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domenica 12 dicembre 2010

Lo straordinario popolo dei Katzy






Era una giornata afosa del 1893 quando, per un’insolita navigazione nel Mar Caspio – è capitato anche a me, seppur di rado, di fare il marinaio d’acqua dolce – ci imbattemmo nel meraviglioso popolo dei Katzy. Se la memoria non m’inganna, stavamo attraversando il Caspio per recarci sulle sue sponde orientali alla ricerca di petti di pollo impanati, che voci diffuse davano per certe in un grosso giacimento. Lasciata la Good Luck, nome quanto mai inadatto a trasportare marinai superstiziosi - ma voi ormai sapete quanto mi sia sempre fatto beffe della malasorte - ci addentrammo nella fitta vegetazione. La notte ci colse ancora in viaggio, e ci accampammo, con il sottofondo di urli di lupi e orsi.

Il giorno successivo, camminammo ancora a lungo senza trovare assolutamente nulla. Incominciavo a dubitare che il mio infallibile senso dell’orientamento mi avesse abbandonato quando, sbucando da un bosco ancora più fitto, ci ritrovammo di fronte una vallata non segnata sulle mappe. Al centro della vallata, un grosso villaggio, quasi una città, dall’aspetto ben curato, seppure povero, colpì la nostra vista. Ripiegai le mappe, evidentemente inutili o non abbastanza aggiornate, e ci avviammo con una certa cautela verso il misterioso centro abitato. Era composto per lo più di capanne. Frotte di bambini correvano per le strade, rumorosi come i loro coetanei di qualunque altro posto del mondo. Le strade erano di terra battuta, ben curate, con delle cunette che ne seguivano il percorso. Tutto il villaggio dava una grande sensazione di ordine, ma sarebbe più corretto dire di armonia, nella sua semplicità. Alcuni abitanti ci vennero incontro sorridenti, anche se era evidente una certa prudenza nei loro passi. Prudenza che usai anch’io, dopo aver imposto il silenzio ai miei uomini, destreggiandomi come potevo usando le lingue che conoscevo e che pensai potessero essere più simili alle loro: l’armeno e il persiano. Stranamente, quando provai a dire qualche parola di arabo, si guardarono interrogativi l’un l’altro. Ripiegai, quindi, con maggior successo, sulle due lingue succitate, grazie alle quali riuscii a scoprire molto su quel popolo affascinante. Seppi così di trovarmi in Katzystan, abitato dai Katzy. Erano completamente digiuni della storia così come noi la conoscevamo, e dovetti presumere che, per qualche misteriosa ragione, fossero rimasti fuori dai percorsi della storia occidentale, ignorati da tutti, da Alessandro Magno in poi. Ciò spiegava come mai non conoscessero l’arabo, invece diffuso nelle regioni circostanti.

Dopo che ebbi avuto modo di spiegare la ragione della nostra presenza lì, e che ebbero spiegato che mai avevano sentito parlare di giacimenti di petti di pollo panati, ci invitarono al loro desco, in un' enorme tenda che aveva tutta l’aria di un luogo di culto, sebbene fosse priva dei simboli che di solito li affollano e li arredano. Mentre mangiavamo delle prelibatezze insospettabili al cospetto delle semplicità in cui vivevano, due Katzy, di cui ormai non ricordo più il nome, mi descrissero sommariamente le regole su cui si fondava la loro società, stimolati dalle domande che non mancavo di por loro, in un crescendo di curiosità e stupore. Ricordo che, sebbene avessi le facoltà intorpidite dalla squisita bevanda che scorreva a fiumi durante quell’imprevisto convegno, appresi che i Katzy condividevano tutto: le case erano di chi ne avesse bisogno, le bestie erano di tutti e tutti se ne occupavano, i figli venivano cresciuti quasi come se si trattasse di una comune, ed entrambi i genitori se ne occupavano in egual misura.

Ci fu una cosa, però, che non mancò di scandalizzare alcuni dei miei uomini, che pure erano abituati a vedere tutto e a non meravigliarsi di nulla. I Katzy avevano una vita sociale molto aperta: le coppie avevano modo di prendersi e lasciarsi con una certa facilità, molto più di quanto noi stessi, nel XXI secolo, per quanto ci riteniamo aperti, non siamo abituati a pensare. Quello che scandalizzò qualcuno, in particolar modo il mio secondo Marc Chapman, un omaccione rude quanto dalla lingua tagliente, fu il modo in cui i Katzy impartivano l’educazione sessuale ai loro ragazzi. Dovete sapere che, quando una coppia di giovani stava per unirsi in quello che noi chiameremmo matrimonio, venivano edotti dalle famiglie sulle gioie del sesso. Questa era considerata la dote che veniva consegnata ai giovani, poiché le ricchezze materiali erano già di tutti. Avveniva così che i vicini di casa dei ragazzi si prendessero la briga di insegnar loro tutto. Sotto i miei increduli occhi, ebbi modo di vedere un’esperta vicina insegnare tutto al ragazzo, mentre il vicino della futura sposa faceva altrettanto con la ragazza. Il tutto, davanti allo sguardo pieno di affetto dei familiari di entrambi. Fummo presentati ai ragazzi, entrambi di bell’aspetto: la giovane Hunga e il suo promesso Grint. A farci da guida, la sorella di quest’ultimo, Kendora, una delle più belle ragazze che la mia memoria ricordi, che ci confidò di avere intenzione di sposarsi di lì a qualche mese.

Se la mia memoria non avesse, di tanto in tanto, dei momenti di buio che inghiottono molti dei miei ricordi, potrei certamente raccontarvi alti episodi di quello straordinario popolo.
Trascorremmo, in piacevoli conversazioni, abbondanti libagioni e grandi bevute nonché di fumate mitiche, ancora alcuni giorni insieme a loro, poi, con un’immensa tristezza nel cuore, ritornammo sui nostri passi, alla ricerca dei giacimenti scopo della nostra missione, che si concluse, come sempre, nel modo migliore.

Siete, tuttavia, i primi a sapere di una curiosa coda che ebbe quest’avventura, e di cui non ho mai fatto parola ad anima viva fino a oggi. Qualche settimana dopo, tornai fra i Katzy. Andai ad abitare per qualche mese vicino alla tenda della bellissima Kendora.