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lunedì 17 settembre 2012

Atlantide perduta




Ogni singolo istante vissuto in quei giorni è rimasto scolpito nella mia memoria come un’iscrizione latina nella pietra. Non era tanto il viaggio in sé a essere pericoloso, quanto l’insieme delle responsabilità per la missione da compiere, il rischio, sì, ma soprattutto l’incanto di visitare una terra così carica di storia, di leggenda, di bellezza, il cui solo ricordo ancora mi fa accapponare la pelle e, nel contempo, inumidire gli occhi. 

Avevo ricevuto l’incarico, da parte di Matteo, patron dell’Ortofrutta Cavaliere, di procurare della frutta mai vista. Il suo intento era di stupire e conquistare una donna, tale Felicia,  offrendole doni che, sicuro dell’effetto dei suoi occhi penetranti e dei suoi boccoli quasi biondi che avevano infranto più cuori femminili di una borsa di Gucci, gli avrebbe dato garanzia di successo. Sebbene io non abbia mai avuto bisogno di simili espedienti per conquistare un  amore, maschile o femminile che fosse, sono sempre stato così sensibile alle faccende di cuore che non seppi dirgli di no. Senza contare che la sua bottega di frutta era sempre aperta alle mie fameliche scorribande in cui  razziavo, senza nulla dare in cambio, le sue cassette di percoche, persiche  e uva moscata, piuttosto che di fichi d’India o di mele annurche. 

Armai un’imbarcazione snella, con la quale solcavo abitualmente il  Mediterraneo, e presi il mare in direzione di Atlantide, isola di cui si favoleggiava molto di più di quanto non la si conoscesse veramente. Non eravamo in molti, insieme a me,  Capitano Elemiro Feendoos, ad aver osato attraccare nei suoi porti e, sebbene i commerci con le altre popolazioni romane, greche ed egizie fossero fiorenti, era tutto nelle mani di pochi ardimentosi. 

La popolazione di Atlantide non era molto ospitale, è vero -  e quanto sto per raccontarvi vi farà capire quanto avessero ragione!  - ma la pessima reputazione era dovuta soprattutto a una piccola tribù di selvaggi, rifugiatisi fra le sue più impervie montagne, ad aver esteso a  tutti i suoi abitanti la fama immeritata di efferata quanto gratuita crudeltà. La tribù era composta da un manipolo di svizzeri sfuggiti chissà come alla meritata galera, rozzi quanto ignoranti, crudeli quanto insaziabili. Fu questo a indurmi alla sconsiderata scelta di portare con me uno svizzero, tale Guglielmo Smidt, soprannominato Bankomatt, per tentare di ragionare con i selvaggi.
Il mio problema era che il frutto migliore, il famoso bananyon che avevo assaggiato in una precedente visita all’isola, si trovava proprio nei territori appannaggio degli elvetici.  
Sbarcati sull’isola col mio fedele equipaggio, agguerrito quanto fidato – se si esclude il già citato Smidt – fummo accolti nel palazzo reale con le più grandi manifestazioni di affetto. Alcuni anni prima avevo salvato la vita al re e avevo anche reso felice la regina per altre ragioni di cui taccio perché sono, come ormai saprete, un gentiluomo riservato. L’accoglienza fu tale che impiegammo quasi una settimana per smaltire i bagordi durati due giorni in cui i regnanti non ci fecero mancare nulla. Il palazzo reale, nel suo splendido color ocra, visibile a decine di miglia di distanza posto com’era su un’altura, dai tetti dipinti di oro – non color oro, ma oro vero – circondato di statue raffiguranti eroi e dei in pose memorabili, di piante altissime e dalle varietà mai più apparse sulla faccia della terra, lasciava senza fiato anche me che lo avevo ormai visto molte volte. Fummo condotti a visitare i suoi interni: l’immenso salone adibito ai ricevimenti e alle feste, in cui gozzovigliammo senza ritegno per i primi due giorni, con una piscina centrale sotto una tettoia di vetro colorato che lasciava penetrare la luce ma non il calore, circondata di tavoli imbanditi di ogni ben di Dio; le camere da letto del re e della regina, col suo letto galleggiante su una piscina di più modeste dimensioni rispetto alla prima;  le stanze dove si producevano e si conservavano vino, olio e dove si immagazzinava il grano, venivano stipate le spezie fatte venire dai paesi più remoti; il giardino coperto dove ci si riparava dal fresco dell’inverno ma anche dal calore insopportabile dell’estate atlantidea; le pitture, i trompe l’oeil che adornavano le pareti e ogni singola stanza del palazzo fu a noi svelata e raccontata dai cortesissimi ospiti. 

A me solo, poi, la regina mostrò una stanza dove era solita tenere convegni sul racconto dei quali, essendone anch’io protagonista, soprassiederò, sicuro di avere la vostra comprensione e il vostro plauso. Al centro del palazzo, infine, si trovava una stanza chiusa a chiave in cui, soltanto grazie alla fiducia conseguente ai servigi da me resi al re, fummo introdotti e di cui ci furono svelati i segreti. Al centro di questa stanza misteriosa, infatti, si trovava ancorata al pavimento un anello che sembrava attivare una leva. Il re ci disse, parlando in modo grave, che mai quella leva avrebbe dovuta essere tirata. 

Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non riesco a perdonarmi per non aver controllato se la porta venisse chiusa alle nostre spalle uscendo, e mi sento parzialmente colpevole per tutto il disastro che ne seguì.
Trascorsi quei giorni di festa e poi di smaltimento della stessa, ci incamminammo, armati fino ai denti, verso le alture frequentate dai famigerati elvetici. Ci accampammo ai piedi della montagna e lì trascorremmo la notte. All’alba, eravamo pronti ad avventarci sui bananyon. Mano sui pugnali, camminavamo nella foresta. Non avevo prestato ascolto al suggerimento dello scozzese John Nerd, che voleva che usassimo il gps per orientarci, facendogli notare che non era ancora stato inventato. Si immusonì e non mi diede retta per tutto il resto della spedizione. A volte è davvero dura essere capo, credetemi. 

Mentre due uomini erano rimasti a terra, di guardia, i più agili ci eravamo issati sulle chiome più alte, dove il sole meglio maturava i frutti, e raccoglievamo bananyon a piene mani, mangiandone anche qualcuno, di tanto in tanto, essendo impossibile resistere al loro profumo tentatore. La fortuna volle che la tribù degli svizzeri ci scoprisse soltanto una volta a terra, costringendoci a una pugna infernale sì, ma per lo meno avevamo i piedi ben piantati sul suolo e non sospesi nell’aria come qualche minuto prima. I miei  uomini si batterono come leoni. Io ne prendevo a sberle un paio, mentre ne avevo presi altri due per il collo, uno nella mano destra, uno nella sinistra. Infine, messi in fila sotto le piante, li mandai  a prendere il posto dei frutti raccolti, con un montante alla mascella a ciascuno di loro.
Tornammo, stanchi ma felici, a palazzo, portando un carico di frutti e la buona notizia di aver debellato i selvaggi e aver liberato l’isola.
Seguirono altri giorni di festa. Le libagioni e le bevande furono tali che perdemmo il conto dei giorni e dei bicchieri che si susseguivano ai nostri occhi e nelle nostre mani.
La regina mi fece ancora delle feste di cui taccio per … non mi pare il caso di ripetermi ulteriormente.
Fu con tristezza che dovemmo accettare l’idea di tornare nella nostra terra, ma non potevamo rischiare che il nostro prezioso carico si deperisse. 

Erano le cinque di mattina quando decisi di fare una corsetta rigeneratrice – il riposo e i bagordi rischiavano di appannare le mie capacità – sulla spiaggia dell’isola. Vorrei poter tornare indietro, riavvolgere il tempo e vivere in modo completamente diverso quegli sciagurati momenti, per evitare quanto accadde, ma ahimé, ciò è impossibile anche per Elemiro Feendoos!
Dopo una decina di minuti di corsa a piedi a velocità sostenuta, fui costretto a fermarmi per pulire i moscerini spiaccicati sulle lenti degli occhiali da sole.
Nei miei occhi nudi si impresse l’immagine dell’uomo più sciagurato sulla terra, di Guglielmo Smidt che, ancora preda dei fumi dell’alcool, usciva dalla porta del palazzo con l’anello proibito intorno al dito.
Attaccato all’anello, quello che sembrava un grosso tappo. Alle sue spalle, un orripilante gorgoglio, che ricordava quello di un lavabo che si stesse svuotando. Sotto i miei piedi, l’isola di Atlandide che veniva risucchiata dal mare come  un chicco di riso in un lavello. Nei miei occhi, la disperazione della popolazione che fuggiva in tutte le direzioni. E Smidt, con un’espressione ebete sul viso, che mi chiedeva: “A cosa serve questo?”
Riuscii a salvarmi saltando sulla mia barca, remando come un forsennato. Solo John Nerd riuscì a raggiungermi, sull’imbarcazione carica di bananyon. Atlandide stava scomparendo dalla storia per entrare nel mito. 


Alcuni giorni dopo, quando arrivai al cospetto di patron Matteo, guardò i carico di bananyon con occhi interrogativi: “cosa sono?”.
Risposi, senza nascondere un certo fastidio, considerando quanto fossero costati: “Sono i bananyon che dovevi regalare a Felicia!”
Mi trattenni a stento dallo strozzarlo, quando aggiunse: “Chi Felicia? Ieri sera, mentre ero a un concerto di Simone Sala, ho conosciuto una ragazza favolosa che si chiama Angela …”