando e cantando, almeno a quanto mi raccontarono.
Quando mi svegliai - doveva essere pomeriggio - ero su un letto insieme ad altre tre persone. C'erano due donne di cui avevo un vago ricordo per la notte precedente. E c'era Sissy Levell. Avevo un mal di testa terribile e un bruciore al didietro, parlando con rispetto. Mi guardai con sospetto intorno, ma poi pensai, mormorandolo a bassa voce: "Dev'essere colpa del pessimo whisky".
"Sì, è stato sicuramente il whisky", aggiunse precipitosamente Sissy.
Soltanto oggi, ripensandoci, mi viene da chiedermi: "come faceva a sapere di cosa stessi parlando?"