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venerdì 13 settembre 2013

Robinson



Nacque tutto da una scommessa.
Immerso nell'aria umida, carica di odori di cucina e di afrori umani di un pub londinese, giocavo a carte con Daniel Defoe. Osservandolo in mezzo al fumo del mio sigaro, gli chiesi cosa ci stessimo giocando. Ci pensò su a lungo.
"C'è un'idea che mi frulla per la testa da tempo", disse. "Vorrei scrivere la storia di un naufrago che, rimasto solo su un'isola deserta, debba confrontarsi con la natura e i suoi pericoli, senza nessun aiuto dalla civiltà e dal progresso. Se perdi, mi accompagni, senza l'aggravio di nessuna spesa, verso un'isola del Pacifico di tua scelta, e ci rimaniamo il tempo necessario."
"E se invece vinco, come accade sempre? Sebbene non sia sempre il più forte e intelligente a vincere, accade quasi sempre così."
"Non ho un penny, come saprai. Disponi della mia vita. Oppure ... ti cedo i diritti del romanzo."
Due grossi boccali pieni di birra scura si urtarono, suggellando l'accordo.


Alcuni giorni dopo - per quanto possa sembrare incredibile, dopo una serata in cui le carte dimostrarono quanto sia vero che siano strumento diabolico, avevo perso - eravamo pronti a salpare a bordo del brigantino di cui disponevo come se fosse mio. Il movimento dei marinai in coperta era frenetico. Controllavano l'efficienza e l'ordine delle gomene, la correttezza dell'equipaggiamento; altri calatafavano la carena; un mozzo inseguiva un ratto, con una scopa in mano. Le scorte si ammucchiavano in cambusa, secondo le mie istruzioni. Due commessi trasportavano, sudando e bestemmiando senza pudore, una botte di scotch più pesante di Henry the fat, il marinaio più grasso di Londra, raddoppiando le imprecazioni ogni volta che ricordavano che il viaggio doveva ancora essere ripetuto due volte.
Daniel Defoe incominciava a farmi innervosire, aggirandosi per il legno come se ne fosse il padrone, con uno aria tronfia che non gli conoscevo.
Prendemmo il largo alle 5 del mattino del 25 novembre 1694. Il mare era calmo, mentre le prua puntava decisa verso l'oceano.
La navigazione fu tranquilla, sebbene non priva di attriti fra l'ospite e i membri dell'equipaggio. Daniel dava ordini al nostromo, facendogli saltare i nervi. In più di un'occasione, ebbi bisogno di tutta la mia esperienza per tenere buoni gli animi. Al nostromo spiegavo che il povero ragazzo non aveva esperienza di mare, ma si sentiva padrone in seguito a una scommessa; a Defoe, invece, che i marinai, gente dalla scorza dura e dal carattere difficile, vanno presi con la dovuta diplomazia.
La grave crisi economica che segnava quei tempi, ci consigliò di dirigerci verso le Azzorre, invece di raggiungere il Pacifico, per tagliare i costi.
Dopo tre giorni di mare, il marinaio Keith venne a rapporto. Affermava di aver visto aggirarsi un clandestino a bordo, durante la notte. Noto per la facilità con cui il whisky entrava dalla sua bocca e le frottole ne uscissero, sosteneva di aver esitato a lungo prima di venire a parlarmene. Adesso, però, ne era certo: mi mostrò un berretto che non sembrava appartenere a nessun membro dell'equipaggio.
Diedi le istruzioni agli uomini per stabilire i turni di guardia, e mi ritirai in cabina a giocare a scacchi con lo scrittore.
Venni svegliato, nel cuore della notte, dalle urla del marinaio di guardia, che aveva acciuffato il clandestino.
Sebbene assonnato, appena lo ebbi di fronte - un giovine magro e male in arnese - ebbi la certezza che non fosse un ragazzo. Mi guardai bene dal comunicarlo ad alcuno: potete immaginare l'effetto che avrebbe avuto sugli uomini sapere di avere una donna a bordo. Nella semioscurità, il bianco dei suoi occhi intelligenti saettava da un fianco all'altro della nave, in cerca di una probabile via di fuga.
Condussi il clandestino in cabina, rassicurando la ciurma che me ne sarei occupato io con fermezza, rinviando al mattino successivo le decisioni.
Volle il destino, invece, che Alizée - questo il suo nome - si rivelasse più donna di quanto facesse trapelare l'aspetto, una volta smessi i panni del ragazzaccio impolverato. Scardinando le mie ferree difese, riuscì a penetrare nel mio cuore, costringendomi alla sola scelta possibile di trattenere il clandestino agli arresti nella mia cabina per il resto del viaggio.
Gli ultimi giorni furono all'insegna del nervosismo, ancor più di quanto non lo fosse stata la partenza. Le mie partite a scacchi con Daniel Defoe si ridussero fino a scomparire del tutto, e questi rivolse tutte le sue attenzioni al sempre più esasperato nostromo.
Un plebiscitario sospiro di sollievo accolse il nostro sbarco sull'isoletta di Sao Marco.
Scomparsa fra i flutti dopo il maremoto del 1744, Sao Marco si presentava all'epoca come un'isola rigogliosa. Interamente ricoperta di vegetazione, era abitata soltanto da numerose capre, forse abbandonatevi dai primi navigatori portoghesi, secoli addietro. Ne colpii alcune lanciando loro dei sassi, preparando una cena di cui si parlava ancora, decenni più tardi, nel porto di Londra nella mia ultima visita.
Quando, esausti per aver liberato del suo prezioso contenuto una delle tre botti di scotch, tornammo alla nave per la notte, ne portai anche a Alizée, che avevo prudentemente lasciato chiusa a chiave nella mia cabina.
I giorni successivi trascorsero nella più totale libertà, per non dire anarchia. Lasciai liberi i marinai di scorrazzare per l'isola, mentre Defoe prendeva appunti, ora appollaiandosi in cima a un dirupo, ora assaggiando un'erba sconosciuta, ora, ancora, studiando come prendessi e cucinassi le capre, o pescassi i variopinti esseri che popolavano il mare.
La necessità di far apprendere l'inglese al clandestino, per metterlo in condizione di poter essere giudicato al nostro rientro in terra d'Albione, mi diede modo di appartarmi con la ragazza nel fitto bosco, e di disperderci alla vista della ciurma.
Soprattutto, perdemmo noi stessi l'una fra le braccia dell'altro.
Alizée e io avevamo trascorso le ultime notti sull'isola, in una capanna che avevo sapientemente costruito con delle palme sconosciute che abbondavano sulla collina.
Quando eravamo nel pieno della passione, Daniel pensò bene di riportarci alla realtà con la pretesa di ripartire immediatamente: ormai ne sapeva abbastanza, era stufo di quella maledetta isola deserta, e non vedeva l'ora di tornare a respirare il fumo di Londra. Litigammo furiosamente. Arrivai a sfilare le chiavi dal cruscotto della nave, per impedirgli di partire. Andammo a dormire tranquilli, ma mi svegliai con uno peso ignoto sul petto, che si rivelò profetico: Alizée era scomparsa.
Albeggiava appena. Non ero sereno, sapendo che aveva assistito al litigio del giorno precedente. Temevo che potesse compiere una sciocchezza, magari sentendosi in qualche modo responsabile dell'accaduto. Mi misi sulle sue tracce, interrogando ogni pietra, ogni ramo spezzato, ogni filo d'erba piegato dal peso di un piede umano.
Mentre fiutavo l'aria e, con una mano sulla mia tasca toccavo, la rassicurante chiave, dai più remoti recessi della mia memoria, un pensiero si fece forza: le chiavi per mettere in moto i motori non erano ancora stati inventate.
Avvistai Alizée, nascosta dietro un albero, singhiozzando, mentre con le braccia si cingeva le gambe piegate.
Neanche i cruscotti, erano ancora stati inventati. Me ne resi conto con cruda certezza mentre vedevo il mio brigantino ormai al largo.
"Tesoro, piccola, cos'è successo? Ci sono qua io, non devi temere."
"Dovevi andare via, Elemiro, dovevi abbandonarmi su quest'isola. Io non sono degna di tornare in Europa con te", disse in un incerto inglese.
Guardai la nave, che non era più che un puntino scuro sulla linea dell'orizzonte.
"Io ... io ..."
"Su, Alizée, cosa può mai avere da nascondere una creatura con uno sguardo limpido come il tuo?"
"Io ... io ... sono ... "
"Sì? Sei cosa?"
Fra un singhiozzo e l'altro, mentre tirava su col naso, riuscì a dire: "Sono svizzera, lo capisci?"
"Non fa nulla", la rassicurai. Mi venne in aiuto Billy Wilder: "Nessuno è perfetto"


E ancora, lo sguardo fisso sul mare, il suo corpo stretto al mio, mentre la mia mano le accarezzava i capelli: "Neanche io", mentii.

2 commenti:

olghita ha detto...

svizzera di palude? eccellenza, noto con raccapriccio che codesto racconto è totalmente sguarnito di frigoriferi

Capitone ha detto...

ahahaha ma vaffanculo va' (niente frigorifero oggi)