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giovedì 2 giugno 2011

Una torrida estate



Fu l’estate più lunga e calda che io ricordi. Il cielo era terso da tanto di quel tempo che il celeste faceva male agli occhi. Il Mar Jonio era una pozza di brodaglia calda; il Golfo di Arta sembrava un calderone pronto per buttarci dentro la pasta. A peggiorare ulteriormente il tutto, l’assedio di Azio, sebbene ancora non si sapesse chi fossero gli assediati e chi gli assedianti, rendeva l’atmosfera irreale e immobile. Gli uomini erano nervosi, di qua e di là dello schieramento. Ottaviano, con abili manovre e opportune dicerie, a lui congeniali, e circondatosi di uomini capaci e fidati, riusciva a tenere alto il morale dei suoi legionari. D’altro canto, i seguaci di Marco Antonio e di Cleopatra erano ancora esaltati dalle recenti soddisfazioni in battaglia. A molti di loro, ai principi dell’estate, prudevano le mani.
Questi mesi di fermo, invece, avevano reso nervosi gli animi, pesanti le imbarcazioni, che necessitavano di carenatura a causa del troppo tempo trascorso  in acqua ferme e fatto allontanare nel tempo l’idea dello scontro. Insomma, si era alla stagnazione totale. Io mi trovavo nei paraggi per una missione piuttosto delicata e che aveva sempre creato apprensione nel mio pur valoroso equipaggio: la raccolta delle seppie panate e fritte Feendoos sui fondali dell’Adriatico.
Essendoci premurati di apparire innocui pescatori e grazie all’amicizia che mi legava ad alcuni marinai in entrambi gli schieramenti –  avevo fatto dei grossi favori a molti di loro, che per pudore non voglio qui ricordare – riuscimmo ad attraversare le navi schierate in posizione di combattimento all’imbocco dello stretto di Azio. Volevo stringere la mano a Marco Antonio, questo ragazzone che aveva messo a soqquadro il Mediterraneo. Sì, lo avrete già immaginato: volevo anche rivedere la regina, Cleopatra VII, dopo oltre un decennio dal nostro ultimo incontro, di cui magari vi parlerò in altra occasione; magari rivelandovi anche chi fosse il vero padre di Cesarione;  e magari ristabilirò un po’ di verità storica a proposito di questa donna potente quanto infelice, dolce – non potete immaginare quanto! – e sicura allo stesso tempo.  Ma ora, prima che  mi si stringa il cuore per la nostalgia, voglio raccontarvi quanto accadde in quella fine estate  del 31 a.C., quello che veramente fece precipitare gli eventi e rovesciare quello che sembrava un destino scontato.
Marco Antonio mi accolse come un fratello. Se sapete qualcosa delle sue abitudini in fatto di cibo, di bevute e di donne, potete farvi un’idea, per quanto approssimativa, di quello che potei vedere con i miei occhi. E credetemi, sono occhi che hanno visto di tutto. Il vino correva a fiumi e  le abbondanti libagioni, che avevano conferito al suo corpo un aspetto più massiccio, ma anche più molle, misero a dura prova anche il mio leggendario appetito.  Ciò che più mi colpì, però, fu come Cleopatra riuscisse a tenergli testa: quanto era cambiata la ragazzina dall’aspetto fragile che avevo conosciuto ai tempi di Giulio Cesare!

Albeggiava. Eravamo ancora intorno al desco. Grovigli di corpi lucidi, sudati, gementi e per lo più in preda ai fumi dell’alcool mi circondavano. Per sicurezza, avevo lasciato buona parte dei miei uomini all’ancora. Mi rendevo conto di aver fatto, anche questa volta, una scelta quanto mai appropriata. Antonio si lasciò andare a confidenze che non aveva avuto l’aria di covare, prima che il vino avesse inibito i suoi freni. Cleopatra sembrava piuttosto nervosa. Quando il condottiero romano si addormentò, la presi sottobraccio e la condussi al molo. Il sole si stava appena affacciando sulla linea dell’orizzonte, ma già la calura era insopportabile. Cleopatra mi teneva il braccio, aveva la testa appoggiata sulla mia spalla. Io ero preda dei ricordi, avvertendo il fresco contatto della sua pelle, e sentimenti contrastanti si alternavano nel mi petto. Pensavo a Monica che avevo lasciato da poco, dopo una folle settimana di passione sul lago di Como; avevo ancora in bocca il dolce sapore dei suoi baci, eppure il corpo di Cleopatra mi turbava ancora profondamente.
Non potevo più sostenere la luce del sole negli occhi, e li girai verso il viso della donna. Una lacrima luccicava sulla sua guancia. “Vorrei vedere ancora una volta Alessandria e i miei figli: ho un brutto presentimento.” Subito dopo, recuperando in modo incredibile il suo aplomb e la sua sicurezza, aggiunse sorridendo:  “Senza contare che ho finito lo smalto per le unghie.”
Stavo già passando al vaglio le varie possibilità di realizzare questo suo desiderio, quando l’enorme distesa di azzurro e di celeste davanti ai miei occhi mi diede l’idea. Ormai chi mi legge sa che sono sempre riuscito a venir fuori dalle situazioni più incredibili con la sola forza delle mie mani o del mio genio, e anche questa volta fui sorpreso io stesso da ciò che avevo pensato.
Presi Cleo – quante volte l’avevo chiamata così! – per le spalle, la baciai in fronte e le dissi di farsi trovare pronta entro quarantott’ore.   Una squadra di pittori mi seguì ai cantieri navali. In capo a due giorni, una veloce imbarcazione, sorta di trireme modificato secondo le mie istruzioni, era stato ridipinto in modo così magistrale dello stesso azzurro del mare che, passando in mezzo alle navi di Vipsanio Agrippa, il comandante che rispondeva agli ordini di Ottaviano, neppure il più sveglio dei loro marinai avrebbe potuto vederla! Avevo fatto eseguire anche qualche altra geniale modifica: i remi sotto il pelo dell’acqua, isolando le aperture con degli stracci impermeabilizzati imbevendoli di pece, e rimosso la vela e l’albero. Non si sarebbe vista, durante la navigazione, che una leggera increspatura dell’acqua.
Avvisai Cleopatra, andai a salutare e rassicurare Antonio che saremmo stati di ritorno in breve tempo e salpammo. Considerando la stasi che durava da mesi, ero certo che la nostra partenza in segreto non avrebbe causato nessuna conseguenza. 
L’imbarcazione uscì senza difficoltà dal porto, passammo in mezzo alle navi  nemiche ignorati da tutti. Potevo vedere, di lontano, i marinai sonnecchiare, riparandosi alla meglio dal sole. Ogni tanto si sentivano degli scoppi di risa seguire frasi dette per allentare la tensione. Sulla nostra nave, invece, tutti parevano trattenere il respiro, anche, a  dispetto dell’enorme sforzo che stavano compiendo,  i valorosi rematori che avevo scelto.
In breve fummo fuori pericolo,e  navigavamo spediti verso Alessandria. E fu allora che accadde l’irreparabile: la fortuna,che si dice aiutare gli audaci, spesso arride a chi trama nel buio. Quel cane infido e rinsecchito di Ottaviano, per mezzo dei suoi scagnozzi grazie ai quali era riuscito a mettere in cattiva luce Antonio agli occhi del Senato e del popolo di Roma, si era impadronito di una vecchia polaroid che ritraeva Cleopatra e me in atteggiamenti che ben poco lasciavano all’immaginazione (non trovate che quest’espressione sia trita e abusata? Io sì, ma per ora non me ne viene in mente una migliore).
Sempre circondato da personaggi ambigui e viscidi come Vittorio Feltr … scusate, ho sbagliato millennio, come Virgilio e altri della sua risma, fece pervenire quella istantanea nelle mani di Marco Antonio.  Folle di ingiustificata gelosia, questi fece armare una nave e si pose al nostro inseguimento.  Tutto accadde in modo così repentino che nessuno fece in tempo a fermarlo.
I suoi uomini, però, ignari di tutto ciò, presero il tutto per un suo abbandono, per un inatteso tradimento. E fu così che si decisero le sorti della battaglia di Azio: in breve il vento prese a spirare in favore di Ottaviano e dell’Impero, facendo crollare la Repubblica di Roma sotto i suoi colpi di mano, fatti di intrighi e di ingressi in Senato accompagnato da soldati con le armi bene in vista.
In mezzo al Mediterraneo, mentre vogavamo ignari in direzione di Alessandria, fummo raggiunti da Marco Antonio. Ci arrembarono, dopo averci agganciati col rampone, e me lo ritrovai di fronte, daga sguainata, rosso d’ira in viso e poco disposto al dialogo. Mai come in quel momento avrei voluto essere altrove. Non sono mai fuggito di fronte al pericolo, ma quella situazione non mi piaceva per niente. Eppure, fu proprio l’uomo che avevo di fronte a farmi tornare il coraggio quando, dopo avermi apostrofato con le peggiori parole che conosceva, fra cui traditore e altre che non posso qui ripetervi per il pudore che mi conoscete, girò la punta della daga in direzione di Cleopatra: “Tu, tu, specie di …”. Lo interruppi con forza: parai con il mio ferro, costringendolo a tacere e a guardarmi in viso. “Non osare aggiungere altro”, gli intimai. Lui, però, non pensava: muggiva, era un toro infuriato. Affondò il colpo, io riuscii a schivarlo con una mossa che avevo imparato in Oriente e che lo disorientò. Tentò ancora di colpirmi, anche di taglio, cosa che fra gentiluomini si tenda a evitare, ma io schivavo e paravo da mio pari. Perse l’equilibrio, ne approfittai per colpirlo con una gomitata nelle spalle, facendolo cadere a terra. Qualche anno addietro non ci sarei riuscito, ma ormai il corpo di Antonio era segnato dagli anni e dai vizi e lo immobilizzai. Lo disarmai, gli puntai la daga alla gola e tentai di farlo ragionare. Quando ebbi saputo della polaroid, gli risi in faccia, facendogli notare che la furia della sua gelosia gli aveva impedito di vedere che quella foto apparteneva ai tempi di Cesare, di quando ancora lui non conosceva Cleopatra. E che, aggiunsi non senza qualche dubbio, ormai fra noi era tutto finito.
Non ci crederete, ma fu in quel momento che vissi uno degli episodi più imbarazzanti della mia vita. Rialzatosi, scoppiò a piangermi sulla spalla. Il fatto che mi bagnasse la giacca, fra l’altro, mi irritava non poco. Gli davo delle pacche fraterne sulle spalle: “Su, su, non fare così. Gli uomini ti guardano.” Feci stappare una bottiglia di ottima Tintilia – non ne conosco che di ottima, se devo essere sincero – e cercai di tirarlo su. Non mi facevo illusioni riguardo al destino del regno suo e di Cleopatra, ma buttarlo via con una fuga non era degno di loro. Fra l’altro, io incominciavo a stufarmi di pianti, smalti e intrighi e non vedevo l’ora di tornare alle mie seppie panate. Volsi la prua a Meridione e finsi di essere preso dai problemi della navigazione.
Qualche settimana dopo, mentre mi giungeva l’eco dei trionfi del tronfio Ottaviano, io ero tornato fra le accoglienti braccia di Monica. Navigavo le sicure acque del Lago di Como, annusando i suoi lunghi boccoli neri.